Cradle Of Filth, Dani Filth: suoniamo musica teatrale e cinematica

È imminente l’uscita del nono album dell’ormai storica extreme metal band inglese, “Darkly, Darkly Venus Aversa”. Per l’occasione abbiamo avuto la possibilità di fare una chiacchierata telefonica con un influenzato ma gentilissimo Dani Filth.

Cosa ci puoi dire riguardo al processo di composizione di “Darkly, Darkly, Venus Aversa”?
Dunque, l’album è stato composto in cinque mesi circa, fra novembre 2009 e marzo 2010. Abbiamo iniziato a comporre ‘a distanza’, perché non viviamo tutti nello stesso posto. Successivamente, però, ci siamo trovati a registrare ai Monkey Puzzle Studio nel Suffolk; un luogo isolato nella campagna inglese, perfetto per creare la musica del disco. La cosa interessante è stata che, sebbene “Darkly, Darkly, Venus Aversa” sia un concept, l’idea mi è venuta dopo aver già steso alcuni pezzi, e solo allora mi sono reso conto che il concept su Lilith era la direzione giusta da intraprendere.

Ecco, rimanendo in tema, puoi dirci qualcosa in più sulle tematiche trattate nel disco? Come avete utilizzato la figura di Lilith?
Innanzitutto c’è una differenza fondamentale rispetto alle opere a tema che abbiamo composto in passato, compreso il nostro album precedente, “Godspeed On The Devil’s Thunder”: in questi lavori il personaggio di riferimento non si distaccava mai dal contesto storico nel quale era originariamente vissuto, si trattava ‘semplicemente’ della messa in musica di narrazioni preesistenti, che noi ci limitavamo a rielaborare artisticamente. Con “Darkly, Darkly, Venus Aversa”, al contrario, abbiamo creato una storia interamente originale: certo ci siamo basati sulle fonti storiche, ma il nostro intento è stato far rivivere il mito della dea Lilith nella nostra epoca, una sorta di resurrezione di un’antica divinità babilonese in un contesto del tutto differente da quello originario. In breve, si tratta di un racconto dell’orrore gotico – vittoriano che si nutre di un’antica leggenda, la quale peraltro ci ha sempre affascinato.

Sono rimasto colpito dalla violenza e dalla velocità dell’album, forse uno dei vostri più feroci mai scritti a livello sonoro: perché una scelta così radicale?
Beh, in quanto a violenza espressiva neppure i predecessori scherzavano…però è vero, era da molto tempo che non componevamo pezzi così rapidi. Ma non è stata una cosa voluta, probabilmente abbiamo sentito che era giunto il momento di recuperare certe atmosfere che avevamo esplorato in dischi come “Cruelty And The Beast” e “Dusk…And Her Embrace”; tra l’altro ci eravamo messi proprio a parlare di questi album mentre stavamo registrando. Rispetto a un tempo ci sono comunque molte differenze, il nostro stile si è ovviamente evoluto, in particolare nell’uso delle tastiere, che ora hanno un ruolo ancor più importante che in passato, anche nei momenti più brutali delle canzoni, quando ci siamo avvicinati a soluzioni che ricordano da vicino le nostre prime opere. Tuttavia, ripeto, non è stato deciso nulla a tavolino, probabilmente su tali scelte ha pesato l’isolamento dello studio di registrazione, che ci ha permesso di concentrarci esclusivamente su noi stessi e sul nostro tipico stile.

Sebbene si tratti di un concept, sei maggiormente legato a qualche canzone in particolare, oppure ognuna di esse riveste la stessa importanza nell’economia del disco?
Ognuna di esse rappresenta un tassello imprescindibile. Tanto che ora, a disco ultimato, non riuscirei neppure a pensare a un ordine diverso dei brani o alla mancanza di uno di essi. Però è inutile negare che si hanno sempre delle preferenze, c’è sempre quel particolare episodio che ti piace di più, che ritieni sia riuscito meglio, o che possiede quel ‘certo non so che’ grazie al quale lo ami fin da subito. Io, ad esempio, sono stato subito conquistato da “Deceiving Eyes” e “The Persecution Song”.

Ormai avete una lunga carriera alle spalle, quasi ventennale. Quale ritieni sia stato il punto di svolta per i Cradle Of Filth, quello in cui vi siete sentiti realizzati al 100%?
Dovendone indicare solo uno, direi che con “Midian” abbiamo raggiunto un’altra dimensione, una completezza d’insieme che prima ci mancava. E, soprattutto, abbiamo compreso che la nostra impresa musicale funzionava, avevamo davvero creato uno stile personale e solamente nostro. Tutto questo, unito al fatto che con “Midian” abbiamo avuto ottimi riscontri di vendita e che il nostro nome è iniziato a circolare in ambienti che non pensavamo potessimo raggiungere, mi fa propendere per questo come momento fondamentale nella nostra storia.

Riprendendo il discorso sullo stile, gli arrangiamenti sinfonici sono da sempre una vostra caratteristica peculiare: avete per caso qualche compositore, o scuola, di riferimento? E, personalmente, tu hai dei compositori classici preferiti?
Certo la classica è stata una delle nostre fonti d’ispirazione. Tuttavia non c’è nessun nome in particolare che ci abbia ispirato, abbiamo sempre cercato di essere noi stessi in ogni pezzo che componevamo. In quando a me, certo non ascolto classica tutti i giorni, ma conosco comunque alcuni compositori che mi piacciono particolarmente, soprattutto Orff e Stravinsky. In più adoro il vostro Simonetti e quanto ha fatto con i Goblin, anche se non si tratta propriamente di un compositore di musica classica.

Rimarcando ancora una volta i vostri tratti distintivi, credo che quello più particolare sia individuabile nella capacità che avete avuto di trasporre il romanzo gotico inglese nel black metal, differenziandovi così dal classico black di matrice scandinava: cosa pensi di questo?
È un’osservazione che ci è stata fatta già altre volte. Sicuramente questo è molto importante per quanto riguarda i temi che affrontiamo nei nostri testi, però più in generale credo che la nostra novità sia stata quella di portare nel black metal un tocco di colore. Per usare un paragone visivo: la tipica scuola norvegese è basata su contrasti netti, band come Darkthrone e simili suscitano visioni in bianco e nero; noi, al contrario, utilizziamo l’intera scala cromatica, ‘dipingiamo’ a colori. Con questo non voglio dire che siamo superiori, anzi: anche usare solo il bianco e nero è difficile e si possono raggiungere grandi risultati. Semplicemente questa è stata la nostra forza e la nostra differenza.

Hai parlato della scena norvegese. Ma, in generale, quant’è cambiato il metal estremo rispetto ai vostri esordi nei primi anni Novanta?
Oh, è cambiato quasi tutto. Soprattutto, il metal estremo si è espanso e si mescolato con altri generi, il pubblico che lo segue è aumentato ed è molto più eterogeneo. Sai, vent’anni fa era tutto molto più rigido, i vari stili erano molto più definiti. Oggi invece, probabilmente anche a causa di internet, i ragazzi che iniziano a sentire metal ascoltano indifferentemente i grandi gruppi storici, come Metallica e Slayer, e altri più recenti come Slipknot, Trivium e via di questo passo. Non esistono più pubblici chiusi, che ascoltano solo un genere, adesso i nostri stessi fan ascoltano anche nu metal e persino metalcore. E, altro cambiamento non da poco, le ragazze appassionate di metal sono aumentate esponenzialmente, anche perché parte dell’extreme metal si è ‘alleggerito’ e ha inglobato più elementi melodici rispetto al passato, e questo ha favorito il loro avvicinamento. Alcune nostre nuove fan, ad esempio, hanno iniziato con gli HIM e sono arrivate fino a noi. Insomma, è davvero un altro mondo.

Cosa volete ottenere con la vostra musica? Quali sono le vostre ambizioni artistiche?
Ricollegandomi a quello che avevo detto sull’uso del colore, noi componiamo musica che vuole caratterizzarsi per gli intensi contrasti cromatici, in grado di padroneggiare tutte le varie sfumature che servono per ritrarre emozioni quali la paura, la passione, il terrore, l’angoscia, certo erotismo romantico e allo stesso tempo decadente. E oltre a questo, è importante per noi che nei nostri dischi non manchi mai una spiccata componente teatrale, in grado di emozionare l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota, e di renderlo partecipe della storia che stiamo narrando (ecco perché spesso ci dedichiamo ai concept). Non da ultimo, è un nostro obiettivo anche comporre musica cinematica, in grado di suggerire immagini, che possa funzionare come commento anche per un ipotetico film. Il rapporto con le arti visive è fondamentale per noi, ecco perché curiamo molto anche l’artwork dei nostri lavori, giriamo video, registriamo DVD, c’interessiamo dell’aspetto scenico dei concerti e, in generale, c’interessiamo a tutto quanto possa colpire l’occhio.

Stefano Masnaghetti

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