Billy the Kid, intervista per l’uscita del nuovo disco “Horseshoes & Hand Grenades”

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Billy Pettinger, in arte Billy the Kid, è un’artista completa e sfaccettata. Musicalmente prolifica sin dalla più tenera età, è cresciuta influenzata dallo scenario punk della sua Vancouver, tra concerti di NSFO e DOA, cullata dai venti della generazione Babes in Toyland e poi Nirvana in arrivo dagli States, sino a farsi stregare da Ryan Adams e Neil Young. Di pari passo, la sua carriera di cantautrice si è evoluta, partendo dalla (migliore) cover band dei Ramones in circolazione in Canada, per poi pubblicare tre album di inediti con la sua band, Billy and the Lost Boys. Conclusa una fase, la transizione è stata rapida prima che Billy iniziasse a comporre e pubblicare i suoi album da solista dal taglio cantautoriale, sempre secondo un’etica DIY e aiutata dai suoi fan, che hanno finanziato la registrazione dei suoi ultimi dischi.

Quest’anno un altro capitolo si è aperto per Billy: galeotto fu l’incontro con Frank Turner nel freddo di Toronto, da cui è scaturita un’amicizia segnata dalla stima reciproca, a livello umano e artistico, e che è risultata nello splendido album “Horseshoes & Hand Grenades”, uscito lunedì scorso 8 settembre 2014 per la Xtra Mile Records. Primo sforzo produttivo per Turner, che nella Xtra Mile ci è letteralmente cresciuto, prima release per un’etichetta di casa in UK per Billy, e un’alchimia tra due menti che è evidente sin dal primo ascolto. “Frank è una bella persona e un musicista di grande talento,” ci racconta Billy, che abbiamo raggiunto per fare due chiacchiere. “Ci siamo divertiti molto, ricordo di aver riso tanto in studio.” Toccanti ballate si alternano a brani carichi di energia, retaggio di un passato punk impossibile da accantonare, a confezionare un disco che si attesta come uno dei migliori prodotti del genere dell’anno. Un album che si auto-invita all’ascolto reiterato (qui la nostra recensione del disco), e che ci ha fatto sorgere gran curiosità nei confronti della Billy individuo/artista.

Secondo te, qual è il maggior contributo apportato da Frank al disco, la differenza rispetto ai tuoi lavori precedenti?

Sul disco, suona la chitarra acustica più di me! Io suono le parti di chitarra elettrica, lui ha suonato il basso e Nigel Powell, il batterista della sua band The Sleeping Souls, ha suonato la batteria. È stato registrato tutto “dal vivo”, contemporaneamente, ed è stata un’esperienza entusiasmante. Lui suona anche un po’ il piano e l’armonica, quindi ci siamo alternati anche lì. Come membro della band, è eccezionale!

Tutte le canzoni presenti nell’album sembrano scaturire da una fonte di ispirazione totalmente diversa e mettono in luce le tue splendidi doti narrative. Ci sono delle esperienze o dei temi specifici che tendono a ispirarti maggiormente? E quali canzoni del disco ami di più?

Scrivo ogni qual volta ne ho la possibilità, e anche in questo caso, è così che è andata, mi sono seduta e ho composto delle nuove canzoni. Senza dubbio, vi ho riversato dentro tutto il mio cuore. Credo sia una responsabilità dell’artista, quella di “andare a fondo”, altrimenti che senso ha? Frank mi è stato di grande aiuto nello scegliere le canzoni (avevamo 36 demo tra cui scegliere) e secondo me siamo riusciti a registrare le canzoni giuste che hanno permesso al disco di essere un lavoro organico ma non noioso né ripetitivo… almeno lo spero!

In studio, molte parti sono state registrate “al primo tentativo”. Credi che questo tipo di “spontaneità” possa influenzare in positivo un buon disco? E come musicista, segui maggiormente il tuo istinto o sei una persona che tende ad analizzare ogni singolo aspetto?

Ora posso dire di essere una persona che si affida all’istinto ma non è sempre stato così. Prima mi lasciavo coinvolgere troppo, volevo aggiustare e continuare a modificare tutto finché non lo ritenevo perfetto. Adesso sono un po’ più sciolta e aperta all’idea che le cose possano essere diverse a seconda della situazione, contenendo persino dei difetti. Voglio solo vivere una vita serena e felice, e per farlo è necessario accettare che le cose seguano un loro corso. Quest’ottica, tra l’altro, rende il lavoro in studio molto più eccitante e divertente. Credo che in qualità di esseri umani, a volte tutti lasciamo che i nostri cervelli prendano il controllo di situazioni che al contrario potrebbero essere già perfette, se solo ascoltassimo il nostro cuore. E dopo tutto, sono solo canzoni… non esiste una risposta esatta e una sbagliata.


Eri sul punto di abbandonare la musica, o per lo meno di abbandonare la carriera da musicista. Adesso che hai stretto un sodalizio con la Xtra Mile Recording, hai cambiato approccio? Cosa vedi nel tuo futuro?
Oh, sì. Ho sempre desiderato comporre canzoni ma per me il punto non è mai stato pagare le bollette, con quelle canzoni, non è mai stato per denaro. Sono completamente felice anche di cantare per il mio gatto. Detto questo, ora che ho visto com’è e cosa significa, è davvero un sogno che si avvera. Spero di poter continuare a suonare in tour e a fare degli album. All’inizio, il deterrente, ciò che mi tratteneva dal fare musica a tempo pieno, era che… registrare è davvero costoso! Ho pensato che mi serviva un “lavoro vero” se volevo continuare a farlo! [ride]

Per i tuoi lavori precedenti, hai fatto ricorso al crowdfunding. Credi che questo sia un futuro percorribile per fare musica, soprattutto per gli artisti emergenti?

Credo che se si vuole fare qualcosa, bisogna trovare una soluzione. Nessuno la troverà al posto tuo, soprattutto quando si tratta di fare dischi punk rock o cantautoriali. Le campagne di pre-ordine sono sempre e solo state dettate dalla necessità e, per fortuna, hanno funzionato e sono riuscite a rafforzare la comunità di persone che mi circondano. Spero che questo metodo continui a funzionare anche per altri, perché non so se a questo punto avrei ancora la possibilità di pubblicare album, se non fosse stato per l’aiuto dei miei fan.

Di recente, sei stata in tour con Chuck Ragan, con una tappa in Italia per un concerto a Milano. Per quanto riguarda l’esibizione dal vivo, cos’hai imparato da Ragan – e da tutti gli altri musicisti con cui sei stata in tour? E più in generale, qual è il tuo approccio alla performance dal vivo?

Ogni sera è diversa. Se c’è qualcosa che non funziona alla perfezione, c’è sempre un altro concerto. Bisogna trarre il meglio da ogni situazione, a volte è meraviglioso ma altre volte non riesci a replicare l’esibizione della notte prima. Cerco di aggrapparmi all’idea che ogni sera sia un’entità separata: non sai mai cosa può accadere. Chuck è la persona migliore sulla faccia della terra, spero di aver imparato una o due cose da lui su come essere una persona migliore, perché per quanto mi riguarda, lui è il massimo. Sono contenta di avere già esperienza, perché in tour capita di incontrare tante persone che chiaramente non amano farlo, riesci a leggerglielo in viso, e credo sia un enorme peccato. Nel corso degli anni, se non altro, ho imparato a godermi il viaggio il più possibile, in ogni circostanza. Vado sempre a visitare una nuova città, o ad ascoltare una nuova band, o vado alla festa post-concerto, perché così non avrò rimpianti. Credo che sia questo che imparato dalle tante persone felici e divertenti che ho incontrato in tour negli anni.

Scrittrice, cantautrice, musicista, ma sei anche una pittrice di talento. Quando hai iniziato a dipingere e che ruolo ha la pittura nel dispiegare a pieno il tuo potenziale creativo?

Ho iniziato a dipingere un anno fa, circa, e lo adoro. So che impiego una parte diversa del mio cervello ma credo di utilizzare anche la stessa parte di tutti i lavori creativi, se ha senso… Dipingere è praticamente la sola cosa che riesco a fare per dodici ore di fila senza neppure accorgermene.


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