I Pentagrami e la musica “dei poveri”

I cinque ossolani ci hanno invitati presso la loro sala prove per un’intervista sul passato, il presente e il futuro della band.Ne è uscita una lunga e piacevole chiacchierata, un invito a rimanere in sala a seguire il loro lavoro, e una pizza in compagnia a concludere il tutto. Ecco il resoconto di questa lunga chiacchierata con una band di ottimi musicisti, disponibilissima e di una simpatia più che contagiosa.

Chi sono i Pentagrami? Da quanto tempo siete in attività e quanti lavori avete prodotto fino ad ora?
I Pentagrami sono un gruppo nato nel 2004 dall’esigenza artistica di lasciare un messaggio attraverso la nostra musica. La formazione era già quella attuale (Mauro: voce e chitarra, Fabio: basso, Christian: tastiere, Paolo: batteria) fatta eccezione per il violinista che è stato Roberto Pancarro fino al 2007, a cui poi è subentrato Gianluca Visalli.

Il nome Pentagrami è piuttosto curioso. Di chi è l’idea? E qual è il suo significato?
Il nome è stato ideato dal nostro primo violinista, ed è un nome che secondo noi può avere più significati.
Ci sentiamo un po’ come le righe del pentragramma su cui scriviamo la musica, e quello che facciamo quando creiamo la nostra musica è cercare di muoverci in modo accattivante su queste righe.
Oppure, e questo è un secondo significato del nome, si può intendere che siamo in cinque e che siamo grami, “cattivi”, un po’ come l’erba grama.

Quali sono le vostre influenze musicali principali?
Qui spaziamo veramente tantissimo, da Castellina Pasi ai Meshuggah con tutto ciò che sta in mezzo. Dalla musica classica di Bach ai Dream Theater, dalla PFM a De Andrè. In ogni modo quello che ci accomuna davvero è la nostra musica.
Ognuno di noi ha le sue passioni, le sue idee, i suoi ascolti musicali anche completamente differenti gli uni dagli altri. Il nostro tastierista per esempio ama più sonorità elettroniche, il nostro cantante è più sul folk. La cosa che più ci affascina è che comunque abbiamo trovato una linea comune a tutti noi, che ritroviamo sempre nei nostri brani e che li rende in qualche modo identificabili con noi.

Da dove prendete ispirazione per i vostri brani?
A dire il vero non saprei nemmeno io come nasce l’ispirazione, forse è davvero una caratteristica che uno ha dentro di sé, un paio di antenne in più con le quali riesci in qualche modo a percepire una canzone che in qualche modo esiste già. L’artista ha la capacità di prenderla e di metterla in musica.
Mauro (il nostro cantante) è quello che di solito porta l’idea per un testo, sul quale poi in genere lavoriamo tutti quanti, cercando di renderlo meno banale, sgrezzandolo in qualche modo, aggiungendo quel qualcosa in più che può far piacere il pezzo a noi e agli ascoltatori. Dico meno banali perché tutto sommato le note sono sette e in qualche modo si ripetono, il segreto secondo noi è cercare di prendere un pezzo composto anche solo da tre accordi, e renderlo più interessante dal punto di vista della composizione e degli arrangiamenti.

“Geo” è un brano che parla del vostro territorio e della storia del Sempione. Da dove viene questa passione per questo tipo di storie?
Vogliamo precisare una cosa: siamo d’accordo fino ad un certo punto sul fatto che dicano che siamo un gruppo che scrive pezzi sulla nostra zona. Sì, ci piace trattare di questi argomenti, e abbiamo ritenuto interessante trattare contenuti storici contemporanei riguardanti la nostra zona, ma abbiamo più che altro voluto raccontare le nostre emozioni, anche attraverso storie delle nostre parti.

Fate delle ricerche a livello storico su quello che scrivete?
Certamente, ci documentiamo sulla storia delle nostre terre, o su quelle delle famiglie ossolane; storie quotidiane per lo più, e poi cerchiamo di portare l’universale nel particolare.
“Geo” non parla semplicemente dell’uomo Geo Chavez, bensì, attraverso la sua figura, parla della passione dell’uomo e della forza nell’inseguire e realizzare i propri sogni. “L’impresa storica” parla sì della realizzazione della galleria del Sempione, ma non è una canzone sulla galleria, è una canzone sul lavoro e sulla sua importanza.
Il pensiero comune è comunque quello di non entrare nei dettagli. A tutti noi non piace la particolarità specifica che si può trovare in alcune canzoni (dove viene magari specificato il nome di una piazza in cui avviene un fatto, o una data specifica). Preferiamo spaziare, lasciando la possibilità che più persone si possano identificare nella canzone stessa.
Ad esempio la canzone “Giuan”, che parla di un partigiano, non parla della resistenza o del partigiano, parla di questa persona che combatteva la sua guerra, e che ad un certo punto si rende conto che anche lui, come gli “altri”, sta sparando e uccidendo, e che un giorno dovrà affrontare il peso di queste azioni, anche se le ha compiute per seguire degli ideali.

Come mai la scelta di fare anche una versione di “Geo” in lingua spagnola?
Visto che la canzone parla di un personaggio storico non italiano, e che avevamo parlato più volte di provare a scrivere un pezzo in un’altra lingua, abbiamo avuto quasi l’esigenza di metterci alla prova e di riadattare un brano nella lingua che parlava il protagonista, e poi volevamo provare anche ad esportare la nostra realtà oltre i confini della provincia. Verosimilmente questo pezzo sta riscuotendo un grande successo in Perù, dove Chavez è un vero eroe nazionale, e il brano è diventato la sigla ufficiale dei festeggiamenti per l’anniversario della sua impresa.
Il video su youtube ha avuto tantissime visite, in Perù verrà proiettato in tutte le piazze in occasione dei festeggiamenti, e addirittura il governo ci ha detto che, se potesse esserci la possibilità, potrebbero anche invitarci a suonare da loro. Per noi è una soddisfazione grandissima, non tanto a livello economico (da quel punto le entrate non sono molte), ma dal punto di vista personale e professionale è stato veramente gratificante.

Come vi accoglie il pubblico quando vi esibite dal vivo?
Il pubblico ci accoglie sempre con grande calore, anche se, col passare del tempo, ci rendiamo conto che è sempre più esigente, ascolta ogni particolare delle canzoni, addirittura ci fa notare delle cose.
La cosa difficile, che comporta un grosso lavoro in studio, è l’attenzione quasi ossessionante che dobbiamo mettere nella realizzazione di ogni singola nota, di ogni particolare. Quando il brano è finito lo riascoltiamo, e se il brano è buono lo capiamo dagli arrangiamenti, dai suoni, dai piccoli particolari che vengono costruiti intorno, al punto che, anche a lavoro ultimato, poi vorremmo sempre apportare delle modifiche, aggiungendo dettagli o particolari. E’ quello che poi facciamo dal vivo, dove possiamo permetterci di “giocare”, provare delle cose nuove o cambiarle.

Siete in giro da sei anni, qual è il segreto per far funzionare un gruppo?
Questa è una cosa che non si può dire con esattezza. Un gruppo funziona o non funziona, non c’è una vera spiegazione, non serve che ci siano delle persone brave e preparate tecnicamente, questo non basta. La tecnica da sola non trasmette le emozioni sufficienti a catturare l’ascoltatore, ci vuole qualcosa di speciale e particolare fra i singoli membri, una sorta di alchimia, che fa provare delle emozioni mentre si suona, e rende tutto più speciale e particolare. Fra di noi questa alchimia c’è, la sentiamo, specie sul palco quando suoniamo, e speriamo di riuscire a trasmettere al pubblico una piccola parte di queste emozioni. In fin dei conti possiamo dire che suoniamo perché abbiamo bisogno di farlo, ci piace, ci sentiamo appagati e sfoghiamo la nostra necessità in questa maniera.
Se ci guardiamo indietro poi, possiamo dire che la nostra esperienza in questi anni nel suo piccolo ha dato i suoi frutti, abbiamo realizzato tre lavori, abbiamo vinto alcuni concorsi, ci è capitato di suonare a concerti fuori porta, davanti a gente che non ci conosceva, e che ha apprezzato tantissimo la nostra proposta; addirittura la settimana dopo uno di questi concerti abbiamo incontrato due persone che hanno fatto tantissimi chilometri per tornare a vederci. Sono tutte cose che danno tantissime soddisfazioni, e che fanno capire che tutto sommato il lavoro duro fatto in sala prove è servito e ha dato dei buoni risultati.

Quali sono i vostri progetti per il futuro? State lavorando a un nuovo disco?
Sicuramente preparare i brani per un prossimo disco, ampliare il nostro raggio d’azione per portare la nostra musica anche fuori dalla nostra provincia.
Il problema in questo tipo di lavoro è che se il nostro prodotto non viene ascoltato da nessuno non diventa vendibile. Insomma, una cover band (senza nulla togliere a questa categoria di gruppi) ha la vita più facile. Proporsi con brani originali ad un pubblico che non ti conosce è sicuramente meno facile che presentarsi con un repertorio di cover di un artista famoso.
Lavoreremo molto per cercare serate, preferibilmente in feste all’aperto o in teatri, in quanto la nostra dimensione è più questa rispetto a quella del pub, nel quale crediamo che la nostra proposta musicale potrebbe passare in secondo piano e non essere compresa o apprezzata.
Certo, è difficile trovare agenzie che ci promuovano, sempre per il discorso che la nostra proposta è più particolare e meno “vendibile” di quella di una cover-band o una party-band (sempre senza nulla togliere a chi ha fatto questa scelta artistica). Addirittura un’agenzia ci ha detto “non possiamo vendervi perché non trattiamo roba così buona”. Non sappiamo bene se era una leccata o una presa in giro clamorosa (risate Ndr).
La nostra è stata la scelta di fare gli artisti sotto tutti i punti di vista, creando la nostra musica, quella che piace a noi, anche se è la scelta che economicamente paga meno, ma è quella che a noi, come abbiamo già avuto modo di dire, da più soddisfazioni dal punto di vista personale.
Inoltre a ottobre ci hanno invitati presso le scuole medie ed elementari di Domodossola per un incontro con i ragazzi, nel quale dovremmo suonare e spiegare come abbiamo creato il nostro progetto, e presentarci come esempio di persone che hanno inseguito una loro passione e l’hanno concretizzata.
Insomma, progetti ce ne sono tanti, sono difficili da seguire, ma stiamo cercando di fare tutto il possibile per realizzarli tutti.

Siamo arrivati alla fine, grazie per il tempo che ci avete dedicato. Volete lasciare un messaggio ai lettori di Outune e magari qualche informazione per seguirvi e mettersi in contatto con voi?
C’è il nostro sito ufficiale www.pentagrami.it, la pagina myspace, il gruppo su facebook e un canale di video su youtube.
E in conclusione vorremmo fare un appello a tutti quelli che stanno leggendo questa intervista: aiutate la musica “dei poveri”, invitate i Pentagrami alle vostre feste di piazza.

Corrado Riva

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