Gianluca Grignani, intervista per l’uscita del nuovo album “A Volte Esagero”

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È risaputo il clamore che ha smosso quest’estate a causa dell’attacco di panico avuto in albergo riportato da tutti i giornali scandalistici e non. Quello che però ci interessa maggiormente di Gianluca Grignani è il suo ritorno, il 9 settembre 2014, sulle scene discografiche con “A Volte Esagero”, prodotto dalla Sony e a tre anni di distanza dal suo precedente album. Inoltre, il 2014 è un anniversario importante per Grignani, in quanto festeggia 20 anni di carriera. Più rock che mai, ha raccontato se stesso e il suo disco in un incontro con la stampa.
Ascoltando l’album ho avuto l’impressione che fosse suonato dal vivo. Cosa ne pensi?

In effetti è così, ho da sempre prediletto i suoni dalla frequenza un po’ più ruvida. E’ solo questione d’orecchio, in realtà.

Cosa ci racconti sulla genesi di “A Volte Esagero” e relativo mood compositivo?
Ci ho messo un po’ a realizzarlo. L’ho scritto tra San Colombano e Ponte di Legno. Ma la parte più compositiva è stata a San Colombano. Sono uscito dalla mia gabbia dorata, quella del cantautore, e sono uscito per strada: ho scoperto con enorme stupore che la strada è ancora il mio mondo. Dico quello che penso raccontando le loro storie che sono un po’ anche le mie.

Hai intitolato questo album “A Volte Esagero”. Qual è il messaggio dietro?
“A Volte Esagero” è sostanzialmente uno sfogo generazionale, che può riguardare la mia generazione ma anche quella precedente e seguente. Non ho mai parlato così tanto di me parlando degli altri. La title track, in particolare, racconta l’ansia dei sogni non realizzati ed è un sfogo contro la società che ci opprime. Mentre l’ho scritta, pensavo a “Working Class Hero”.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere il disco?
Ci ho messo intorno ai 2 anni. L’ho registrato tra Londra, New York e Roma. Dal punto di vista emotivo, è stato un periodo davvero intenso. Ero spesso fuori casa, a dormire fra le mura bianche di un albergo, ero solo e ho investito molti soldi. Volevo che fosse perfetto in ogni suo aspetto. La sua gestazione è stata molto diluita e ho fatto fatica. Ma alla fine sono rimasto contento del risultato.

“A Volte Esagero” conclude idealmente una trilogia cronologica. C’è qualche elemento che contraddistingue questo album dai precedenti due?
Innanzitutto, volevo che fosse un disco più libero. Mi sono imposto il tempo necessario per curare ogni aspetto. La musica la scrivo abbastanza spontaneamente ma per i testi mi serve più tempo. Magari scrivo di getto in 30 secondi una strofa o qualche verso ma per scrivere una canzone mi servono più momenti di ispirazione. Ho cambiato tutto anche dal punto di vista dell’organizzazione e anche il mio team, dal commercialista al manager.

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Cosa ne pensi del crowdfunding?
Penso che sia una buona iniziativa ma credo che non farei mai un disco in questo modo, soprattutto perché ho un seguito ben nutrito. Bisogna realizzare, però, che la musica va considerata anche dal punto di vista economico. Occorre capire che uno dei modi per sostenere la musica è andare ai concerti. Non ho mai approvato l’idea della musica gratis, voglio che chi mi segua riesca ad intuire quanto lavoro c’è dietro ad ogni mio disco.

Hai appena firmato un contatto di altri due anni con la Sony.
Sì, ho firmato ancora prima che ascoltassero il disco (ride, ndr). È stata una grandissima dimostrazione di fiducia.

Cos’è la “Rivoluzione Serena” a cui hai dedicato una canzone?
È un concetto che ho “rubato” al mio caro amico Red Ronnie. Mi piaceva parecchio questa idea. Poi ho conosciuto Marco Lodola, l’artista che ha realizzato anche la cover del disco, e mi ha fatto capire ancora di più cosa voglia dire essere artista libero, a dire le cose come mi vengono senza stare troppo a rimuginare sulle parole. Marco curerà anche la scenografia del prossimo tour. È stata una conoscenza importantissima. Un’altra persona che si è rivelata fondamentale per la buona riuscita di “A Volte Esagero” è il mio produttore, Adriano Pennino. L’ho scelto a priori ma, quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, ho capito che non avrei potuto fare una scelta migliore perché non ha vissuto il disco solo come mio produttore, ma anche a livello umano. Siamo diventati amici e l’ho portato in mezzo alla gente. Inoltre, mi ha fatto conoscere il grande musicista Michael Thompson, che ha suonato l’assolo di chitarra in “Non voglio essere un fenomeno”.

Quali sono le canzoni che hai sentito più tue?
Dal punto di vista emotivo, ho pianto per due brani: “Madre” e “L’amore che non sai”.
“Madre” ho cominciato a scriverla nel 1994 ma la Polygram diceva che era troppo matura per un ragazzo della mia età. Con gli anni, dopo aver risolto i miei conflitti interni, sono riuscito a cantare con la libertà di cui necessitavo. È stato un canto liberatorio. La commozione di “L’amore che non sai” scaturiva da una situazione particolare: ho passato tanto tempo da solo e, quando l’ho registrata, ho pensato a lei e ai nostri quattro figli. È una canzone d’amore totale.

Chi è, secondo te, un fenomeno? E con chi vorresti realizzare un duetto?
Non sono così furbo né così ingenuo da farti un nome. So che nel nostro piccolo siamo tutti dei fenomeni ma ce lo dimentichiamo spesso perché adesso, in Italia, la nostra preoccupazione maggiore è sembrare, non essere.
Dal punto di vista vocale, Francesco Renga, che è un nuovo amico, è un fenomeno. Un altro fenomeno in tutto e per tutto era Michael Jackson. Per quanta riguarda i duetti, invece, non mi è mai capitata l’occasione ma mi piacerebbe collaborare, oltre che con Renga, anche con Biagio Antonacci: siamo amici e stavamo twittando pochi minuti fa. Infine, direi Marracash. A prima vista siamo due mondi molto distanti, eppure in lui vedo molto di me. E poi, veniamo entrambi dalla periferia, io Precotto e lui Barona. Secondo me non se l’aspetta, ma questa dichiarazione gli farà senz’altro piacere!


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