Deftones: la parola a Frank Delgado

Abbiamo incontrato il tastierista dei Deftones, fresco di soundcheck, nella cornice del Parco della Certosa Reale di Collegno. In realtà si trattava di una propaggine dello stesso, precisamente quella che confina con l’antica Lavanderia a Vapore. In ogni caso, Frank ha mostrato di gradire la scenografia che offriva il complesso, esempio di archeologia industriale perfettamente conservata, con tanto di vecchia ciminiera in mattoni a svettare su tutto, e l’intervista si è svolta in un’atmosfera rilassata, all’aria aperta, senza dover ricorrere ad un buio camerino.

Com’è nato “Diamond Eyes”? Il suo processo di composizione è stato diverso rispetto a quello dei vostri dischi precedenti?
Beh, rispetto al passato ci sono stati moltissimi cambiamenti. Tutto il processo di composizione e scrittura dei pezzi è stato differente, e molto di questo è dovuto al fatto di aver cambiato produttore e di avere un nuovo bassista (Sergio Vega, sostituto di Chi Cheng, ndr.). In particolare, è stato tutto più veloce e diretto rispetto a quello che facevamo in passato: la creatività si è manifestata di colpo, abbiamo scritto e registrato tutto in poco tempo. Normalmente i nostri dischi avevano bisogno di due – tre anni per essere ultimati, mentre con “Diamond Eyes” abbiamo fatto tutto nel giro di pochi mesi.
Certo, anche l’incidente di cui è rimasto vittima Chi ha segnato la lavorazione dell’album. Quando l’incidente è avvenuto, noi avevamo già iniziato a scrivere il materiale per un altro disco, “Eros”. Quando è successo, però, abbiamo deciso di fermare tutto e di prenderci una pausa. Ci è voluto almeno un mese per assorbire la botta, almeno in parte, ma dopo questa pausa abbiamo capito che avevamo nuovamente molta voglia di suonare. Così abbiamo chiamato Sergio e ci siamo messi a jammare: in un solo giorno abbiamo scritto “Royal”, la seconda traccia di “Diamond Eyes”. Il risultato ci ha entusiasmato, così siamo andati a Los Angeles, ci siamo chiusi in studio e abbiamo lavorato otto ore al giorno per un paio di mesi; nelle prime tre settimane abbiamo scritto una canzone al giorno, e in pochissimo tempo abbiamo terminato l’album. Si è trattata di un’esperienza interessante, è forse anche per questa ‘fretta’ creativa che il cd ha dei suoni più pesanti e, in generale, è più violento e diretto rispetto al suo predecessore, “Saturday Night Wrist”.

Hai parlato della tragedia che vi ha colpito: come siete riusciti ad andare avanti e a superare questo evento drammatico (Chi Cheng è stato vittima di un incidente stradale nel novembre del 2008, e a tutt’oggi è ancora in stato di coma semicosciente), addirittura a scrivere un nuovo album in così poco tempo?
Per la verità non ne abbiamo mai parlato direttamente. Quando è successo, ovviamente la prima cosa che tutti noi abbiamo deciso di fare è stata quella di fermare gli impegni del gruppo e di preoccuparci di Chi, di quanto fosse grave la sua condizione, delle possibili cure, etc. Io ho pensato che quella sarebbe potuta essere la fine dei Deftones. Ma poi abbiamo deciso di andare avanti, e in realtà abbiamo semplicemente chiamato Sergio e deciso di suonare con lui, per vedere cosa ne sarebbe uscito. E dopo “Royal” abbiamo capito che la strada era quella giusta, ma non abbiamo comunque parlato dell’accaduto.

Com’è cambiato il mondo del rock in questi ultimi anni? Cosa c’è di maggiormente diverso rispetto ai vostri inizi?
In realtà non sono molto attento agli ultimi mutamenti del mondo musicale, più che altro perché mi trovo bene nella mia piccola bolla con la mia band. Se però devo indicare i cambiamenti più grandi, questi hanno sicuramente a che fare con la tecnologia. Internet, i social network, tutto questo ha cambiato il modo in cui oggi si ascolta la musica e si promuovono i gruppi emergenti. Ovviamente ci sono aspetti positivi e negativi. Se parli con chi lavora nelle etichette discografiche, ti dirà che internet e il file sharing uccidono la musica, se parli con altre persone, magari quelle che scaricano tonnellate di dischi dal proprio pc, ti diranno che tutto questo è fantastico. Io credo che, tutto sommato, questi nuovi fenomeni siano positivi, perché permettono a molte band di registrare un disco con meno soldi e di farsi conoscere prima; e spesso i ragazzi che scaricano poi vengono comunque ai tuoi concerti, se il tuo disco gli è piaciuto. È un po’ come il vecchio passaparola aggiornato per i nostri tempi. Inoltre credo che la qualità finisce sempre per pagare: se gli album che scrivi sono buoni ci sarà sempre gente disposta ad acquistarli, se invece suoni musica di merda è giusto che tu non venda.

Qual è stato l’album più importante nella carriera dei Deftones, quello di cui siete più orgogliosi, quello per cui sarete ricordati di più?
Credo sia “White Pony”. Era un periodo in cui il rock e il metal vivevano una fase di grossa espansione negli Stati Uniti, e i giornalisti avevano coniato il termine nu metal per descrivere la nostra musica e quella di moltissime altre band. A noi quell’etichetta non è mai piaciuta, fatto sta che eravamo considerati un gruppo di metallari e basta. Così, con “White Pony” abbiamo dimostrato che non eravamo quello che pensavano loro, che sapevamo fare altro, che la nostra musica non si limitava al metal. Abbiamo fatto esattamente quello che volevamo, e sia i fan sia la critica ne sono stati entusiasti, cosa che non era affatto scontata. Insomma, per la storia dei Deftones è stato davvero un momento fondamentale.

Che differenze avete notato fra i vostri fan europei e quelli americani? Sempre che queste differenze ci siano…
In realtà gli appassionati di musica sono uguali in ogni parte del mondo, vengono ai concerti spinti dalle medesime motivazioni. Quindi non vedo grosse differenze. Forse l’unica è la maggior ‘apertura mentale’ degli europei rispetto agli americani. Nel senso che negli States i vari festival sono tematici, ognuno di essi è incentrato su di un solo tipo di musica; c’è quello punk, quello metal, quello blues, etc. In Europa, invece, c’è più disponibilità nell’accettare musicisti anche molto differenti suonare tutti sullo stesso palco e nello stesso festival. Ad esempio, il primo festival a cui abbiamo partecipato nel vostro continente è stato Roskilde, negli anni Novanta, e allo stesso evento suonavano i Sepultura e Bob Dylan…detto questo, rimane il punto fondamentale: un fan della musica è un fan della musica, ad ogni latitudine.

Ormai avete molte canzoni nel vostro repertorio: come fate a stabilire le scalette per i vostri concerti?
In effetti, è davvero dura concentrare sei album in meno di due ore. Non abbiamo mai avuto una strategia precisa, però. Quello che ti posso dire è che questa volta abbiamo deciso di suonare dai sei agli otto pezzi del nuovo; è molto, in genere ne suonavamo molti meno in passato, quando stavamo promuovendo un nuovo disco. Ma oggi siamo molto fieri di “Diamond Eyes”. In ogni caso cerchiamo sempre di offrire una buona dinamica fra brani vecchi e nuovi, magari alternandoli durante il concerto.

Che cosa volete esprimere con la musica che componete? Avete dei messaggi particolari ai quali tenete e che volete diffondere?
Nessuno in particolare, solo il divertimento di poter suonare fra amici. Non cerchiamo di affermare qualcosa, non cerchiamo di veicolare messaggi politici, non abbiamo intenti sociali, siamo solo cinque persone a cui piace divertirsi assieme e che cercano di essere creativi il più possibile in quello che suonano. Ci divertivamo all’inizio, ci divertiamo ancora adesso, e se ci pensi questa è la cosa più strana, perché dopo sei album è difficile provare ancora questo tipo di sensazione.

Stefano Masnaghetti          

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