Damiano Fiorella allo specchio. Prima un uomo, poi un musicista e la cultura come nutrimento dell’Anima

Non cambia il pelo e cadono i vizi, ma li raccoglie… Viaggio sotto il cappello di Damiano, in ascolto dell’urlo interiore, alla ricerca di una redenzione culturale, tra amore e rispetto per la Vita.

 

 

“Immergetevi nella vostra Arte ascoltando la vostra Anima” disse un antico saggio genio barbuto che portava il nome di Leonardo da Vinci. E proprio questa frase sembra essere la pelle che riveste lo Spirito di Damiano Fiorella. Occhi grandi e curiosi, voce calda e serena, barba e capelli sinceri, sembra quasi che un pittore si sia sbizzarrito nel tingere il suo viso con corposa, vivida tempera lucente. Per ogni segno ed ogni espressione un’esperienza di vita vissuta, con il coraggio di chi sente il respiro del vento camminare sempre al suo fianco, con la luce di chi non abbandona mai un sogno e per quel sogno lavora, tra soli e lune, seminando un campo di stelle da annaffiare col sudore. Se sulle ossa è scolpita la memoria dell’umanità, quelle di Damiano risuonano con naturalezza, generando qualcosa che va oltre la musica, che nasce dall’urgenza di non tacere lo schifo, ma anche l’infinita bellezza di cui è capace l’essere umano. Qualcosa che va oltre il suono e le parole, che sgorga sincero dall’Anima e s’irradia nel Corpo. Qualcosa che ti fa scoprire che, anche dentro uno schermo tv, al di là delle strategie mediatiche, un artista è e deve essere prima di tutto una persona che vive.

Quali pensieri porta con sé, nella sua valigia, Damiano? Attimi preziosi, nel tempo di un pranzo, in cui incrociamo colorate parole per far capire che non si può stare zitti quando la società tenta di fare scolorire i nostri abiti e con loro le nostre Anime. In un periodo storico in cui la maggior parte delle persone sembra avere negli occhi solo il fumo delle proprie ceneri, noi ci mettiamo in ascolto dell’odore della nostra carne che brucia. E se sta bruciando significa che è ancor viva e presente!

Qui, Damiano Fiorella si mette in gioco insieme al suo singolo “Anima”, che dà il nome all’EP uscito il 4 dicembre per Sony.

Damiano, hai iniziato a cantare in un coro in chiesa. Cosa ti rimane di quell’esperienza?
“Ah, mi rimane ben poco se non la passione per un certo tipo di musica sacra come quella di Palestrina e Monteverdi. Avevo 14 anni e il repertorio era del ‘400, musica forbita e in latino. Avevo già problemi con l’inglese figurati con il latino! Comunque mi è servito per l’intonazione e mi ha dato una forte educazione musicale, che mi è poi servita anche per entrare alla Civica Scuola di Jazz di Milano.”

Mi ha colpita quello che hai detto a X Factor, nella presentazione che ha preceduto l’esibizione per il lancio del tuo singolo “Anima”, cioè che prima ti guardavi allo specchi e non sentivi di avere un’identità, mentre ora ti guardi e vedi un cantante…
“Sai, qualche anno fa, quando facevo il tecnico, per convincermi che un giorno avrei potuto vivere solo di musica, avevo scritto sulla carta d’identità “Musicista”, ma non è bastato ad aiutarmi nella mia “schizofrenia”. Per permettermi di suonare ho trovato dei lavori che duravano 7 mesi e poi mi lasciavano libero. Ogni giorno mi svegliavo ed ero una cosa diversa, tecnico, imbianchino e così via. Stavo rischiando la schizofrenia. Adesso mi sveglio, mi guardo allo specchio e, come prima cosa, vedo un uomo, poi un musicista.”

Come è capitato a te, tanti artisti quotidianamente affrontano la frustrazione di non riuscire a vivere della propria arte, del proprio progetto e spesso abbandonano il sogno…
“Già, si crea una sorta di sofferenza e tanti si fermano. Io sono sempre stato tendenzialmente squattrinato. Guadagnavo i soldi giusti per vivere, ma non potevo fare progetti. Però ho avuto la fortuna di trovare persone che mi hanno sostenuto economicamente perchè pensavano che qualcosa di buono sarebbe uscito. A stare senza una lira mi sentivo in un mondo da ‘900, un po’ come Van Gogh. Un artigiano della musica, un cantautore deve mangiare pane e merda per vivere e creare qualcosa di un certo spessore. Se invece vive nel benessere è più alto il rischio di scrivere cagate! Un ingrediente importane per scrivere bene è l’offesa, insieme al dolore e al disagio.”

Forse, raggiunta una certa età, raggiunto l’equilibrio tra corpo e anima, mente e spirito, si ha un bagaglio tale da poter essere tranquilli e attingere alla biblioteca della propria vita per creare senza dover per forza essere tormentati. Si ha poi una memoria fisica istintiva, che, se ben coltivata, ci aiuta a dare vita a cose incredibili…
“Certo! La memoria istintiva deve essere naturale ed emerge quando deve uscire. In “Anima” ho cantato anni di offese e rabbia accumulate ed è la memoria istintiva che ha agito in questo caso.”

Parlando proprio del tuo singolo, il testo è molto ermetico e, sebbene sia apparentemente semplice, non è facilmente comprensibile, non essendo scontato e giocando molto con le parole e le sonorità che incombono, ma anche si trattengono.
“Infatti “Anima” non è per nulla poetica e non è di facile comprensione. E’ come un conato di vomito. C’è un po’ di rabbia. Secondo me siamo in un momento storico, sociale e culturale molto preoccupante. Non esiste più la cultura e senza cultura non può esistere il gusto. La gente ammazza il vicino solo perchè un bambino fa troppo casino. Bisogna capire che la cultura salva le vite. E in questo periodo di crisi, che pare durare da un’eternità, “Anima” è un invito a provare fastidio per queste cose, almeno per chi capisce la canzone.”

Quindi la cultura come nutrimento dell’anima?
“Decisamente sì! Proponendomi di interpretare Redemption Song, Luca Tommassini aveva fatto una ricerca sul concetto di redenzione e abbiamo scoperto che nasce dagli antichi Greci che erano convinti che la redenzione potesse avvenire solo attraverso la cultura. Poi il concetto è stato preso dai Cristiani per la redenzione di Cristo. Son convinto che sia un pensiero estremamente attuale. Cosa c’è di cultura oggi? Si ammazzano per le stronzate! E’ un periodo di merda. Mi vien voglia di dire che moriremo tutti, ragazzi! Ma prima di morire vivremo tutti!!!”

Citando qualche parola del testo di “Anima”, dici che ci vuol rumore. Che tipo di rumore necessita una società dove già tutti gridano e, se non lo fai, sembra sia impossibile che ti ascoltino o anche solo che si accorgano della tua esistenza?
“Siamo in un periodo molto accomodante ed è anche colpa della tecnologia. E’ una cosa soprattuto occidentale, che si nota tanto nelle relazioni. Con certa gente vedi cento volte dei sorrisini e poi al terzo incontro ti dici “Ma che merde!”. Parlo di rumore come ascolto del tuo urlo interiore. Penso che tutti dentro abbiamo un urlo. C’è proprio bisogno di arrabbiarsi, di sano sfogo. Abbiamo necessità di infastidirci. In Italia si deve prima cadere nella cacca per risollevarsi. Io parlo di Anima, ma poi l’Anima cos’è? E’ un concetto talmente spirituale che è come dire l’Amore. Sono quelle parole che racchiudono in sè migliaia di cose.”

E di che colore è la tua Anima, Damiano?
“Non saprei… A volte marrone, a volte nera o di altri colori. Dipende dai giorni.”

Mi ha molto incuriosita come è nata “Anima”, in Romania tra i Rom…
“Sì, quest’estate ho accompagnato in Romania un’amica antropologa che lavora al progetto For Generation, che si occupa della trasmissione delle tradizioni orali tra generazioni antiche e nuove. In Transilvania ho lavorato con i ragazzini di una scuola, tra i 6 i 10 anni. A parte che lì la situazione dei Rom è tragica.Pensa che i Rom hanno paura di confessare la loro origine. Ecco, ho insegnato a questi bambini a fare un ritmo col martello sul ferro di cavallo, per la loro recita. Però “Anima” non parla di Rom. E’ nata lì, fra di loro. Alla fine del progetto c’è stata una festa in casa e io mi sono appartato in una stalla buia. In un angolino, solo, con la chitarra in mano ho trovato “Anima”. Ho pensato “Anima, anima, anima. Ci vuole. Chi ti vuole ti duole ci vuole…” Le prime parole sono venute da sole, come una vomitata. E’ un’immagine poco poetica, ma è proprio così. Ogni volta che concludo una canzone mi sembra di aver buttato su carta 500 chili di zavorra che porto dentro ed è una tale liberazione! Scrivo proprio per me, senza pensare se un pezzo piacerà agli altri. E’ una sorta di terapia. Poi se le canzoni piacciono e vengono capite, meglio!”

Andando invece verso temi più leggeri, quale indumento più ti rispecchia?
“Il mio abbigliamento è il mio pelo.”

E cambi il pelo o i vizi?
“No… Mi cadono i vizi e li raccolgo, ma non cadono i peli!”

Comunque ti si vede spesso con un cappello…
“Ah, è perchè inizio a perdere i capelli. Scherzi a parte, il cappello è un oggetto che negli ultimi anni mi incuriosisce molto e sto cercando di crearmi una mia collezione. Un giorno ne metti uno, un giorno un altro, a seconda di come ti senti. E’ un po’ come il berretto a sonagli di Pirandello. Il mio preferito è un cappello che non il ho coraggio di indossare, una bombetta floscia di inizio ‘900, che mi pare si chiami Homburg Hat.”

Hai studiato Storia dell’arte, puramente per tua passione personale. Ti sei mai riconosciuto in qualche quadro?
“L’arte mi affascina tantissimo. Fisicamente non mi sono mai riconosciuto dentro un’opera. Però mi colpì la copertina di un libro su un pittore russo, Oblimov. Forse ogni tanto mi son rivisto in qualche Cristo. Mi ritrovo di più emotivamente in certi quadri come in quelli di Chagall e ora in quelli di Schiele, nel suo tratto deciso e nervoso, un po’ inquieto.”

Hai viaggiato tanto. Cosa ti piace di più del viaggio?
“Sono stato molto in viaggio per lavorare e non facevo il turista, ma è stata l’occasione per avere un punto di vista interessante e privilegiato. Mi piaceva perchè in qualche modo diventavo parte degli autoctoni e potevo avere una visione diversa del luogo.”

Come vorresti che ti disegnasse un bambino?
“Mi ricordo i disegni che mi han fatto i bimbi. Mi ritraevano sempre con i capelli dritti e la barba. In certi casi poi aggiungono dei particolari come ha fatto l’ultima bimba che mi ha disegnato. Era nella sala prove di X Factor, mi ha disegnato tutto preciso e mi ha messo un cerchio rosa intorno.”

Be’, ha disegnato la tua aura!
“Eheh, forse sì…”

Nutro il mio cuore di gioia e gratitudine per il dono di poter incontrare persone che hanno ancora desiderio di mostrare la propria essenza, senza paura di togliersi la maschera. Annaffio la mia Anima con luce e amore. Taglio rami secchi e lascio che le foglie cadano, come i vizi, quando stanche. Quale altra meraviglia mi stringerà a sé? Cuore su cuore, sasso su sasso, vita su vita, fra Terra e Cielo, ascolto il rumore e l’umore dell’essere umana. Ci vuole Anima, più calore, più rumore, più ascoltare, più contatto, più tatto, più rispetto…

Nell’abbraccio che un pittore sta dipingendo fra il giorno e la notte un Grazie sincero va a Damiano per aver cantato l’Anima e portato un’ulteriore speranza per una Vita che vada oltre quel che sembra e che semplicemente sia.

www.damianofiorella.it

www.youtube.com/damianofiorella

Melissa Mattiussi

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