Francesco Bianconi (Baustelle)

Scritto da Jacopo Casati il 17 lug 2008

 

17 giugno 2008

Era la classica serata milanese:
quattro chiacchere con un amico dietro un aperitivo in zona Isola, tante paranoie e qualche risata per sdrammatizzare i nostri piccoli drammi quotidiani.
Un campari, una sigaretta e poi ecco che lo riconosco, inconfondibile nei suoi occhiali calati sul naso e quella pettinatura fintamente trasandata accompagnata dalla barba folta a riempirgli il viso magro. Francesco Bianconi era lì, a due passi da me, con lo sguardo e la faccia assorti nello scrivere un messaggio col cellulare, aggeggio che stonava completamente con la sua figura da dandy venuto dal passato.
Due minuti ed ero davanti a lui a chiedergli un intervista, le parole uscivano rapide senza che me ne rendessi conto, si poteva fare anche  una telefonica dissi. E cosi fu. A rispondermi la voce bassa e affascinante, la stessa delle sue canzoni, identica e profonda.

Il 30 giugno è uscito “Baudelaire”, terzo singolo estratto da “Amen”, ultimo lavoro della band. Il video è un collage di spezzoni dell’omonimo documentario che i Baustelle hanno voluto girare in Sicilia, dove sono andati tra i giovani a chiedere quale fosse il motivo che li spingesse a continuare a vivere. Un progetto che riprende quei “Comizi d’amore” di Pasolini in cui venivano analizzati i problemi, le paure e le insicurezze relative ai rapporti sessuali e d’amore della gioventù del lontano 1965.

Ora i Baustelle però si spingono oltre, affrontando la tematica della vita e della morte attraverso una serie di interviste poste con una semplicità quasi infantile.
Baudelaire è un inno al non suicidio. -spiega Francesco- Nel testo vengono citati quei personaggi che più hanno rappresentato la figura del personaggio autodistruttivo, che riesce però a rendersi immortale attraverso la propria arte. Baudelaire e Pasolini sono accomunati da questo, e le loro vite ci spingono alla riflessione su quale sia il senso della vita. Per quanto riguarda il video, abbiamo pensato di voler promuovere il singolo in un modo alternativo, basato proprio sulla domanda del “a cosa serva vivere” e per fare questo abbiamo scelto la Sicilia, che è il luogo italiano che più di tutti è legato all’immaginario della morte. Se pensiamo solo alla mafia, alle eruzioni dell’etna…è una terra di forti contrasti, tutti venuti fuori durante le interviste. Forse un milanese non avrebbe dato le stesse risposte.

Milano, sua città di adozione, ricorre spesso nei testi della band, ma sempre come personaggio negativo, squallido, cornice di rapporti interpersonali malati e intrisi di sofferenza. Come in “Un romantico a milano”: “Cosa fuggi, non c’è modo di scappare/Ho la febbre ma ti porto fuori a bere/Non è niente, stai tranquilla, è solo il cuore/Porta Ticinese piove ma c’è il sole”.
Milano è il simbolo dei malanni dell’Italia, rappresenta tutto quello che non va nel nostro paese. È la città dell’individualismo sfrenato, del capitalismo e del consumismo.

Un’Italia che specialmente nell’ultimo album viene attaccata senza riserve in “Colombo”, critica spietata di una società che dà la propria vita al consumismo, che si spegne sotto la prepotenza del Dio denaro.
“Abbiamo ville. Abbiamo cadillac. Ed uccidiamo per soldi come te. Puoi controllare i nostri alibi. Siamo eleganti e sereni. Siamo avvocati rispettabili. E ci inchiniamo al denaro come te. Ci annoiamo. Abbiamo mogli e amanti. Abbiamo tanti amici. A guardarli bene, tutti vermi che siamo costretti a eliminare.”, cantano.
Mi addentro allora in sentieri un po’ più ripidi e gli chiedo se sia ancora possibile in questo mondo fatto di egoismo e individualismo, provare quel sentimento di vero amore che va al di là del proprio io e che permette di dare e darsi all’altro senza timori.
io lo spero. Ma quella che esce dalla pubblicità e dalla televisione è una realtà in cui non c’è spazio per l’amore ma bensì per la trasgressione, il sesso, la mercificazione della donna. Il femminismo avrebbe più ragione di esistere oggi, invece che 40 anni fa. Dovresti ribellarti!

E’ ufficiale, lo adoro. Gli dico che io sono una femminista si, ma critica. L’ondata di femminismo degli anni 70 ha avuto certamente meriti, ma ha portato a un ribaltamento eccessivo dei rapporti uomo-donna. È risaputo insomma: abbiamo inibito gli uomini. Concorda.

Tornando a lui,“il mio progetto di vita sarebbe quello di trasferirmi in oriente, in modo da crearmi un’opinione differente del mondo occidentale. Ovvio che ora vivendo qui, non si può darne un parere oggettivo, quindi bisognerebbe andare via per poi ritornare, per guardare il mondo con occhi diversi. Certo, è un progetto impegnativo. Pensando più in piccolo mi trasferirei in Spagna o in Germania. L’ Italia in questo momento avrebbe bisogno di spiritualità, ma tende ad affrontare l’argomento religioso nel modo più sbagliato, con un eccessivo moralismo che fa più male che bene. Inoltre non approvo come la Chiesa interferisca continuamente negli affari dello stato.

È a questo punto che scatta la domanda politica: si può essere ottimisti e sperare in un politico illuminato che risollevi le sorti del nostro paese?
Io sono un anarchico è vero. Ma con fede. Non mi piace il qualunquismo, quell’atteggiamento semplicistico che mette sullo stesso livello tutti i politici. Troppo facile. Credo che quest’era berlusconiana non faccia bene al nostro paese e continuo a vedere una grande differenza tra chi vota a destra e chi vota a sinistra.

Mi stupisco un attimo, avrei immaginato una risposta più pessimista, che non lasciasse spazio alle speranze. Lui è il dandy metropolitano, il musicista letterato che scolpisce poesie nella musica, l’uomo colto e impegnato che riflette sulle sorti di un paese allo sbando, con i suoi occhi velati di nero, pessimisti e disillusi.
A noi invece non resta altro che goderci la sua musica, spiraglio di luce in uno scenario di desolante superficialità musicale. E non solo.

Valentina Lonati

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