Evil Wings solida realtà underground

Gli Evil Wings sono un nome conosciuto e apprezzato nell’underground progressive italiano. Band nata a fine anni ottanta e autrice nel 1994 del disco di debutto, ha attraversato quasi due decenni di musica pubblicando sei release, suonando tantissimi concerti e facendosi rispettare tra gli appassionati. Walter Rivolta, drummer della band, ci aiuta a presentare la sua band al pubblico mainstream.


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Potete rapidamente presentarci il vostro gruppo e raccontarci cosa avete fatto fino a oggi musicalmente parlando? Come avete vissuto il periodo positivo degli anni novanta? E di conseguenza gli anni duemila?
Gli anni 90 per noi sono stati veramente magici, il prog era tornato in auge dopo gli anni 70 e gruppi come i Dream Theater erano nel loro periodo di maggior successo. Noi siamo arrivati nel momento giusto. Quando siamo usciti con il primo cd nel 94, avevamo 23/24 anni ed era un periodo dove non era facile fare un cd di buon livello ed essere prodotti totalmente da una casa discografica. Quando Maurizio Chiarello dell’Underground Symphony si mise in contatto con noi per produrre un nostro cd, non ci sembrava vero di essere considerati come “quelli veri”! È stata un’esperienza bellissima, abbiamo registrato presso il Newport studio di Brunico, uno studio fantastico molto professionale e siamo stati lì per 15 giorni, notte e giorno. Uscì il nostro primo cd Evil Wings. Ricordo molto bene la prima recensione di Gianni Della Cioppa che ci diede una gioia indescrivibile. Facemmo molti concerti, dove arrivavano persone da molto lontano per vederci, eravamo increduli. Poi con il secondo disco Brightleaf abbiamo confermato la nostra passione per questo genere, le sonorità erano molto più progressive e più complesse.  Siamo stati contattati persino da Mike Varney della Magna Carta, produttore dei maggiori progetti di super gruppi e guitar hero, per produrre un nostro cd, ma era uscito da pochissimo Brightleaf e quindi era presto per un nuovo lavoro in tempi brevissimi e forse con il senno di poi, ripensandoci, avevamo un po’ paura di fare il salto. Nel 99 siamo usciti con il nostro terzo lavoro Colors of the New World con l’Adrenaline Records, anche loro hanno creduto molto in noi: nonostante la crisi discografica iniziasse ad essere consolidata e le vendite dei cd fossero in evidente calo, abbiamo mantenuto la nostra fetta di fans e di pubblico. Le recensioni erano sempre molto positive e nei live avevamo sempre un bel seguito. Poi nel 2000 iniziò la lenta ed inesorabile crisi, l’attenzione verso il  progressive stava sempre più calando e le case discografiche avevano sempre meno soldi da investire, iniziava il periodo dello sharing di mp3 e le vendite dei cd calarono drasticamente.
Anche in noi stava cambiando il modo di suonare, eravamo stanchi di essere considerati troppo prog per i metallari e troppo metal per i progster, e anche chi doveva promuoverci non sapeva mai dove collocarci, allora siamo usciti con un disco più diretto e semplice, il nostro quarto lavoro Kite, e devo dire che con Kite siamo riusciti a farci apprezzare molto di più dai nostri amici metallari. Anche qui le recensioni sono state molto belle ed abbiamo avuto sempre riscontri positivi.
Poi la situazione musicale è diventata sempre più difficile ed eravamo un po’ stanchi e quindi abbiamo deciso di prenderci una pausa, una volta registrato un live dvd ove abbiamo racchiuso tutto quello che avevamo fatto, fissando / con l’intento di fissare su un supporto il nostro spettacolo live. Uscì nel 2004 col titolo di “Shine in the Neverending Space” per la Horizons Records/Comet Records. Il risultato fu molto soddisfacente, i suoni bellissimi malgrado Joseph avesse suonato in piena peritonite acuta e subito dopo fosse stato ricoverato d’urgenza!


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Raccontateci qualcosa di più su Kaleidoscope, relativamente al significato che ha per voi questo comeback discografico a così tanti anni di distanza dal lavoro precedente…
Quando abbiamo preso la pausa nel 2004 dopo l’uscita del dvd live, sapevamo che un giorno saremmo tornati con un nuovo album. Nel frattempo ognuno di noi ha avuto diversi progetti, finché  in occasione della Noisy Hour Fest ci siamo ritrovati insieme ad un altro gruppo, gli Axton, riunitisi anche loro per questo evento, e abbiamo ritrovato quella scintilla dei vecchi tempi. Fondamentale è stato l’incontro con la Self grazie al quale abbiamo pensato di fare un nuovo album, questa volta con meno pretese e con la voglia di divertirci. Le sonorità sono molto seventies e devo dire che ci siamo divertiti parecchio a registrarlo. Il lavoro è nato e registrato presso lo studio AEMME di Salvatore Addeo, che ha ben trasformato in suono quello che volevamo fare!

Che idea avete del music business? Quanto avete avuto a che farci fino a oggi?
Sinceramente non siamo mai entrati nel vero Business, siamo sempre stati nell’underground e nel girone delle band di culto. Le uniche volte che siamo entrati nel business sono state nel periodo di pausa, ognuno con i propri progetti o come turnisti, ma siamo usciti subito, è un mondo che non fa per noi e che non ci appartiene. Vogliamo continuare a fare la nostra musica, fare quello che ci piace senza pressioni e senza costruzioni a tavolino. E siamo contenti così.

Quanta passione e quanta incoscienza servono a una band che vuole provare a vivere di musica al giorno d’oggi?
Parecchia passione. Chi fa musica si scontra con una realtà sempre più difficile, soprattutto in Italia. Ci sono sempre meno soldi e le case discografiche investono sempre meno quindi il messaggio che vorremmo dare è di fare quello che piace senza farsi condizionare dal mercato, divertirsi e osare. Fino a che qualcosa cambi…


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