Alberto Capelli: l’improvvisazione non mente

Abbiamo raggiunto Alberto Capelli, chitarrista e compositore che con il suo gruppo Alberto Capelli e gli Alkord persegue da anni una nuova forma musicale in grado di coniugare jazz, flamenco, musica classica e avanguardia. “Mini-Male” è il loro ultimo album. Su questo, e su molto altro ancora, verterà la nostra conversazione.

Questo è il terzo disco che pubblichi con gli Alkord, dopo “Nelle Mie Corde” e “L’Attesa”. Quali sono le differenze principali fra “Mini-Male” e i suoi predecessori? Ci puoi presentare brevemente l’album?
Non è stato facile fare tre dischi in cinque anni (con lo stesso gruppo) e quest’ultimo è stato particolarmente dispendioso; con quest’ensemble mi piace curare anche i piccoli dettagli in un’armonizzazione fra testo (che è molto strutturato) ed improvvisazione.
In questo, in maniera maggiore rispetto ai primi due, mi sono sforzato di comprendere le mie due opposte anime chitarristiche: la mia formazione rock e jazz con la chitarra elettrica (che risale all’infanzia) col cimento della chitarra classica e flamenca che mi impegna da questi ultimi15 anni.

Per “RuhmBop” parli di una “vertiginosa progressione armonica coltraniana” (ma nell’introduzione ho sentito anche un sapore Schoenberghiano, comunque riferibile alla classica contemporanea). Oltre alle influenze di John Coltrane, ho notato anche alcuni riferimenti a Sonny Rollins, all’hard bop, ai lavori di Pat Metheny in trio con Bill Steward e Larry Grenadier, e moltissimi echi di fusion anni Settanta, da Chick Corea ai Weather Report, ma soprattutto rimandi alla Mahavishnu Orchestra e a John McLaughling, ad esempio in “Alibi”. Come sei riuscito ad armonizzare questo materiale con il flamenco e i ritmi latinoamericani, ad esempio nella rilettura di “Aquarela Di Brazil”? Quali sono state le maggiori difficoltà che hai dovuto affrontare nel processo compositivo?
Intanto spero di esserci riuscito; detto questo ti ringrazio per i paragoni eccellenti e pur tuttavia vorrei poter credere di percorrere una via differente. La mia storia viene sì, dal rock progressivo e dal jazz elettrico e non, ma la mia formazione non può prescindere dalla musica classica, della quale sono un instancabile e famelico ascoltatore, non può prescindere dalla grande passione per il Flamenco, per la musica sudamericana e per le avanguardie.
Questa “fame” potrebbe sembrare vantaggiosa, eppure può rappresentare un grande limite; tutta la mia poetica si cimenta con questa discrasia cercando di comporre un sentiero semantico che non sia solo una sovrapposizione, che non sia una somma algebrica, ma che con la propria conoscenza e sensibilità possa creare nuovi sensi, nuovi linguaggi; forse è solo presunzione ma mi interessa solo questa dimensione.

Quanto è importante l’improvvisazione per la vostra musica?
E’ uno spartiacque fondamentale, la cosa capace di restituire spontaneità ed interesse, capace di rendere “onesta” la nostra musica.
Quando si improvvisa non si può mentire.

In “Jara” presta la sua voce la cantante di flamenco Charo Martin. Come sei giunto in contatto con lei? E con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?
Conosco Charo Martin da 15 anni; da lei ho imparato molto e con lei collaboro stabilmente in un progetto di “cante y guitarra” che si chiama “Esperia Flamenco duo/trio”.Ci esibiamo ogni anno in Andalucia e per me è motivo di grande orgoglio. Affrontiamo le forme più pure da differenti e inusuali punti di vista (o di udito…).
Ho anche collaborato con grandissimi giovani “cantaòres” quali “El Londro” e David Sanchez; sto preparando un disco di Flamenco per l’autunno prossimo da registrare a Granada e mi piacerebbe coinvolgerli ancora insieme a musicisti della zona.

Come giudichi la situazione musicale al giorno d’oggi, in Italia e non solo? Credi che ci sia spazio per gruppi e proposte musicali come le vostre, oppure è tutto un gigantesco “talent show”?
La tua domanda mi fa supporre che tu la pensi come me; il degrado culturale e l’ignoranza musicale della nostra classe dirigente (e non faccio distinzioni di campo…) è scandalosa. Anche i nostri intellettuali (e ne conosco alcuni) non riescono a superare i pruriti adolescenziali e magari si pavoneggiano dichiarandosi fan del “Boss“…ecco oltre non possono spingersi…e se loro fanno così, che hanno la casa foderata da strati di bellissimi libri, figuriamoci quelli che sono tutto il giorno davanti alla nostra televisione tutta culi e squallide finzioni. Purtroppo non si può non ricondurre questa situazione al mercantilismo, alla mercificazione di un certo capitalismo e di un modello televisivo che continua a mentire ai cittadini…e poi non ci si allena alla complessità e non è che la scuola ci aiuti molto…
Alla luce di ciò risultano evidenti i motivi dei successi modaioli di cantautorucoli o di artefatti e ridicoli fenomeni pianistici…francamente imbarazzanti. Non voglio fare nomi ma in Italia ci sono musicisti eccezionali (ed io non mi annovero fra questi…) che pagano il fio di questa finzione.
La mostruosità è che così si consegna la musica esclusivamente ai musicisti che sembrano gli unici soggetti capaci di giudicare e così facendo si aliena la musica dalla fondamentale dinamica artista/spettatore o come si direbbe oggi “all’utilizzatore finale”. Eh…

Cosa ne pensi di internet e dell’impatto che ha avuto sulla fruizione della musica? Prevalgono gli aspetti positivi o quelli negativi?
Ne penso un gran bene; aiuta la democratizzazione della fruizione musicale e sottrae la musica all’esclusivo controllo delle majors.
L’unica riserva ce l’ho sull’appiattimento della qualità sonora, ed in questo gli mp3 non aiutano…

Quali saranno i tuoi prossimi passi con gli Alkord? Avete già fissato le date per un tour?
Il primo marzo suoniamo al Jazz Festival di Mantova, poi si vedrà…il nostro agente è al lavoro…

Stefano Masnaghetti

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