Biffy Clyro, intervista al trio scozzese al Rock In Idro 2014

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Lo scorso 2 giugno i Biffy Clyro si sono esibiti a Bologna per il day 4 del Rock in Idro 2014: salito sul palco dopo i Manic Street Preachers, il trio scozzese ha dato fuoco alle polveri con una performance bruciante concentrata nell’arco di un’ora. Il mese scorso avevamo già avuto modo di scambiare due chiacchiere con il batterista Ben Johnston, che si era dimostrato entusiasta all’idea di tornare a suonare nel nostro paese, e durante il festival abbiamo raggiunto il trio nel backstage per un saluto e qualche domanda. Vagamente arrossati dal sole, scherzosi e sorridenti, Simon Neil (voce e chitarra), Ben e James Johnston (basso) si sono seduti insieme a noi per raccontarci qualcosa di quella band che risponde al nome Biffy Clyro e che è stata fondata 19 anni fa da tre amici, tre fratelli, e che adesso è arrivata a suonare da headliner ai più importanti festival UK e a scalare le classifiche, pur conservando lo stesso spirito, la stessa passione e la stessa onestà di allora.

Nel Regno Unito e in diverse parti d’Europa ormai suonate nelle arene e siete headliner ai festival. È strano per voi dover ripartire quasi da zero in altre realtà?

In un certo senso sì, è strano, ma non necessariamente negativo. Non conta la dimensione del palco ma quanto riesci a goderti il momento mentre stai suonando. Certo, poi sono due tipi di concerti molto diversi, in qualche modo quando suoni nei club si crea un tipo di empatia diversa con il pubblico, mentre nelle arene devi impegnarti per riuscire a coinvolgere fino all’ultima fila, quindi la spettacolarità del live ha una rilevanza maggiore. Da questo punto di vista, andare in tour con band che hanno più esperienza di noi come i Muse ci ha aiutati molto a crescere. E poi dover iniziare dal basso è uno stimolo, ti aiuta a non cullarti sugli allori ma a continuare a dare del tuo meglio, in ogni singolo concerto. Siamo sempre convinti che il nostro valore si misuri in base al nostro ultimo concerto, non ci montiamo la testa. In realtà è un atteggiamento molto scozzese quello di restare con i piedi per terra. Ancora oggi, quando torniamo a casa e incontriamo vecchi amici, ci capita di sentirci dire “Come va? Non hai ancora trovato un lavoro serio?”

Facciamo un salto al 2012, quando siete partiti per gli Stati Uniti per andare a registrare Opposites. Quali obiettivi vi eravate prefissati? E adesso, due anni dopo, sentite di averli raggiunti?

Direi che già partire con l’idea di registrare un album doppio fosse una bella ambizione! [ride]Siamo arrivati in studio con le canzoni già pronte e con l’idea di sperimentare il più possibile. L’aspetto migliore di lavorare a Los Angeles è che ti trovi immerso in un ambiente ricco di creatività, sembra non esistano limiti se non quelli che ti poni tu stesso ed è sicuramente il contesto migliore per l’arte. Abbiamo registrato ai Village Studios,dove è passato un pezzo importante di storia del rock, e per noi è stata un’ispirazione, ti dà la carica e il desiderio di voler creare qualcosa che possa entrare a far parte di quella storia. Sapevamo di star facendo qualcosa di importante, che sarebbe stato il capitolo conclusivo di una trilogia, volevamo fosse epico, stravagante e che fosse onesto, che ci rispecchiasse. E ovviamente che potesse essere apprezzato!

Sei dischi, due trilogie. Avevate già quest’idea in mente o è stata piuttosto una divisione creata a posteriori?

A dire la verità, credo fosse un’idea che abbiamo sempre avuto. I primi tre album sono più strambi: agli inizi facevamo davvero di tutto per complicarci la vita e rendere la nostra musica il più complessa possibile. Era anche un modo per scongiurare la paura di non piacere e di essere etichettati. Quando siamo passati a una major abbiamo compreso che doveva cambiare qualcosa, incluso il nostro approccio, abbiamo semplificato tutto, ci siamo anche allontanati dal prog, e abbiamo iniziato a esprimerci con più serenità. Opposites è la fine di quell’era e come dicevamo prima, sapevamo che sarebbe stato così dal momento esatto in cui abbiamo finito di registrare. Abbiamo creato un finale epico a questa fase e non possiamo andare oltre in quella direzione, è ora di scuotere un po’ le cose, sempre in stile Biffy.

Stiamo già parlando di futuro, quindi quale direzione prenderanno i Biffy ora? State già lavorando su del nuovo materiale durante il tour e… insomma, in parole povere, siamo curiosi di avere anticipazioni sul nuovo album!

Sì, effettivamente siamo già al lavoro e abbiamo del nuovo materiale che non vediamo l’ora di suonare dal vivo. Ovviamente è troppo presto, però quando sono a casa ho sempre idee che cerco di concretizzare, è sempre lì che compongo, è la genesi di ogni canzone dei Biffy. Poi abitiamo tutti vicino, quindi ci vediamo sempre per provare e suonare insieme. Beh… a volte capita anche di volersi prendere dei momenti di pausa l’uno dall’altro, visto che in tour vediamo sempre i nostri brutti musi dalla mattina alla sera! [ride]Però abbiamo già una ventina di canzoni, sono ancora delle demo, una canzone che descriverei come “i Biffy incontrano i Police”, un’altra black metal… ci stiamo lavorando su. Quando fai un album e ha successo come ne ha avuto Opposites, è una grossa iniezione di fiducia e ti senti davvero libero di esplorare, di andare dove vuoi.

Ho letto su NME che hai composto il tuo primo pezzo beatbox…
Sì!

Ce ne dai un assaggio?
No! [ride]

Non pensate di coinvolgere Garth Richardson nel nuovo progetto?
Negli ultimi tre album abbiamo lavorato con lui ma come dicevamo prima, si è conclusa una trilogia, è ora di andare avanti e cambiare anche sotto quel punto di vista. In realtà è ancora presto per parlarne ma Garth è stato un collega e soprattuto un amico validissimo. Ci ha insegnato la virtù della pazienza. Ci ha fatto comprendere quanto sia importante avere la pazienza di ricercare e trovare il sound giusto, di aspettare che una canzone sia come la desideri. Ci ha insegnato cosa vuol dire registrare un album, che è completamente differente dal suonare dal vivo. Quello, e poi l’hockey!

Parliamo un po’ di oggi. E’ la prima volta che suonata ad un festival italiano e la prima volta che tornate nel nostro paese dopo i concerti di dicembre 2013. Quali sono le vostre aspettative?
Vogliamo abbronzarci! [ridono]So che può sembrare una banalità ma siamo davvero grati al pubblico italiano perché è sempre calorosissimo nei nostri confronti. Quando siamo venuti lo scorso anno è stato sorprendente, ci siamo divertiti tantissimo. Non importa su quali palchi hai suonato, è sempre la stessa emozione vedere un pubblico che canta le tue canzoni ed è tanto appassionato, che restituisce tanta energia. Siete davvero folli, lo dico nel senso buono del termine!

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