Indica: la nuova all female band

Quando la tua testata ti invia a fare un’intervista ad un gruppo finlandese le cose non si mettono proprio bene. Se per di più stiamo parlando di una band prodotta niente meno che dai Nightwish, è meglio abbandonare qualsiasi speranza, sarai destinato a un incontro con “rozzi cibernetici signori degli anelli” (cantava Francone Battiato).
E invece, invece…arrivando trafelato, causa il biblico traffico milanese, nella hall dell’albergo mi trovo davanti 3 modelle. Ok ho sbagliato Hotel e sono già pronto a chiamare, incazzato, per farmi rispiegare la strada e il nome dell’albergo dove si trovano i veri uomini delle caverne. E invece no, sono nel posto giusto, incredibilmente. Nel pronunciare il nome della band “Indica”, scompaiono dal mio immaginario pelosi tagliaboschi e appaiono serafiche pulzelle, sorridenti e per nulla barbose.

Le Indica si stanno velocemente affermando sul palcoscenico nord europeo, Finlandia Germania, e dopo 5 album in finnico hanno deciso di provare con un disco in inglese, il primo dopo una lunga serie votata all’esaltazione della lingua patria. Band tutta al femminile, fondata nel 2001 dalle 2 compagne di scuola Jonsu (voce, violino, chitarra e tastiere) e Heini (chitarra, basso) che suonavano già insieme da bambine in una piccola orchestra, la line-up viene presto completata con l’inserimento di Sirkku (tastiere, clarinetto, piano), Jenni (chitarra) e Laura ( batteria).
Il gruppo dopo un avvio senza particolari note di colore viene notato da Tuomas Holopainen, mente dei Nightwish e da questo momento in poi inizia una stretta collaborazione che sfocia prima nella produzione dell’album “Valoissa” e successivamente nel mixaggio dell’ultimo album “A way away”.
Accanto a Holopainen altre celebrità hanno concorso alla realizzazione del progetto: il poeta americano e sceneggiatore Rory Winston, che ha aiutato la band a tradurre i testi in inglese e l’autore e produttore Pip Williams, già in passato arrangiatore delle canzoni dei Nightwish, che ha dato una mano alla stesura dell’album.

Dopo questa breve rassegna stampa, che serve a chi ancora non è al corrente delle nuove proposte targate Finland, mi siedo sulla mia bella poltrona rossa, a pelo corto, e comincio a fare qualche domanda alle nostre 2, bellissime, ancora non ci credo, penso di aver sbagliato ma al massimo giro questa intervista a “Vouge.”

Tanto per cominciare, una domanda da vero dilettante, da dove nasce questo nome: Indica?
È un nome che si è andato via via storpiando, è nato dal nome del colore indaco, che riteniamo essere un po’ il colore che raffigura il sapore della nostra musica. Poi negli anni abbiamo cercato di riadattarlo per dargli un taglio un po’ più femminile e siamo arrivate al nome “Indica”.

Venite prodotte dai Nightwish, non temete di essere facile preda di etichettature che rischiano di svilire la vostra originalità e quindi di essere bollate a vita?
La collaborazione con Tuomas è solo una realtà lavorativa tra artisti che si rispettano, e per quanto ci riguarda, abbiamo una vera e propria ammirazione per loro, non può essere che positiva una simile compenetrazione di esperienze musicali. Per quanto riguarda l’etichettatura non penso ci siano grossi problemi, in realtà noi suoniamo un genere differente rispetto al loro e quindi non dovremmo correre rischi sotto questo punto di vista.

È strano vedere una rock band completamente al femminile, era dalle gloriose Hole di Miss Courtney Love che non se ne vedevano in giro, siete fonte di scalpore o al contrario di particolare attenzione da parte del sempre lussurioso popolo del rock?
Onestamente non abbiamo notato una particolare forma di attenzione per il fatto di essere tutte ragazze, a parte le, sfortunatamente ancora poche, date in Italia e in Francia dove abbiamo notato un calore inaspettato e che noi non conosciamo in Finlandia, non ci sono state espressioni di ordinaria follia per il nostro aspetto.
Forse per voi italiani questa è una caratteristica che non passa inosservata, d’altronde siete famosi in tutto il mondo no?

Una delle poche volte che mi capita di essere fiero della mia italianità…sorrido come un ebete e gongolo ancora un po’, poi si nota e allora la smetto, e passo alla domanda successiva.
 
Venite tutte dallo studio classico, è un approccio alla musica completamente diverso, molto più sterile, se vogliamo, dove la componente innovativa è praticamente annullata, non vi siete sentite un po’  strette nelle forme teoriche che vi trascinavate dietro nell’apprendimento della musica, soprattutto in un genere che è sgrammaticato per antonomasia?
Il trucco è sempre stato quello di mischiare lo studio classico con l’attività in band varie che ci consentiva di evadere dalle strutture della classicità, a volte soffocanti. È anche vero però che ora possiamo definirci dei musicisti completi e il nostro background non può che esserci d’aiuto. Spesso si rischia di diventare ripetitivi dopo solo un paio di album, per noi una simile deriva è più difficile, in quanto abbiamo una visione a 360 gradi della musica, non siamo limitate dall’ignoranza, quindi possiamo esprimerci come meglio intendiamo.

Un’ultima domanda, con un album in inglese si cerca di conquistare il resto del mondo, che prospettive avete, immagino che ci siano anche delle aspettative?
Non si può predire il successo, per questo tendo a non pensarci troppo. Non pensarci troppo non significa che non ci pensi affatto, però se ti concentri troppo nel prevedere le cose rischi di rimanerne poi deluso quando queste si avvereranno ma con modalità differenti. Per ora riuscire a vivere della nostra musica è un risultato ben oltre le nostre più rosee aspettative, tutto il resto che verrà lo prenderemo così.

Incantato e innamorato di Jonsu, che si era aggiunta a metà intervista, mi accorgo che stiamo parlando già da una mezzoretta e gli impegni del tour incombono. Sono quindi costretto a separarmi dalle “Indica” alle quali auguro una buona fortuna.

Francesco Casati

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