Andrea Thomas Gambetti (Alti e Bassi)

Abbiamo scambiato qualche battuta via telefono con il disponibilissimo Andrea degli Alti e Bassi, quintetto a cappella in procinto di rilasciare sul mercato il suo quinto disco, “Io Ho In Mente Te”, omaggio alla canzone italiana degli anni Sessanta e Settanta. Dopo molte opere all’insegna del jazz e dello swing, quindi, un ritorno alle radici. Cerchiamo di capire il perché di questa scelta e altro ancora attraverso le parole dello stesso Andrea.


6 novembre 2009

Dopo esservi concentrati, per gran parte della vostra carriera, sulla musica straniera, in particolare quella afroamericana, avete deciso di pubblicare un disco di sole canzoni italiane. Perché questa scelta?
L’idea ci è venuta perché, durante i concerti che facciamo all’estero, ad esempio in Germania, a fine esibizione il pubblico ci ha sempre chiesto di interpretare brani della nostra tradizione. Quindi la scintilla che ha fatto sì che scaturisse questo progetto discografico è principalmente questa. Abbiamo deciso di soffermarci sul repertorio dei Sessanta/Settanta perché, a nostro avviso, è stato un periodo di grande creatività, che ha avuto grandi interpreti, da Modugno a Mina a Battisti, e non è stato ancora indagato con la necessaria profondità. Certo, anche gli anni Trenta sono stati particolarmente floridi di grandi artisti, e così i Cinquanta, ma in questo album abbiamo preferito focalizzarci su di un periodo storico preciso. Ovviamente, trattandosi di nostre rielaborazioni, abbiamo pensato di modificare gli originali e, nel caso, di renderli più moderni. Così, per esempio, “Non Gioco Più” passa dalla latinoamericana al valzer al rap, mentre in “Nel Blu Dipinto Di Blu” abbiamo eliminato le parole e utilizzato puri vocalizzi nella reinterpretazione del brano. Siccome si tratta di cover, noi cerchiamo sempre di giocare con la musica e di conservare uno spirito goliardico, soprattutto quando ci esibiamo dal vivo, per far divertire il pubblico. Non dico che facciamo cabaret, questo no. Però presentiamo le canzoni in modo divertente e spiritoso, e manteniamo questo atteggiamento anche mentre prepariamo e riarrangiamo il nostro materiale. Caso diverso è quello di “Però Mi Vuole Bene”: siamo restati fedeli il più possibile alla versione originale, ma questo perché si tratta di un esplicito omaggio al Quartetto Cetra.

In “Io Ho In Mente Te” compaiono parecchi ospiti illustri, da Lino Patruno a Franco Cerri. Come siete venuti in contatto con loro? Con chi vi piacerebbe collaborare in futuro?
Ci è sempre piaciuto avere rapporti con altri musicisti. In alcuni nostri dischi precedenti avevamo pensato, ad esempio, di includere nel libretto l’introduzione di nomi di spicco della musica, come è successo con Paolo Conte nelle note di copertina di “Medley”, o con lo stesso Franco Cerri in “Take Five!”. Le collaborazioni presenti in “Io Ho In Mente Te” nascono dal rapporto d’amicizia che abbiamo con gli artisti in questione: così è stato il caso di Lino Patruno. Inoltre, inutile negarlo, anche a livello promozionale queste cose fanno molto comodo (risate). Più seriamente, nella nostra carriera è sempre stato centrale il concetto di ‘contrapposizione’, concetto che leghiamo a moltissimi aspetti della vita, non solo a livello musicale. Ad esempio, io sono il più basso di statura, ma la mia voce è quella che riesce a toccare le note più alte. Per questo ci siamo chiamati Alti e Bassi, e con gli ospiti di questo disco abbiamo voluto compiere un’operazione simile, sempre all’insegna della ‘contrapposizione’, ispirandoci in parte all’ultimo disco dei nostri amici Neri per Caso. Questi ultimi hanno duettato con cantanti come Lucio Dalla, Gino Paoli, Luca Carboni, ecc., e anche noi abbiamo voluto seguire un esempio simile, ma con un ribaltamento di prospettiva: in genere si canta su di una base strumentale, mentre nei nostri brani la base è rappresentata dalle nostre voci e gli ospiti ‘cantano’ sopra di essa con i loro strumenti. Per il futuro, sinceramente non saprei indicarti dei progetti precisi. Per noi la preparazione di un pezzo è molto lunga, può prendere anche sei mesi di tempo: ad esempio, ci hanno invitato alla maratona Telethon del 12 dicembre, chiedendoci di portare qualcosa di nuovo, ma il periodo è sin troppo breve per noi. Anche per questo pubblichiamo un disco ogni 3 – 4 anni. Quindi, dato il tipo di musica che facciamo, è difficile fare dei progetti a lungo termine. Per questo non so risponderti. 

Descrivendo il vostro album, citate parecchi generi che lo rendono un’opera composita: il jazz, il funk, il rap, ritmi di danza come tango e valzer, echi di R’n’B e molto altro ancora. Io però ho notato nella vostra vocalità anche parecchie influenze provenienti dal madrigale cinquecentesco e dal barocco, in particolare dalle arie di Bach. Non avete mai pensato di interpretare pezzi di questo genere, appartenenti alla tradizione ‘eurocolta’?
Quello che dici è in parte vero: in alcuni aspetti, specie per un certo uso del contrappunto, la musica del Cinquecento fa parte del nostro bagaglio artistico. Tuttavia non abbiamo ancora pensato di fare un’operazione del genere, anche perché rimodellare vocalmente la musica antica in senso ‘moderno’ è già stato fatto dagli Swingle Singers, per intenderci quelli dell’aria sulla quarta corda di Bach, usata come sigla de “Il Mondo di Quark” di Piero Angela. Quindi non lo abbiamo mai fatto perché vorremo trovare strade più originali e nostre nella musica. Magari un progetto possibile sarebbe quello di reinterpretare un’opera intera, e non solo dei singoli brani. Spero che nessuno ci rubi l’idea, però (ride).

Fin dalla vostra origine, avete deciso di dedicare la carriera al genere a cappella. Sicuramente una scelta molto coraggiosa. Come affrontate le difficoltà da un punto di vista puramente commerciale e di marketing? Che difficoltà avete incornato nel fronteggiare il music – biz dei nostri giorni?
Innanzitutto, per noi l’aspetto primario è quello artistico, solo in un secondo momento pensiamo a quello più strettamente commerciale. Detto questo, è inutile negare che c’interessa anche vendere la nostra musica, farla ascoltare al maggior numero di persone possibile ed avere successo. Ma in Italia il problema maggiore non è il pubblico, sono gli addetti ai lavori: spesso hanno un atteggiamento miope, e in generale noto una certa carenza culturale che finisce per danneggiare determinati generi musicali. Tra questi, è soprattutto il nostro ad esser maggiormente penalizzato, perché da noi il canto a cappella non è considerato uno stile come gli altri. Ad esempio, noi ci siamo formati nel 1994, un anno prima dell’esplosione dei Neri per Caso a Sanremo; ecco, fin dai nostri esordi molti ci dicevano: “Ma cosa fate? Perché un gruppo di sole voci? Ci sono già i Neri per Caso!”. Sarebbe un po’ come dire, ipoteticamente: “C’è già un gruppo rock, perché anche voi suonate rock?”. Come vedi, non si riconosce alla musica che suoniamo la valenza di genere vero e proprio. Questa è la maggiore difficoltà che abbiamo incontrato in Italia. Al contrario, è proprio il pubblico ad essere maggiormente entusiasta delle nostre esibizioni: abbiamo partecipato spesso a stagioni concertistiche incentrate soprattutto sulla musica classica, e spesso chi le seguiva era più entusiasta di noi piuttosto che di Mozart o Beethoven! Probabilmente il problema è molto antico: noi italiani, nel Rinascimento, abbiamo insegnato al mondo l’arte del madrigale e, in generale, della musica a cappella. Poi però siamo diventati la terra del melodramma, del bel canto, del solista accompagnato dall’orchestra, e la passione per gli intrecci vocali è scemata. All’estero la situazione è molto diversa, soprattutto negli Stati Uniti: ci sono tantissimi gruppi vocali o addirittura a cappella come il nostro, e il loro genere viene riconosciuto anche dagli addetti ai lavori. Infatti, sono contento che ad X Factor, format in origine americano, abbiano conservato la categoria per i gruppi vocali (non a cappella, i gruppi vocali, come i Manhattan Transfer, cantano con una base sotto): certo, poi spesso questi complessi si sono persi un po’ per strada, ma non è necessariamente colpa del genere che suonano; magari i problemi sono presenti nella band stessa. In ogni caso anche in Italia, nonostante la scarsa pubblicità, c’è una nutrita schiera di gruppi del genere: la maggior parte di essi sono bravissimi, e tutti hanno una personalità ben precisa. Alcuni sono nostri compagni d’etichetta, ossia la Preludio Music. Altri possono essere scoperti su www.solevoci.it, un sito interessantissimo che tratta, per l’appunto, solo musica vocale e a cappella.

Stefano Masnaghetti     

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