Andrea Tarquini presenta il nuovo album Reds!

Andrea Tarquini ha presentato il suo nuovo disco “Reds! Canzoni di Stefano Rosso”. L’album contiene dieci brani del repertorio del cantautore romano Stefano Rosso, asciugati dalle sonorità anni ’70 ed impreziositi da eleganti arrangiamenti legati alla tradizione musicale nordamericana. Andrea Tarquini è arrivato nella rosa dei cinque finalisti per le “Le Targhe Tenco 2013” con l’album “REDS! Canzoni di Stefano Rosso”, nella sezione “Miglior album di interprete di canzoni prevalentemente non proprie”. In questo album, la voce e la chitarra di Andrea Tarquini fanno rivivere le storie della Trastevere anni ‘70 raccontate da Stefano Rosso nel corso della sua carriera, riportando a galla perle nascoste del cantautore romano, come l’inedito “C’è un vecchio bar”, brano scritto e composto da Stefano Rosso, ma mai inciso.

Come e perché Stefano Rosso ha condizionato la tua vita personale e professionale?
Ma sai, quando conobbi Stefano ero poco più che un ragazzo e quindi il condizionamento che ne derivò fu quello che può avere un artista maturo e adulto su un giovane. Quindi una grande fascinazione.

Quando fu il primo incontro con Stefano Rosso?
Accadde ad un concerto di Stefano. Suonava al Folkstudio, il mitico locale romano dove ebbero i natali artistici De Gregori, Venditti, Locasciulli etc…Non era già più a Trastevere ma era nell’ultimo suo indirizzo prima della chiusura definitiva. Stefano suonava chitarra e voce e per me fu veramente come scoprire l’America.

Musicalmente parlando, potresti descriverci la genesi di questo album? dall’idea al processo di produzione, alla realizzazione vera e propria?
Molto del merito va a Luigi Grechi De Gregori. Fu lui a spingermi a fare questo disco. Mi diceva “ma insomma! tu suoni bene la chitarra, sei un buon cantante, suonavi con Stefano Rosso, nessuno come te può “entrare” in quel repertorio con la conoscenza ed il rispetto necessari, cosa aspetti a fare un disco? Luigi aveva ragione. Da qui pian piano iniziammo a cercare adesioni e pian piano arrivarono. Quella di Paolo Giovenchi che ha prodotto il disco sul piano artistico, e insieme a Paolo abbiamo sottoposto la nostra idea ad Enrico Campanelli che ha realizzato la produzione sul piano esecutivo. A Campanelli l’idea piacque, quando arrivò il suo “via” siamo partiti. La quantità e la qualità delle adesioni artistiche ricevute è stata una cosa inaspettata. Quindi seppur con molte fatiche tutto è andato come doveva andare, anzi meglio. Posso dire che l’esperienza ed il talento di Giovenchi è stato speculare alla serietà di Campanelli e della Enriproductions ed insieme sono state speculari a loro volta, tanto alla bellezza dei brani che al mio impegno ed alla serietà di chi ha fatto i suoni del disco. L’idea fu quella di cercare di restituire di Stefano Rosso l’immagine, secondo noi più appropriata, di un artista che non è solo il contropotere, cantastorie, circense, strafottente e freak ma anche quella di un artista di grande spessore e peso specifico compositivo. Tante canzoni infatti erano sconosciute al grande pubblico e meritavano di essere riscoperte.

Pensi che Stefano Rosso non sia stato sufficientemente omaggiato in vita?
Si, Appunto. Come ti dicevo, io credo che Stefano abbia raccolto molto meno di quel che meritava. In parte anche per colpa sua, ma ognuno è fatto come è fatto e in questo mondo certi errori o (diciamolo!) certe legittime fragilità, ahinoi non sono tollerate ne perdonate.

Sei tra i finalisti del premio Tenco 2013. Come e quando ti è arrivata la notizia e che emozioni hai provato?
Beh, è inutile dire che sono molto felice, La notizia me l’ha data il grande Fabio Gallo che ha promosso il disco nei confronti dei giurati del Tenco facendolo ascoltare. Naturalmente penso che avrei meritato la Targa, ma in fondo è il primo disco professionale che faccio e va bene così. Devo dire che essere finalisti al Tenco è un gran riconoscimento, però di soddisfazioni me ne sono tolte parecchie comunque e me le sarei tolte anche senza essere finalista. I complimenti sia in pubblico che in privato di gente come Francesco De Gregori o di un premio Oscar come Nicola Piovani, non sono cose di tutti i giorni.

Mi incuriosisce il fatto che tu abbia deciso di incidere, come debutto, un disco tributo come REDS e non un album di inediti. Vorrei sapere il perché di questa scelta particolare e, soprattutto, se hai in cantiere un album di pezzi esclusivamente tuoi.
Guarda, da una parte bisogna pur iniziare se si vuole fare questo mestiere. Personalmente sono convinto che fare cover non sia affatto un mestiere minore rispetto alla scrittura di inediti. Semmai il problema è che in ITalia troppo spesso si considera la cover una copia e si tende a stare troppo aderenti all’originale. Ho iniziato con canzoni non mie perché secondo me il materiale artistico in questione era pronto, scottava. E come mi consigliò proprio Luigi Grechi De Gregori, era ora di farlo “prima che lo facesse qualcun altro, e magari male”. In fondo iniziare così, da un punto di vista strettamente artistico, è un po’ una comodità, è un inizio soft. Se un tuo disco va molto bene o molto male è comunque una cosa che può seriamente porti difronte al problema di adeguare la tua vita a questa nuova realtà e in un tempo piuttosto breve. Invece così è avvenuto tutto con più calma. E forse è un bene. Si, c’è un progetto di brani miei. Quando il materiale avrà una forma più definita ci vedremo in studio e cominceremo a capire cosa farne.

In sede di registrazione, se non erro, ti sei avvalso della collaborazione di una grande equipe di musicisti. Come e perché hai scelto proprio loro?
La scelta è stata strettamente vincolata a due cose, da un lato l’esperienza di canzone d’autore, dall’altra l’esperienza e la storia di “musica acustica” principalmente legata alla tradizione nordamericana, che è la musica che ho sempre suonato. Nomi come Beppe Gambetta, Luigi Grechi De Gregori, Carlo Aonzo, Anchise Bolchi…. etc…. descrivono proprio l’intenzione di andare in quella direzione. E poi molti di loro sono vecchi amici. A mio parere la canzone d’autore ha dei connotati ben precisi sul piano dell’estetica del testo, della presenza di allitterazioni, sinestesie, metafore etc… ma qui, come ho già detto e come sappiamo, il materiale già c’era. Sul piano invece della musica, io credo che la canzone d’autore da sempre sia legata alla canzone popolare, tradizionale ed etnica e quindi siamo andati a cercare in quel mondo una chiave di lettura il più possibile rispettosa della scrittura originale e solo quei musicisti garantivano il rispetto di questa scelta.

Mercoledì ti esibirai in concerto al Memo Restaurant di Milano. Cosa dobbiamo aspettarci dalla tua performance? puoi darci qualche anticipazione?
Beh, presenteremo prima di tutto i brani del disco, ci metteremo qualche brano di Stefano che non abbiamo potuto inserire nel disco e poi ci saranno un po’ di sorprese e qualche strumentale.

I tuoi progetti per il futuro prossimo?
Intanto suonare in giro e far conoscere queste canzoni. Poi l’obiettivo è quello di fare un disco di brani miei, riprendere i discorsi legati alle colonne sonore che ho fatto in passato per alcuni documentari, e per finire un bel viaggio in America dove mi aspettano molti amici musicisti.

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