Alice In Chains: via al tour, eccovi Jerry Cantrell

Pochi minuti dopo avere salutato Jerry Cantrell pubblichiamo subito l’intervista fatta a ridosso del primo dei tre concerti che i redivivi Alice in Chains terranno nel nostro paese. A voi il chitarrista direttamente dalla Colonia Sonora di Collegno, Torino. Quando un artista si dimostra disponibile ed interessato spesso le interviste si trasformano in vere e proprie chiacchierate, con spazio per frecciatine divertite e qualche risata.

Come stai Jerry? Te lo chiedo perché l’ultima volta che avete suonato in Italia tu e gli altri ragazzi della band avevate tutti preso una brutta influenza. Ti ricordi?
Sì eccome! Ora per fortuna sto bene, ma ad inizio Dicembre è stato davvero antipatico fare alcuni concerti in condizioni di salute precarie. Come sai sono cose che capitano, tutto il giorno in giro, gig, spostamenti… basta un niente per ammalarsi. Alla fine lo show di Milano è andato benissimo nonostante l’influenza, abbiamo fatto del nostro meglio, come giustamente la gente si aspetta e sono stati tutti soddisfatti! E’ qualcosa comunque di diverso dal solito suonare no?

Tre date in Italia, che non è un paese immenso e alcune volte snobbato dalle grandi band. Voi invece rispondete con tre live di fila dopo soli sette mesi dalla vostra ultima calata… potremmo dire che questo paese rappresenta un successo per voi.

Assolutamente sì: l’accoglienza da voi è sempre stata incredibile ed entusiasta, a Dicembre come le volte precedenti, tornando anche indietro negli anni. Inutile dire che suonare in un paese dove vieni accolto in questo modo è qualcosa che non ti stanca mai.

E queste serate italiane daranno ai fans qualche sorpresa? Nuove canzoni…pezzi che non suonate da tempo…
Sicuramente sì. Siamo ancora una band che sale sul palco con la scaletta decisa forse due ore prima al massimo! Ogni sera suoniamo una manciata di brani diversi dalla sera precedente, in modo tale da rendere i concerti qualcosa di interessante per il pubblico, ma anche per noi stessi… perché non diventi un lavoro vero e proprio e monotono, voglio dire… stiamo suonando! Ci stiamo divertendo! Bene o male suoniamo dal vivo quasi tutte le nostre canzoni nel corso di un tour…

Beh tranne una direi. Mi riferisco a “Private Hell”, è la mia canzone preferita di Black Gives Way To Blue, forse tra le mie preferite di tutta la vostra carriera. Come nasce quella canzone?
Ti ringrazio prima di tutto per i complimenti. E’ una canzone a cui tengo molto anche io, nata dalla fine di una relazione. La verità però è che il testo molto etereo non forza chi lo legge ad una sola interpretazione…ma porta la mente al tipo di separazione che ti è più vicino: un amore appunto, un amico, un genitore. Lasciarsi fa schifo. Davvero, fa male. Ed in questa canzone si parla di questo.

Ok ma la suonate dal vivo o no?
No. (ride, ndr) Mi dispiace, davvero! Ti confesso che ne abbiamo parlato spesso noi quattro e non escludo che forse un giorno ci proveremo, tuttavia ci sono troppe parti orchestrali che andrebbero messe da parte, togliendo atmosfera alla canzone. Forse è il classico brano da studio: noi dal vivo restiamo una rock band e senza orchestra “Private Hell” perderebbe molta della sua essenza.

Sappi che sarò il tuo incubo notturno Jerry (risate, ndr)
A proposito, avete fatto due benefit show con un’orchestra se ben ricordo…

Sì! Circa un anno e mezzo fa abbiamo suonato a Seattle due benefit show per l’infanzia, per bambini bisognosi di aiuto, ed in quelle due occasioni ci siamo esibiti con l’orchestra. E’ stata un’esperienza fantastica, i brani hanno acquistato un’atmosfera ed una magia uniche, forse anche per la motivazione dei due show. Abbiamo suonato anche “Kashmir” dei Led Zeppelin: una soddisfazione che volevamo toglierci tutti noi da molto tempo.

State lavorando a nuovo materiale? Possiamo aspettarci un nuovo album?
Non a breve però… sai abbiamo appena iniziato il tour europeo, di ritorno inizieremo quello americano con Deftones e Mastodon, quindi saremo in tour fino a fine anno. Sicuramente non passeranno altri quattordici anni! Ammetto che vorrei prendermi una breve pausa, quindi credo che passeranno un paio d’anni almeno.

Rock Im Park. Outune era presente. Cosa ricordi di quello show? La nostra sensazione è stata che il vostro set e quello dei Them Crooked Vultures siano stati tra i migliori…

Beh direi bellissimo, così come il Rock AM Ring. Erano le nostre prime esibizioni ed è stato importante vedere che avevamo ancora tanto groove e che siamo stati capaci di suonare veramente bene! Poi il bill era pazzesco, grandi artisti e soprattutto grandi amici come Dave Ghrol e Corey Taylor, persone con le quali è stupendo parlare prima e dopo un concerto, con cui è davvero bello dividere eventi del genere!

Immaginavi tutto questo a 17 anni?
Hehehe, no. Ma lo sognavo. Ho avuto la fortuna, questo è vero, di crescere in una città (Spanaway, ndr) ed in un ambiente dove l’attenzione per la musica è sempre stata molto alta, tutti ma davvero tutti suonavano. Così a 17 anni mi sono trovato nelle prime band locali e nel frattempo portavo avanti gli studi in una scuola molto coinvolta nella musica. E’ stato essenziale.

Riccardo Canato

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