Intervista a Bobby “Blitz” Ellsworth: 25 anni di Overkill e non sentirli

A poche settimane dall’uscita del nuovo disco degli Overkill, “Ironbound”, scambiamo due parole con l’intramontabile vocalist della band: ecco alcuni estratti della piacevole chiacchierata scaturita.

17 gennaio 2009

Ho ascoltato “Ironbound” e devo dire che è come minimo il miglior disco che gli Overkill hanno rilasciato da una decade a questa parte, sei d’accordo?
Non te lo posso dire ancora, e questo perché non riesco ad essere obiettivo in merito: quando un disco è nuovo di pacca c’è sempre un sacco di eccitazione attorno, ma il sentimento generale che ho avvertito dalla stampa di entrambi i lati dell’Atlantico è che è uno dei dischi migliori della nostra carriera, ci fa ben sperare anche per quanto riguarda il parere del pubblico quindi.
Ho sentito davvero un sacco di “holy shit!!!” da chi ha ascoltato il disco in anteprima, e questo non può che farci felici, una delle cose che rendono l’album memorabile rispetto ai precedenti è riuscire a reinventare il passato rendendolo contemporaneo e attuale: suona nuovo e fresco, ma è ancorato alle nostre radici.

Siete stati in tour per due anni, quando avete avuto il tempo materiale di scrivere i pezzi per “Ironbound”?
Beh, abbiamo avuto un’oretta libera tra il tour Europeo e quello Americano….(risata)
Quando vuoi scrivere un disco non conta dove sei, se al soundcheck, in aereo, sul tourbus, in cesso…le idee vengono ovunque e quando arrivano devi essere preparato per catturarle. E questa è una cosa che gli Overkill hanno imparato a fare nel corso degli anni.
Prendiamo D.D. Verni ad esempio, lui ha sempre un supporto portatile per registrare qualunque riff gli venga in mente; io faccio lo stesso con i testi, mi porto sempre dietro il necessario per scrivere, e quando torno a casa metto tutto su nastro. Durante i tour questi momenti capitano spessissimo, e tornare in studio subito dopo una serie di esibizioni live ti dà un’enorme carica e altrettanta voglia di metterti subito al lavoro; quando abbiamo iniziato a registrare “Ironbound” non avevamo ancora nessun contratto discografico, e la cosa che mi rende più fiero di questo disco è che lo abbiamo fatto perché lo volevamo noi e perché ci sembrava il momento giusto, non siamo stati a girarci i pollici perché la norma è trovare prima un contratto e poi registrare, lo abbiamo fatto e basta.

Ho sentito un’indiscrezione a proposito di uno show speciale per i vostri 25 anni dall’uscita di “Feel The Fire”, è vero che sarà nell’ultima data americana, a maggio a New York?
Non proprio, quella data fa semplicemente parte del tour promozionale di “Ironbound”; è vero che maggio sarà il periodo in cui nel 1985 uscì “Feel The Fire”, ma non lo festeggeremo specificatamente in quell’occasione; stiamo pensando di fare il vero concerto commemorativo più avanti nell’anno, con tanto di ospiti ed equipaggiamento per la registrazione di un dvd.
Se ad oggi non c’è ancora nulla di ufficiale è perché la nostra filosofia è di vivere nel presente, facendo un passo alla volta. Non è che non vogliamo programmare il futuro, ma mischiare l’uscita del nuovo album con quella dell’anniversario sarebbe sbagliato, “Ironbound” è un grande disco e merita attenzione, per i festeggiamenti ci sarà sempre tempo.

A febbraio verrete a promuovere “Ironbound” in Europa, ma senza passare per l’Italia. Dopo due anni di fila vi siete stufati delle nostre facce?
(risata) No no, non siamo stufi di voi: avevamo un tour già preparato a ottobre, c’erano perfino più date del solito programmate nel vostro paese ed avrebbe dovuto essere un tour con un co-headliner, molto simile a quello fatto nel 2009 con gli Exodus. Purtroppo quest’altra band si è tirata indietro e nel farlo anche alcuni promoter li hanno seguiti, quindi abbiamo dovuto ripensare tutto, trovare nuovi gruppi di supporto e cercare nuove location: tutto questo ci ha obbligato a eliminare qualche data. Nessun motivo personale come potevi immaginare quindi.

Un’ultima domanda, nel nuovo disco nella seconda traccia canti “All my friends are green and black”, e “The Green And Black” è anche il titolo della canzone che apre il platter: ci puoi spiegare cosa vuoi dire?
Il verde e il nero sono stati i colori degli Overkill fin dagli esordi, e quando lo canto mi riferisco a coloro che ci hanno sempre supportano, che vengono ai nostri show e che ci amano, la nostra piccola armata in pratica. È anche un modo per far capire che la nostra musica non è fatta solamente dai cinque elementi della band, ma anche da coloro che ascoltano questi cinque ragazzi.

Nicolò Barovier

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