Intervista a Luché: L’hip hop è il nuovo pop

Con i Co’Sang ormai alle spalle, ma tante idee per la testa, Luché non ha perso tempo e si è subito messo al lavoro su un nuovo disco, intitolato semplicemente “L1“. Che prende l’ hip hop come punto di partenza, ma ha anche un respiro musicale molto più ampio che dà l’idea della direzione artistica presa da Luché con questo suo nuovo progetto solista. Ecco come lui stesso ci ha raccontato di questo periodo di cambiamenti.

L1 è un nuovo inizio, a cui è coincisa un’evoluzione artistica…
È vero. Già con i Co’Sang avevamo quasi finito un album interamente in italiano, e quando ci siamo sciolti ho deciso di continuare su questa strada. L’hip hop italiano sta crescendo molto e non mi andava di rimanere legato a un livello locale, volevo essere ascoltato da tutti.

Da un punto di vista musicale, invece?
Anche qui, ho guardato oltre il solo hip hop. E questa è stata una scelta apprezzata da chi ascolta tutti i generi musicali, ma non da chi ascolta solo rap. Per quanto sia un album 100% hip hop, ci sono delle basi sperimentali, rock, elettronica, e penso che a lungo andare questo approccio porterà i suoi risultati.

“Rockstar”, la traccia realizzata assieme a Marracash, è un po’ l’esempio di questo nuovo approccio?
È un po’ una provocazione, un aspetto del mio approccio attuale alla musica, ma è anche vero che nell’album ci sono molti brani introspettivi, che parlano di me. È un disco molto riflessivo.

Il mondo del rap continua comunque a esprimere il suo apprezzamento, tanto che sei stato invitato a esibirti al compleanno di Hip Hop TV al Forum di Assago…
È stata una grande emozione, perché comunque ho suonato davanti a diecimila persone. Ho davvero avuto la sensazione di far parte di qualcosa di livello alto, che potesse competere con il resto dell’Europa.

La reazione del pubblico alla tua esibizione?
Il pubblico in qualche modo mi deve riscoprire, perché comunque l’ultimo disco dei Co’Sang è precedente al boom dell’hip hop che c’è stato in Italia. Come detto per me è un nuovo inizio, per cui sono andato lì consapevole di questo. Ma poi mi hanno accolto con un boato, stavano tutti con le mani alzate… insomma è andata bene, anche meglio di quanto mi aspettassi.

Ora stai di base a Londra: com’è stato il passaggio da una città pur molto ricca musicalmente come Napoli a quella che è la vera e propria capitale europea della musica?
C’è da dire che faccio avanti e indietro dall’Italia a Londra ormai da anni, per cui non è stato un cambiamento così radicale. E soprattutto torno spesso in Italia, non me la sono certo lasciata alle spalle, anzi: voglio continuare a essere molto presente nel territorio. Però ovviamente, senza parlare male dell’Italia, non c’è paragone con la scena musicale e come si vive qui. Qui puoi incontrare davvero chiunque, è più stimolante.

Il fatto di vivere a Londra ha influenzato le sonorità del disco?
Durante la lavorazione del disco ero in Italia. Diciamo che prima di tutto è un disco mio. Da un punto di vista musicale le mie influenze sono per lo più americane o inglesi, però è anche vero che essendo qualcosa di personale, si sente che è stato scritto da un ragazzo italiano, che viene da Napoli.

C’è chi dice che l’hip hop sia il nuovo pop: tu che ne pensi?
È una cosa che sostengo anch’io da tempo. Ma non lo dico in senso negativo: è il nuovo pop perché è la musica che in questo momento parla di più alle persone, e soprattutto ai giovani. Questo è un bene. Ma non significa che allora bisogna fare solo pezzi superficiali, bisogna trovare un giusto equilibrio tra accessibilità e qualità.

Stefano Masnaghetti


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