Giovanni Allevi ci racconta il suo nuovo album

Considerare Giovanni Allevi un alieno? Forse a prima vista viene in mente un folletto, ma un po’ alieno lo è: è diventato una stella mondiale proponendo musica classica contemporanea, la sua musica. Senza contaminazioni, senza voci, senza collaborazioni con altri artisti. Lui e il suo piano, o lui e la sua bacchetta. Caso più unico che raro, per un italiano poi. Quindi, sì, un po’ alieno in questo senso lo è, e “Alien” è il suo nuovo album per piano solo, in uscita il 28 settembre.

“Alien”, perché?
Perché io sono alieno come lo sono i miei fans. Io sono sempre rimasto me stesso perché non amo l’ostentazione del successo. Amo la musica, la cosa che più conta. Anche per i miei fans è così. Noi abbiamo occhi nuovi e diamo uno sguardo diverso al mondo. Siamo alieni in questo senso, ma la mia non è volontà di fuga: questa è la nostra realtà, e gran parte di quello che viviamo nella nostra vita dipende dalle nostre scelte. In più io sono stato criticato dal mondo del jazz, della classica, del pop…mi sono convinto che io non appartengo a niente, non trovo collocazione. E sono anche  vulnerabile. Mi sento come ET, l’extraterrestre, salvato dai bambini. Anche per me è così: i giovani hanno capito cosa faccio e sono onorato dell’attenzione che loro rivolgono alla mia musica.

“Tokio Station” e “L.A. Lullaby” sono due delle composizioni della tracklist: c’entrano qualcosa le due città o è un vezzo creativo?
Non ho mai voluto raccontare una mia esperienza in musica, ma accolgo la musica quando mi viene a trovare. Una volta mi ha scovato alla stazione di Tokio, dove è nata la composizione (e anche il titolo, che affiora alla mente insieme alla musica), ma non è comunque niente di descrittivo. Per quanto riguarda Los Angeles, devo confessare che ho una grande passione per il suo aspetto più desolato, alla Bukowski, che è il mio scrittore preferito.

Hai scelto di comporre per piano solo perché la musica ti ha portato verso questa direzione?
Sì, negli ultimi quattro anni. Io ci impiego questo lasso di tempo per pensare e creare un disco, anche se poi le uscite si susseguono con più frequenza perché lavoro contemporaneamente a più cose. Quindi sì, sono già all’opera sul prossimo album ma è top secret.

Sei un compositore ma non possiedi un pianoforte: strano, non trovi?
Io così sono più libero, perché la manualità non influenza la composizione. Io lavoro solo con la mente, in una sessione di brainstorming totale. Solo dopo appunto lo spartito al computer. Il momento della verità arriva quando mi siedo davanti al pianoforte per registrare il cd: allora mi trovo davanti a pezzi talvolta difficili da suonare. Con questo disco, infatti, sono andato in tilt a metà della lavorazione, un po’ per la difficoltà dell’esecuzione, un po’ per le aspettative che ci sono verso queste nuove composizioni.

Francesca Binfaré

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