Intervista a Matteo Valli

19 giugno 2008
 
Il sorriso musicale di Matteo Valli, un lampo che unisce le anime
 
Potreste vederlo passeggiare con grandi buffi occhiali demodè, a naso in su alla ricerca di un dio dagli strani colori o di un alieno che sorride a noi terrestri. Oppure in bicicletta odorare il vento che gli accarezza il viso. Matteo Valli è quel sorriso che si nasconde dietro l’angolo della vita, che incontri quando meno te lo aspetti e ti disarma con la sua spontanea e semplice sete di vita. Le sue canzoni son scrigni di caramelle e liquirizie preziose, di giochi da inventare, di aquiloni da aggiustare per volare al di sopra dell’umana tristezza. Molti lo ritengono folle, ma se la follia è essere allineati con se stessi, que vivan los locos! Dopo l’estate uscirà, per Universal, il primo album del cantautore ventiseienne bolognese, Quando fanno l’amore Sonia e Mario, anticipato dal singolo La canzone dell’estate. E come potevo conoscere Matteo se non con uno scambio di sorrisi, in una notte piovosa in riva al Naviglio?

Matteo, parlami del tuo concetto di new-pop italiano.
“Le tematiche della musica pop italiana devono essere rinfrescate, partendo da ciò che hanno fatto Battisti, Ligabue, Jovanotti o Vasco. Loro hanno trattato i temi della gente comune in maniera diversa da come sono intesi di solito. Considero new-pop tutto ciò che fa parte della vita di tutti. Per esempio il dover cercare parcheggio. Prendi il significato degli squilli del cellulare… sono esageratamente pop, tutti ne parlano, però nessuno ne scrive. Ecco, io ho sviluppato un pezzo su questo. Gli squilli riguardano la comunicazione, in qualsiasi ceto sociale. E’ pop anche l’odore della propria casa o l’essere single in Italia. Come Andy Warhol aveva le sue icone negli anni ’70, io scelgo un perno attorno a cui far girare la canzone. Lo stesso titolo dell’album Quando fanno l’amore Sonia e Mario descrive i modi differenti di far l’amore a ogni età.”

Come ti sei avvicinato alla musica?
“ Ho iniziato in maniera strana. A 5 o 6 anni mia madre mi portò a casa una tastiera scassata di mia cugina, ma ho studiato con l’insegnante solo 3 o 4 mesi perché lei voleva canzoni classiche, mentre a me piacevano John Lennon e Venditti. Poi da ragazzino ero appassionato di pallacanestro, ma a 15 anni, non essendo molto alto mi schiacciavano in testa. Ho così imbracciato la chitarra per caso, pensando che fosse uno strumento più comodo, da compagnia, come succede al mare. Registravo i videoclip di TMC, guardavo dove mettevano le mani i musicisti e rifacevo gli accordi. Son stato un vagabondo musicale, passando per diversi generi e suonando batteria e basso. Questo mi ha portato a fare le canzoni dalla A alla Z, scrivo suono e produco.”

Perché suoni?
“Ci sono dati dei talenti, non so perché. Questo è un modo per riuscire a crescere a livello personale e far crescere altre persone. Devo aver rispetto per gli altri. Sento il bisogno di raccontarmi per intraprendere un viaggio, per guardarmi allo specchio, per capire dove vivo, la vita, raccontare come viviamo.”

Cosa ispira i tuoi testi e la tua musica? E come componi?
“ Per dirla come la pensava Platone riguardo alle idee che sono in un posto sconosciuto pronte a capitarti da un momento all’altro, credo che gli artisti siano dei filtri. Ci son due tipi di canzoni: quelle ispirate, come quando cammini per strada e boom ti arriva una canzone. Qui si tratta solo di saperla ascoltare e non bloccare il flusso di cose che stanno arrivando. Girando per strada guardo tantissimo gli sguardi, i dettagli, come si muovono le nuvole. Poi ci sono le canzoni pensate ed è come costruire una sedia. Dipende quante persone vuoi si siedano sopra. L’approccio è più artigianale, ci metti di più, la ceselli, entrano in gioco ragionamento e furbizia.”

Come si calibrano tenerezza e passione per dare vita alla canzone d’amore “perfetta”?
“Purtroppo non ho la formula, altrimenti avrei già scritto il successone. Non esiste la canzone d’amore perfetta. Magari che rispecchia una persona, molte, più persone. Nella sfera femminile la tenerezza è maggiormente apprezzata e credo sia stupenda Almeno tu nell’Universo. Mentre per la sfera maschile credo si adegui bene Vasco.”

Che aria soffierà nella Canzone dell’estate? E che gusto si assaporerà nel tuo album in uscita dopo l’estate?
“La canzone dell’estate rispecchia esattamente lo stile new-pop. Parla della gente che va tutti gli anni al mare. Si sale in macchina e, appena accesa la radio, ecco la canzone che segnerà l’estate della nazione, del mondo, la colonna sonora dei ricordi di quel periodo. Ho voluto raccontare di quei ragazzi che vanno al mare a vedere i sederi delle donne, perché è vero che i maschi fanno così, seppur nessuno lo abbia ancora detto in una canzone. Mi piace raccontare cose vere. L’arte è vita… Il disco sarà come un gelato a tre gusti. Limone, poiché la verità è sempre un po’ acre. Nocciola, perché rispecchia la malinconia, un po’ autunnale. E poi Puffo, dato che ci son delle canzoni totalmente pazze, dei punti di vista al di fuori della normalità… è il lato artistico più estroso.”

Dov’è il posto dove trovi pace? In un mare di Ninfee?
“E’ difficile provare il senso di pace, da artisti. Dentro e fuori di me ci son cose che mi danno fastidio e son sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa. La vera gioia è la semplicità, dimenticando quello in più, nel bene e nel male, come un sentimento scomodo che magari ti porti dentro da quando eri piccolo. Comunque sì, come dico in Ninfee… sogno un posto dove stare in pace qui con me, dove tutto tace sopra un mare di ninfee, così ritroverò la vera gioia e la semplicità, dimenticando tutto ciò che è noia, l’inevitabile tristezza finirà.”

Cos’è il sorriso nella tua vita?
“Bella domanda! Tutti devono sorridere e preoccuparsi. Io sono una persona che ride molto. Lavorando con bambini con problemi ho imparato che il sorriso apre le anime. Se ti viene ricambiato un sorriso, parte un contatto emozionale. E’ come una lampo che unisce le anime. Con un sorriso sei più predisposto a comunicare. Anche nelle foto, il fatto di sorridere è un ponte levatoio per la comunicazione. Sorridere in una canzone che parla di cose tristi cambia l’ottica di guardare l’avvenimento e pensarlo come esperienza che ti aiuta a maturare.”

Quando ti guardi allo specchio la mattina chi vedi? E dopo un concerto?
“Dormendo con la maglia col mio logo, penso ironicamente che son un deficiente! Man mano che mi guardo son sempre più vecchio, ogni giorno vedo il tempo che passa e ne son felice. La mattina canto. Sono innamorato della vita, mi piace vivere. Durante il concerto è come se la vita si fermasse e dopo è come se la riprendessi in mano, accorgendomi di quello che succede. Mi sento sorpreso quando scendo dal palco.”

Ma secondo te noi viviamo per raccontarlo o viviamo per essere?
“Io vivo per raccontare, perché è un’inesauribile fonte per la scrittura.”

Cosa ti fa arrabbiare tantissimo e cosa ti fa sorridere?
“Mi fanno arrabbiare tre cose. La non puntualità, perché è mancanza di rispetto. L’indifferenza. Vista come chiusura rispetto altri mondi, è un’arma che uccide l’uomo. E sull’invidia sono intransigente. Invece mi fanno sorridere diverse cose. Il sole mi mette di buon umore, i bambini in cui leggo la purezza dell’anima. Quando i bimbi nasceranno tristi non ci sarà speranza per l’umanità. Sorrido nel guardare negli occhi mia mamma e mio papà.”

Se tu fossi un libro quale saresti?
“Veronika decide di morire, di Coelho, rispecchia una realtà che mi appartiene moltissimo, sottolineando che i veri matti siamo noi, quando dice “Mantentevi folli ma comportatevi come persone normali”. Sono pazzo perché amo la verità a tutti i costi, perché sono così, trasparente, e non mi nascondo, ma nella società devo comportarmi come una persona “normale”. Sono un libro aperto di cui ho scritto solo 25 pagine, strappate, a metà, pagine dove ho attaccato altri fogli perchè troppo dense…”

Se guardi verso il cielo cosa vedi?
“Spero ci sia qualcosa, che poi non è detto se sia un dio o gli alieni. Tutti soffriamo di solitudine e pensare che il mondo sia lasciato da solo fa un po’ paura, poiché l’essere umano non è in grado di autogestirsi.”

Cosa cerchi nelle persone che ti circondano?
“Assolutamente la verità, in amore, amicizia, nel lavoro. Serenità e complicità in questo viaggio che è la vita. Siamo come corridori in salita, c’è anche quello che ti dà calci o sputa. Devi vedere in che squadra vuoi correre. Spero di trovare anche pochi compagni di corsa, ma che mi aiutino ad arrivare dove voglio. Il successo non è scrivere la canzone della vita. Il successo è arrivare a un punto in cui poter dire sono sereno.”

http://www.myspace.com/matteovalli

Melissa Mattiussi

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