Brian May, Roger Taylor (Queen, Press Conference)

Foto di Riccardo Canato

Dopo anni di speranze, illusioni e smentite ora è davvero ufficiale: “We Will Rock You”, musical dei Queen, dopo aver toccato i maggiori paesi europei e mondiali e dopo aver frantumato ogni tipo di record sbarcherà finalmente in Italia.

9 maggio 2009

La notizia circolava ormai da settimane ed i bandi di concorso indetti da Barley Arts, atti a cercare i protagonisti dello spettacolo, hanno infiammato Milano e creato qualche piccola ed inutile polemica legata alla ristrettezza degli stessi. Era impensabile permettere a chiunque di partecipare a provini di questo tipo: qui non si preparava un reality, ma il musical di maggior successo degli ultimi quindici anni; la scelta tra professionisti non poteva che portare al livello massimo di talento possibile e poi provate a pensare a quanti si sarebbero presentati solo per vedere May e Taylor senza saper fare nulla…
Sì perché la cosa incredibile è che i due componenti della storica band inglese, la più collezionata di sempre, hanno personalmente curato la scelta dei protagonisti insieme all’ottimo team composto dal regista italiano Maurizio Colombi, Claudio Trotta di Barley Arts e da gran parte dello staff originale. I due musicisti, invece di delegare il compito della selezione a qualcuno di fidato, come avrebbe fatto chiunque altro, sono stati quasi dieci ore consecutive a controllare di persona la scelta di ogni componente. Basta questo a garantire la qualità assoluta di tutto il progetto.
Detto ciò, arriviamo alle cose che contano davvero. Come largamente ipotizzato, la versione italiana di “We Will Rock You” si terrà presso l’Allianz Teatro di Assago, che ha ospitato i musical di maggior successo degli ultimi anni ed è già stata ufficializzata la presenza degli stessi Brian e Roger  alla data di apertura del 4 dicembre 2009 (ancora non sappiamo se solo in veste di spettatori o, come pare probabile, come guest star dello show). L’ennesima buona notizia riguarda le canzoni: fortunatamente non verranno tradotte in italiano (già tremavo all’idea di cose tipo “gara in bicicletta”), mentre in italiano saranno logicamente i dialoghi tra un pezzo suonato e l’altro. Insomma, il musical pensato per la prima volta a metà degli anni ’90 da Jim Beach, storico manager del gruppo, ideato nel 2002 ad opera di Ben Elton e prodotto dalla Tribeca di Robert De Niro giunge finalmente in Italia. Per fare la storia.

Conferenza stampa
Chi meglio dei Queen (o perlomeno di ciò che rimane di essi) poteva presentare alla stampa nazionale un evento di tale importanza come lo sbarco di “We Will Rock You” sul suolo italico? Domanda scontata, la cui risposta però ha preso in contropiede più di un addetto ai lavori. Soltanto pochi giorni prima dell’evento, infatti, si è venuto a sapere che il Rolling Stone, vero tempio della musica milanese, aveva in serbo l’ultima sorpresa della sua gloriosa storia prima della chiusura definitiva: essere la sede di tale presentazione. Location suggestiva permeata dunque di quella poesia che solo la fine di alcune storie può portarsi dietro. Il resto lo hanno fatto il batterista e il chitarrista di uno dei 4 o 5 gruppi più amati della storia della musica.

Brian May: Buongiorno Milano, grazie per essere venuti, ma soprattutto grazie per l’incredibile entusiasmo che ogni volta dimostrate nei nostri confronti. Dovremmo esserci abituati ormai, ma sembra davvero ci sia qualcosa di magico tra i Queen e l’Italia. Ieri era talmente tanto l’entusiasmo mentre eravamo intenti a scegliere gli attori e i musicisti definitivi per il musical, che a volte stentavo a crederci ed abbiamo inoltre avuto modo di notare l’enorme talento di ogni partecipante alla selezione. E’ un grande onore essere qui ad iniziare questa nuova grande avventura che sarà “We Will Rock You” a Milano. Questo perché non sarà affatto uguale a quello di Londra, ma sarà permeato della storia e in qualche modo della cultura di questa grande città. Se avete domande di qualsiasi genere siamo qui per voi. Voglio aggiungere solo una cosa prima delle domande. E’ stupendo, ma allo stesso tempo triste trovarsi in questo storico locale che da stasera chiuderà definitivamente. Ma il rock sopravviverà (e tira un pugno sul tavolo per spronare i presenti ndr).

Foto di Luca Garrò

Tanti artisti rock hanno provato a portare in scena musical basati sulle proprie canzoni, ma nessuno è riuscito minimamente ad avvicinarsi al vostro successo. Vi siete chiesti perché?
BM: sai, è una storia molto lunga quella che precede la nascita di questo musical. Già intorno al 1986 abbiamo avuto il primo pensiero a riguardo, ma l’idea iniziale era quello di uno show basato sulla nostra carriera. Abbiamo subito capito però che la cosa non era così elettrizzante (ride) e abbiamo abbandonato il progetto. Il problema è stato che il nostro manager Jim Beach ha continuato ad insistere ed insistere sul fatto che avremmo dovuto realizzarne uno, che la nostra musica si prestava ad un’operazione del genere. La vera idea geniale l’ha avuta poi Ben Elton che, invece di rivolgersi al passato, ha pensato bene di ambientare la storia nel futuro; un futuro in cui l’esistenza del rock ‘n roll è in serio pericolo e in cui solo la voglia di rimpadronirsene dei ragazzi fa sì che questo non scompaia.
Roger Taylor: la difficoltà maggiore è stata proprio quella di riuscire ad ottenere un musical che fosse prima di tutto uno spettacolo rock. Qualcosa in cui gli elementi tipici della nostra musica e del nostro modo di concepirla si fondessero con quelli classici di questo genere di show.
BM: è stato un fantastico viaggio per noi, qualcosa di davvero sperimentale. Riuscire ad unire rock e musical è stato qualcosa di speciale che non saremmo riusciti ad ottenere senza lo splendido team da cui siamo stati circondati in questi anni. Come non saremmo riusciti a farlo senza lo splendido apporto di Claudio e Maurizio che sono stati eccezionali con noi. Inoltre dobbiamo ringraziare gli artisti che ogni sera suonano, cantano rigorosamente dal vivo rischiando in prima persona e rendendo il tutto così eccitante.
RT: siamo rimasti totalmente sbalorditi dal livello dei musicisti e degli attori italiani che Claudio e Maurizio avevano già selezionato in precedenza. Assolutamente fantastici. Da non credere. Fantastico, davvero.

Ascoltando le vostre considerazioni sulla fusione tra rock e musical non ho potuto che pensare ad un gruppo come i Cubes, che hanno portato avanti la loro idea di teatro musicale senza curarsi delle mode o di quello che li circondava.
RT: I Cubes sono stati di certo dei pionieri in questo tipo di spettacolo, ma mi viene in mente anche Alice Cooper, fin dall’inizio della carriera molto teatrale.

Visto che avete detto di aver pensato per la prima volta ad un musical quando ancora la band era al completo, pensavate di poter recitare in prima persona le vostre parti? Questo non è poi avvenuto a causa dei tragici eventi che vi hanno travolto?

RT: credo ci siano in giro fin troppi musicisti convinti di saper fare gli attori (risata)! Noi a questo abbiamo sempre risposto di no e continuiamo a farlo!

Foto di Luca Garrò

Girando il mondo per curare le varie produzioni avete avuto modo di incontrare molte cover band dei Queen? Ma soprattutto qual è lo stato attuale della band?
BM: Sì ne abbiamo incontrate davvero molte, anche se voglio sottolineare che i musicisti non sono stati scelti per forza tra gruppi di cover. E’ successo, ma non è stata la regola. Come sapete abbiamo appena finito un tour mondiale che è passato anche qui in Italia, in questo momento però siamo più impegnati nella promozione e nello sviluppo di questo musical. D’altra parte dobbiamo dedicare un po’ di tempo anche alle nostre famiglie. Alla nostra età non è bello stare perennemente in tournée, dobbiamo anche ritagliarci momenti per noi e i nostri cari.
RG: Voglio sottolineare il fatto che in Italia abbiamo trovato ottime tribute band a cui devo fare nuovamente i complimenti. Per il resto posso solo dirvi che non ho certo voglia di smettere di suonare e farò qualsiasi cosa per partire al più presto a suonare dal vivo!
BM: oh, ti prego non subito però (risata)! Ci tengo a precisare che comunque non vediamo l’ora di mettere mano al nuovo materiale che abbiamo e che siamo assolutamente intenzionati a produrre un nuovo album. Semplicemente per ora ci dedichiamo ad altro. Io per esempio ho appena terminato il mio nuovo libro che tratterà della storia della fotografia ed è una cosa di cui vado molto fiero.
Per “We Will Rock You” ci fidiamo ciecamente del lavoro di Claudio e Maurizio, che lo stanno curando egregiamente. Siamo coinvolti attivamente, giorno per giorno nella costruzione di tutto e il loro aiuto è di vitale importanza. Siamo stati aggiornati quotidianamente sui progressi della produzione e spero che possa capitare di partecipare in prima persona allo svolgimento di qualche serata particolare. A Londra ci è capitato più volte di suonare in occasione di anniversari e proprio per il settimo anno saremo presenti sul palco del Dominion Theatre.

Volevo sapere se si tratta di un caso il fatto che “We Will Rock You” sbarchi in Italia esattamente a 25 anni dalla vostra prima venuta nel nostro paese.
BM: Oh, certo che no! Non abbiamo assolutamente pensato ad una cosa del genere! E’ semplicemente capitato, mi piacerebbe dirti che ci sia stato dietro chissà quale progetto, ma non sarebbe vero!

Quando è avvenuto il primo approccio alla versione Italiana?
BM: Quando abbiamo pensato a questo per la prima volta? Te lo farò raccontare da Jim Beach in persona! Vieni Jim, raccontalo tu!
Jim Beach (manager): E’ un storia noiosa e troppo lunga che vi tedierebbe a morte e non sarò certo io a farlo (risata generale). L’unica cosa che posso dirvi è che cose come questa nascono solo nel momento in cui gli ingredienti sono tutti presenti: un ottimo teatro, dei collaboratori fidati e persone che non siano troppo legate al musical in senso classico, né tanto meno al tipico live show. Questo era il momento giusto.

Sarete presenti alla premiere il 4 dicembre?
A questa domanda possiamo rispondere senza dubbi: saremo di certo presenti alla prima assoluta dello show qui in Italia.

Avete detto di avere un rapporto esclusivo con l’Italia. Immagino sia dal punto di vista musicale, delle vostre esperienze qui, sia a livello personale. Quali sono allora queste esperienze che vi legano così tanto a questo paese, quali i luoghi o gli avvenimenti.
RT: anche l’ultima volta che siamo venuti a suonare qui siamo rimasti sconvolti dall’entusiasmo, dal calore che sapete mostrarci. C’è un legame per il quale l’unico termine che mi viene in mente è “amicizia”. Questo è di certo l’aspetto che più ci lega a voi. E poi devo dire che i cantanti migliori tra il pubblico li troviamo qui. In nessuna parte del mondo il pubblico è così intonato ed alto!

Curiosamente questo è l’anno delle celebrazioni di Galileo Galilei, quindi pensavo potreste anche essere finanziati dagli organizzatori per via del vostro stretto legame con lui…In ogni caso, volevo sapere come ci si sente a sapere che negli ultimi settant’anni la canzone più trasmessa al mondo non sia una dei Beatles o degli Stones, ma Bohemian Rhapsody.
BM: Sono sempre nervoso nel commentare questa notizia…Come potete immaginare noi abbiamo ancora degli idoli, che poi sono quelli di quando abbiamo iniziato a suonare: Beatles, Jimi Hendrix, Led Zeppelin. Sapere che la gente ci ama a tal punto da votare ogni volta la nostra canzone più delle altre è una cosa che ci mette i brividi, ma che riempie di orgoglio.

In quali condizioni vi siete trovati a suonare a Roma nel 2005 nel giorno delle celebrazioni del funerale di Papa Giovanni II?
BM: Uno dei ricordi più forti che ho dell’Italia è proprio quello del 2005. Abbiamo pensato moltissimo se fosse il caso di suonare in un’occasione come quella e la decisione di farlo è stata dettata dall’amore verso i nostri fan. Vedere l’arena stracolma ci ha riempito di gioia e ci ha fatto capire di aver fatto la scelta più giusta. L’abbiamo fatto con enorme rispetto per l’uomo e per la carica che aveva ricoperto in modo così egregio. Una cosa che ricordo con un po’ di imbarazzo è il momento in cui, suonando un brano, ho accennato all’importanza del momento e la gente ha iniziato ad inneggiare a Freddie. Lì ho capito che prima di pensare al Papa avevano pensato a lui e questo è stato strano! Non ci siamo mai esposti in maniera netta in ambito religioso perché crediamo che ognuno debba seguire i propri sentimenti e le proprie idee senza dover essere influenzato o costretto a farlo per forza.
RT: per quanto mi riguarda, parlando di Chiesa, posso solo dire di essere sempre stato dalla parte di Galileo!
BM: ah, di certo era lui ad avere ragione!

Essendo chiaro che in questo caso sono le musiche a trainare lo spettacolo e non viceversa, come invece accade solitamente nei musical, come vi siete mossi a livello di arrangiamento dei pezzi? Nel caso della versione italiana avete in qualche modo modificato qualcosa?
RG: la storia è perfettamente integrata con le musiche, non sono in alcun modo separate, anche se sono le prime a ricoprire la parte del padrone. Logicamente io e Brian abbiamo curato completamente gli arrangiamenti di ogni pezzo.
BM: sono davvero dispiaciuto del fatto che Ben Elton non sia qui, visto che il suo apporto è stato fondamentale per la riuscita di tutto ciò. Come ha detto Roger abbiamo partecipato ad ogni fase della nascita dell’opera e di ogni arrangiamento che sentirete. Possiamo addirittura dire che la “Famiglia Queen” si sia allargata in questi anni poiché abbiamo lavorato con professionisti che sono diventati per noi come dei fratelli.

Chi ha rischiato di morire spesso racconta di come, nell’arco di pochi secondi, si possa veder passare davanti ai propri occhi l’intera vita. A me è successo dando la mano a Brian May.
God Save The Queen.

Luca Garrò

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