Axel Rudi Pell

Avere la possibilità di confrontarsi con Axel Rudi Pell è uno dei tanti obiettivi di chi fa della musica metal la propria passione e anche il proprio lavoro. Axel, di poche parole ma misurato e composto, ci ha raggiunti telefonicamente per discutere del suo diciassettesimo studio album, lo splendido Tales Of The Crown. Buona lettura.

 

Siamo qui per parlare di Tales Of The Crown e voglio farti le mie sincere congratulazioni per uno dei migliori dischi duemilaotto, un lavoro di cuore e di passione, l’ennesimo step emozionale della tua prolifica carriera.

Di nuovo grazie per le belle parole che mi hai riservato. Io sono convinto, so che è facile sostenerlo, che questo sia il miglior disco della mia carriera. E’ vero, un altro emotional step mi piace.

Mi piace pensare ad Axel Rudi Pell come un proselite di Ritchie Blackmore, non soltanto riguardo ai metodi che applichi sulla chitarra ma anche nei movimenti sul palco: sembrano studiati. Sono pazzo oppure c’è qualcosa di vero?

Non sei pazzo (ride, ndg). Non finirò mai di sostenere Ritchie Blackmore, è il mio maestro se vogliamo, e anche la mia prima influenza da quando sono partito per questa avventura.

E che ne pensi dei Blackmore’s Night?

Faccio fatica a vederlo suonare con una chitarra acustica, lo ammetto. Non voglio dire che quello che fa non sia di gran gusto oppure che non sia materiale buono, ma ancora oggi, personalmente, lo vedo imbracciare la sua Stratocaster elettrica. Resta il migliore, anche quando suona un’acustica, sia ben chiaro.

Ti misuri spesso con una chitarra acustica?

Si, suono l’acustica ma onestamente non sono un granchè. Nasco, vivo e certamente morirò con una chitarra elettrica, è la mia vita.

Tales Of The Crown è il diciassettesimo album in diciannove anni. Come riesci a trovare gli stimoli necessari per continuare a produrre dischi di qualità?

Mi piace comporre musica, mi piace suonare la chitarra. Per me è un lavoro ma soprattutto una passione e quando non sono in tour mi fermo a pensare sempre e soltanto a come suonerà il prossimo disco. Ti confesso che non sempre scrivo una canzone e poi la inserisco nell’album che sta per uscire: ci sono pezzi di Tales Of The Crown, per esempio, che ho scritto tre o quattro anni fa. Sono molto veloce a scrivere, non altrettanto a scegliere il materiale e a lavorarci sopra. Mi capita spesso di tirare fuori dal cassetto un’idea avuta molto tempo prima: con l’ispirazione giusta riesco ad uscirne con qualcosa di buono.

C’è un significato particolare dietro al titolo del disco?

Beh, è la classica storia tra bene e male. In questo caso la “corona” di cui si fa riferimento nel titolo e nel testo appartiene alle forze del male e ci sarà una battaglia per guadagnarne il possesso.

Te lo chiedo più che altro perchè sembra uno di quei titoloni alla Manowar…

Ok (ride di gusto, ndg).

In sede di recensione ho voluto sottolineare come l’approccio sia gradualmente più moderno rispetto al passato, ma è ben impresso il marchio di un brano che porta la firma di Axel Rudi Pell. Che ne pensi?

Concordo. Che ci sia qualche riff nuovo, moderno, è lampante. Su Crossfire per esempio o su Emotional Echoes ne puoi sentire un paio. Il disco è, in ogni caso, un chiaro riferimento al passato del gruppo: chi si è appassionato alla mia band non deve temere di restare deluso da Tales Of The Crown.

Tornando un po’ indietro nel tempo, Axel, c’è un momento della tua carriera che ricordi in particolar modo?

Certo! Il prossimo disco (ride, ndg). Quando ho ben impresso nella mia mente l’album che andrò a registrare beh… quello è il momento più bello della mia carriera di musicista. Credimi.

Due parole su Johnny Joely. E’ al top della forma, e quella di Tales Of The Crown, lo dico senza indugiare, è la miglior performance della sua carriera.

L’hai detto tu. Anche io l’ho trovato particolarmente ispirato, anche grazie alle nuove composizioni che l’hanno convinto sin dal primo momento. Non faceva altro che dirmi “mi piace questo, mi piace quest’altro”… ed è un gran bravo ragazzo. La sua performance è straordinaria, pazzesca.

Ora ho una curiosità: chi è il bambino che canta lo stacchetto finale di “Riding On An Arrow”? (e qui improvviso il refrain, ndg)

(ride, ndg) Sarai stato mica tu Gaetano? A parte gli scherzi, Johnny ha portato il suo figliolo Brandon in studio, mi ha chiesto di farlo entrare nelle registrazione e gli ha fatto canticchiare il ritornello, io gli ho dato l’ok. E’ stato davvero divertente.

Riguardo ai nuovi brani. Mi è piaciuto il groove di Riding On An Arrow, la melanconia di Higher e di Northern Lights, la potenza del pezzo più veloce, Buried Alive, e la solennità della title track. Un disco certamente vario.

E’ vero. E’ un disco vario, multicolore, un album che ha in se un sacco di stili diversi… piacerà anche per questo motivo. Sono contento che tu l’abbia evidenziato.

Bene, ora vogliamo sapere quando tornerai in Italia.

Spero prestissimo, magari in occasione di un festival… spero il Gods Of Metal, mi piace molto. Penso che la mia compagnia possa accordarsi con gli organizzatori del Gods Of Metal per il prossimo anno, anzi lo spero fortemente. L’anno prossimo saremo al Wacken Open Air, ci sarai anche tu?

Gaetano Loffredo

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