Friday Night Boys e The Swellers, interviste da Milano

All’interno dell’ampio spazio retrostante lo stage dell’Alcatraz di Milano incontriamo due band che sembrano essere la rivelazione punk-rock della nuova infornata che prende le mosse, guarda caso dagli ampi spazi statunitensi. Sull’onda del fenomeno Paramore ci sono tutta una serie di gruppi dallo spiccato gusto festaiolo sul piede di guerra.

La cornice nella quale si incastra il nostro incontro è quella del Give It a Name 2010, che vede quali Headliners A.F.I e Sum41. Questi ultimi fino all’ultimo in forse per i disagi provocati da un vulcano a 200 anni luce di distanza ma che ha deciso dopo un silenzio biblico di far sentire il proprio ruggito. Continui aggiornamenti confortano e poi smentiscono e poi riassicurano la loro partecipazione, grazie a una freccia rossa presa per il rotto della cuffia e molto probabilmente omaggio di Trenitalia.

Mike Toohey e Chris Barret dei Friday Night Boys ci aspettano nel camerino poco prima della loro esibizione sul palco dell’Alcatraz. Fin da subito l’atmosfera è rilassata ed entrambi sono ben disposti alla mia presenza e alle mie domande.
Siete una band che nasce sul Web, è una vostra scelta e avete pensato di farvi conoscere in un modo alternativo rispetto al solito percorso triadico disco-tournèe-mainstream. Come mai una scelta di questo tipo che rischia di essere perlomeno azzardata?
È una scelta che nasce da una valutazione circa i costi di produzione di un primo album e secondariamente il momento di crisi che il mercato della musica nella sua totalità sta attraversando.
Il web ci avrebbe consentito, come in effetti è stato, di arrivare in modo capillare e in poco tempo, laddove invece ci sarebbe voluto un sensibile esborso economico non avendo poi la certezza che i nostri dischi sarebbero stati acquistati. Abbiamo preferito dunque uno strumento di comunicazione e di diffusione che fosse anche particolarmente vicino al pubblico che più ci appartiene e al quale vogliamo arrivare.

Arrivate dall’altra parte dell’oceano e se in America è più giustificabile la vostra ascesa, da questa parte forse non avete ancora penetrato l’ambiente. Come è stato il feedback da parte del pubblico italiano, a maggior ragione in un contesto quale è quello del GIAN che vede quale headliners mostri sacri quali A.F.I e Sum41?
È strano da metabolizzare ma sembra che ci sia un’ottima recezione. I ragazzi oggi sono stati presenti e calorosi, nonostante il nostro show fosse praticamente a metà pomeriggio. Siamo contenti e soddisfatti di come abbiamo suonato e credo che il pubblico abbia percepito la nostra voglia di fare e di farci sentire anche così lontano da casa.

Ascoltando il vostro primo album non si può fare a meno di notare come il leitmotiv siano party, sbronze e l’amore. Non pensate che siano tematiche un po’ inflazionate e di breve appiglio su un pubblico che inevitabilmente crescerà di qui a breve e molto probabilmente abbandonerà tale visione delle cose?
Il nostro modo di comunicare è un modo molto diretto e descrittivo di quanto ci succede intorno.
Apparteniamo inevitabilmente a questo tipo di vita e ne raccontiamo semplicemente le vicende.
Parlare d’amore ci consente inoltre di raggiungere il “vero” dei sentimenti delle persone, quello che banalmente ognuno di noi prova, quando teenager, si ritrova per le mani la prima cotta. Per ora vediamo e sentiamo questo, del futur non v’è certezza.

Un’ultima domanda, perché “Suicide Sunday”?
Hai presente la Domenica mattina quando ti alzi stoned dopo una due giorni, Venerdì e Sabato, di feste, con tutti i vari annessi e connessi? Ecco esattamente nel momento in cui ti risvegli, già lo sai, quella sarà una Suicide Sunday.

Ringraziamo i The Friday Night Boys e li lasciamo alla ricerca di un ristorante dove poter mangiare.
La seconda band che incontriamo sono The Swellers. Posticipiamo le nostre quattro chiacchiere in quanto ritardi sulla tabella di marcia delle esibizioni comportano un’eccessiva vicinanza dell’intervista con lo show del quartetto originario di Flint, Michigan.
Ci godiamo dunque il concerto, che rivela una band dalle spiccate doti live e che non abbandona la precisione nell’esecuzione sulla porta del camerino appena prima di iniziare. Doti canore e attitudine sul palco per Nick Diener, che sembra il fratello incazzato di Chris Martin. Subito dopo lo spettacolo abbiamo la possibilità di incontrarli, belli caldi all the way from stage.

È la prima volta per voi in Europa e primissima volta in Italia. Negli States le vostre collaborazioni con Paramore vi consentono una maggior visibilità, ma qui penso sia diverso. Un conto è giocare in casa un conto le trasferte, cosa dice il pubblico internazionale?
Il contesto del GIAN ci dà un’ottima possibilità e onestamente siamo sorpresi dell’accoglienza. Non è per fare le solite dovute prostrazioni a chi ci supporta, ma stasera i kids (cosi li chiama Nick) erano fantastici. Le altre due date che abbiamo fatto in Germania sono state altrettanto sentite e il supporto non è mancato. Certo la strada è appena cominciata, ma speriamo in bene.

Siete una band che non si può dire già affermata, ma avete già pubblicato 2 EP e 2 Full-Length Album. Il vostro ultimo prodotto “Ups and Downsizing” rivela una maggior consapevolezza di quanto vi state accingendo a fare. Siete soddisfatti del prodotto finale?
La collaborazione con tutti quelli che hanno concorso a realizzare l’ultimo album è stata totale, e siamo decisamente contenti di quanto è stato fatto. Abbiamo lavorato maggiormente sulla struttura dei pezzi e sulla creazione di un suono che meglio ci rappresentasse, forse per questo appare più maturo.

Per quanto riguarda il mercato delle vendite un cantante italiano direbbe “La situazione non è buona”. Voi che riscontro avete, è un aspetto che vi interessa oppure al momento ci sono altre priorità?
Siamo ben consapevoli di questa situazione un po’ precaria e dal futuro non certo roseo, ma per dirla tutta siamo decisamente poco interessati a vendere o meno. Bisogna mettersi in testa che come succedeva per i musicisti degli anni ’50 il vero successo lo raccogli facendo 300 date all’anno e non vendendo dischi che poi facilmente e velocemente verranno abbandonati nella soffitta dei ricordi. Noi vogliamo suonare dal vivo, stare on the road e portare il più capillarmente possibile il nostro nome, quindi siamo felici e soddisfatti quando vediamo gente ai nostri concerti, ti gratifica andare dall’altra parte dell’oceano e vedere questi ragazzi che vengono a sentirti. Poi le vendite se vengono bene. Per ora l’imperativo categorico al disopra di qualsiasi cosa è farsi conoscere.

Francesco Casati

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