Intervista ad Attilio Fontana

Sorriso giocoso, romanticamente retrò, ci racconta il suo album A

E' tempo di imparare a guardare e ad ascoltare davvero, cercando il bambino che è racchiuso lì in qualche luogo dentro di noi, magari soffocato da troppa carne, da troppi schemi dettati dalla società, da distrazioni che distolgono dalla purezza dell'essere. E un essere, dalle sembianze umane, dagli occhi di limpido cielo e dal sorriso di dolce sole ho incontrato sulla mia via, Attilio Fontana. Molti lo ricorderanno per essere stato uno dei componenti del gruppo pop Ragazzi Italiani, molti per diversi film, ma forse non tutti sanno che Attilio è soprattutto un romantico musicista e un appassionato di arte. A è il suo primo album, uscito per Universal. Ecco qui qualche ingrediente della ricetta dell'alfabeto di Attilio, fra il peso delle parole, la leggerezza dei suoni e silenzi in sospensione…

 

 

Attilio, parlami del significato di A.
“A è un progetto per me importantissimo, è il mio primo vero disco, un percorso di questi anni, un diario di vita e di viaggio di tutto quello che ho digerito facendo mille cose diverse. Fondamentalmente è un po' il desiderio di raccontare storie, colori ed emozioni musicali attraverso un lavoro che mi appartiene e molto personale. A è un ricominciare da capo, dalla prima lettera dell'alfabeto, che è caratteristico di chi fa questo tipo di mestiere.”

Sei una persona artisticamente versatile, attore, cantante, artista… C'è uno di questi ruoli che preferisci?
“Non so se versatile o scostante. Mi piace ogni volta ripuntare tutto su qualcosa. Questo da un lato non dà un senso di continuità alla tua tranquillità di vita, però è bello perchè ti scontri e ti fa crescere, confrontandoti su più fronti. Ora il mio zainetto inizia ad esser pieno di cose belle. E' un modo per dire che mi piace scrivere e fare musica e vivrei solo di questo se non fosse un momento così difficile per chi fa il musicista e non solo.”

Visto che parliamo di lettere, cosa significa la parola per te?
“E' un mondo che mi ha sempre affascinato e in questi anni mi ha portato grandi risultati. A livello di composizione ha dato buoni riscontri, ho fatto un musical per Lucio Dalla, musiche per film, scritto canzoni per gruppi esteri, come per gli spagnoli Esperanto. E poi c'è stata l'esperienza del musical sulla vita di Padre Pio, argomento delicato, all'inizio quasi rifiutato, ma per il mio desiderio di fare le cose difficili poi ce l'abbiamo fatta. Dopo quattro anni è venuto fuori un bel progetto. Tornando alla scrittura, A è il mio scrigno. Certo, le canzoni non abbandonano il lato ludico del pop, ma l'album attraversa mondi che amo moltissimo, la musica brasiliana, il tango, la Spagna. Sono anche contento di collaborare con Franco Ventura, mio padre adottivo artistico, uno dei più importanti chitarristi italiani e grande compositore. E' un disco molto romantico, anche se il romanticismo non va più di moda, sembra sempre un po' troppo mieloso. Però mi piaceva anche l'idea di metterci del cinismo, poiché la società vista in un certo modo fa sorridere.”

Cosa cambieresti in questa società occidentale?
“Ho scoperto che mi piace essere una specie di alieno visitatore e non voglio aver la presunzione di dire cambierei questo o quello. Molte persone idealiste tendono a convincere la gente a seguire ideali campati in aria. Mi piacciono le persone che dicono che non funziona qualcosa e propongono un'alternativa. Sono anche stanco della politica, non ci credo più.”

Secondo te, i sogni, quelli notturni, hanno il potere di cambiare la nostra vita?
“Sono la benzina per andare avanti nella vita. Se smetti di sognare ti togli anche il motore grazie al quale un certo tipo di cose vanno avanti. E' fondamentale continuare a sognare. Più grandi sono i sogni meglio è. Sognare in grande o in piccolo costa la stessa moneta, quindi tanto vale che i sogni siano grandi. Poi la delusione è un'avventura e mi ci butto a testa in giù, come dice una canzone scritta tempo fa con degli amici.”

Con quale supereroe ti piacerebbe duettare?
“A New York ho girato un video dove mi son vestito Uomo Ragno, col costume originale, e son andato in giro per la città per una settimana. Mi è sempre piaciuto questo personaggio.”

Qual è il ruolo del gioco nella tua vita?
“Lo sto coltivando molto. Il fatto di interpretare Berger in Hair è un bel passo nel mio percorso, mi mancava un ruolo così estremo. E' bellissimo giocare sul palco, è molto liberatorio, soprattutto per un carattere un po' implosivo come a volte è il mio. Il gioco mi accompagna. Poi ti dicono che devi crescere, ma io sono “peterpanista” convinto. Mi incuriosiscono i giochi e soprattutto quelli moderni, quelli inutili. Sono i fiori della nuova società. Come gli occhiali con le luci… è come se fossero una sorta di centrifuga della società. Non hanno utilità e c'è un grande progetto ludico dietro, ci si circonda di tenerezze artificiali e kitsch, pur di avere attimi di follia felice.”

Che cibo potrebbe essere A?
“Mmm… Potrebbe essere anatra all'arancia, che non ho mai mangiato, oppure affettato, quello che trovi tornando da scuola, quando la mamma non ha voglia di cucinare.”

Da dove viene la passione per il Boero, a cui dedichi una canzone?
“Stavamo registrando il disco in Toscana e siamo andati in una bar tipo Craal. Io son cresciuto in un paese piccolo e mi ricordo che mi piacevano I Boeri che prendevo al bar perchè si vinceva sempre. Se ti andava bene ne avevi in regalo altri tre. E' la bellezza dell'illusione di poter vincere qualcosa. Oggi siamo circondati da promesse di avere vinto qualcosa, da internet alla posta, ma poi sono bugie. Invece nella semplicità dei Boeri si vinceva sempre.”

E raccontami dei peluches…
“Il peluche in copertina è una mia opera. Ho fatto tre anni di Accademia a Roma, quello è uno dei miei primi quadri sperimentali. Si chiama Dreamer. Mi piace l'idea di costruire e decostruire. Nel brano “Peluches”, il pupazzo è una specie di ancora di salvezza, perchè ti dà sicurezza nei confronti di ciò che è ipertecnologico, come i Pokemon che poi vengono bruciati nell'acido blu. Oggi ci sono troppi input, c'è un eccesso di tutto e io ne soffro molto. Non è facile stare al passo con tutti i libri, i film i dischi che escono. E sento una sensazione di impotenza, è come se nel cervello non ci stessero così tante cose.”

La tua musica ha un sapore anche retrò… Da dove viene questo gusto per il passato?
“Viene dalla mia famiglia. Mia madre è diplomata in fisarmonica e mio padre pure la suonava. Aveva un'orchestra con cui andava sulle navi da crociera nel dopo guerra e proponeva un repertorio  dalle croisette frencesi a Rapsodia in blu di Gershwin. Da piccolo non mi piacevano, poi col tempo scopri che ci sono delle cose molto belle all'interno di queste musiche. E mi è piaciuta l'idea di fare un disco che avesse anche un po' di ricordo sonoro. Questo poi è un periodo in cui si è riscoperta la popolarità del suono, dalla taranta al klezmer al tango. Forse per il bisogno di riprendersi. E' tutto così veloce che ci si rifugia in tutto ciò che si può fare con le mani e con i piedi.”

E con le mani e coi piedi ci incamminiamo sul sentiero metropolitano sotto una lieve pioggia che coccola la pelle di nostri visi. Un saluto, un sorriso e via verso musiche da raccontare… pensando a cosa potrebbe nascere fra una scimmia e una libellula. Forse nessun animale, ma di sicuro un grande Amore. Parola di Attilio!

Melissa Mattiussi

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