Intervista Blue Oyster Cult Albert Bouchard

I Blue Oyster Cult non trovarono mai il successo di massa duraturo, perché non riuscirono mai a vendersi alle regole di un mercato di cui pur avevano capito il funzionamento.  Una band sublime e allo stesso tempo spaventosa, che ancora oggi suona terribilmente attuale. Albert Bouchard, che di quel nucleo era il batterista e uno delle maggiori menti creative, ama ancora ricordare i tempi che furono, senza però provare nostalgia o vivere ancorato al proprio passato. Parli di padri dell’hard rock e dell’heavy metal e la mente vola subito ai Black Sabbath o agli Zeppelin, senza mai pensare che, come e più di questi, fu una compagnia di amici di Long Island (di cui faceva parte anche Patti Smith) a influenzare decine e decine di band, in primis una piccola realtà della Bay Area di nome Metallica…Alla fine degli anni sessanta, mentre da una parte all’altra dell’oceano la maggior parte dei gruppi rock si cullava ancora sulle illusioni del concetto di “peace and love”, quei ragazzi avevano capito con qualche anno d’anticipo che quell’ideologia nascondeva anche orrori, cosa che i fatti di Altamont e la carneficina della famiglia Manson portarono puntualmente alla coscienza collettiva da lì a poco.

La tua dipartita dopo “Fire Of Unknown Origin” rimane ancora avvolta nel mistero dopo tanti anni. Tu eri uno dei cardini dei BOC, perché te ne andasti?
Non ci fu solo una causa. Apparentemente la causa principale furono le continue discussioni che mi videro protagonista insieme a Sandra Roeser, la moglie di Buck. Arrivai al limite di sopportazione, sbraitai in malo modo e fui cacciato. Ma quella non era che la punta dell’iceberg: in quel periodo contava di più il management che i membri della band, so per certo che Sandy Pearlman, Allen Lanier e Eric Bloom erano contrari alla mia cacciata, ma non fecero niente per evitarla. Di sicuro io non volevo lasciare la band e ci sono ricordi che fanno troppo male per essere riportati alla coscienza, ma mi illudo di averli dimenticati.

Hai mai pensato ad una reunion della line up originale? Se te lo chiedessero come reagiresti?
Ci ho pensato per moltissimi anni, ma ora non più come un tempo. Don e Eric un paio di anni fa chiesero a me e a Joe di partecipare ad uno show per i fan, ma alla fine il loro manager si mise di mezzo e impedì che la cosa avvenisse. Insieme siamo stati molto bene e a volte mi ritrovo a pensar a quanto mi manchi suonare con loro.


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Ascolti ancora gli album dei Blue Oyster Cult? Pensi che suonino ancora attuali?
Sì, li ascolto ora come facevo ai tempi, non sono uno di quei musicisti che dicono di non ascoltare i propri dischi. Credo che la nostra continua ricerca di un sound che non appartenesse a nessuno, ci abbia fatto fare album che possono ancora competere con I prodotti di oggi. Il fatto di non essere mai diventati enormi quanto una band come i Beatles, ci permette di suonare ancora nuovi oggi poiché non abbiamo avuto decine di band senza talento pronte ad imitarci, come invece successe a loro e a tante altre band del passato. Quelli che abbiamo influenzato noi sono pochi e dotati di maggior talento, come i Metallica.

Avresti immaginato che la band avrebbe avuto un impatto così forte sull’hard rock degli ultimi trent’anni?
Assolutamente no. Prima del successo con la band, il mio sogno era quello di registrar un brano che le radio avrebbero trasmesso per moltissimi anni, un classico insomma. Mentre cercavo di realizzarlo, ho fatto un lunghissimo viaggio all’interno della creatività che ha avuto ripercussioni sulla società che non potevo nemmeno immaginare o attendere.

“Imaginos”, album del 1988, rimane uno dei più acclamati dei Blue Oyster Cult, ma in realtà fu un progetto nato solo dalla tua mente. Ormai eri fuori dalla band, ma non riuscisti a farne un album solista.
“Imaginos” diventò un album dei Blue Oyster Cult per via delle enormi pressioni della casa discografica (la Sony ndr) e della paura di Sandy Pearlman di bruciarci una grande occasione facendolo uscire a mio nome. Riuscirono nel capolavoro di bruciarla comunque

Quello rimane anche uno degli album più sottovalutati della storia. Dove e quando nacque dentro di te l’idea per un progetto del genere? Lo ami ancora?
Sviluppai l’idea insieme a Sandy Pearlman nei primissimi anni della band. Posso dirti di aver creato le basi del concept praticamente da solo, nacquero da una mia idea insomma, ma Sandy fu fondamentale per svilupparla e fu una fonte di ispirazione continua. Mi diede album da ascoltare che pensava potessero aiutarmi nella composizione, come i Carmina Burana e tutti I dischi dei Byrds, lavorò con me alle melodie di molti brani e, ovviamente, scrisse tutte le liriche. Penso ancora sia uno dei miei lavori più belli, ma da vero artista ti dirò sempre che il meglio deve ancora venire. Il prossimo album dei Blue Coupe, la mia attuale band,  uscirà il prossimo anno e non uscirà se non sarà un grande lavoro!

Veniamo allora al tuo presente. Chi è oggi Albert Bouchard?
Innanzitutto Albert Bouchard è un musicista a cui non piace parlare in terza persona! Mi piace aggiustare le cose, insegnare agli altri cose interessanti, scoprirne di continuo e farne a mia volta. Cerco di mantenermi in forma, di mangiare in modo salutare e di essere un membro responsabile della specie umana. E sono ancora un nerd della musica.


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Mi vuoi parlare del progetto Blue Coupe? In Europa non conosciamo molto della cosa, ma in America ha riscosso un enorme successo e la candidatura ai Grammy. Siete nati come super band di cover, ma poi le cose sono cambiate…
Tutto è nato quando io e Joe (Bouchard, fratello e membro fondatore dei Blue Oyster Cult ndr) abbiamo suonato insieme Dennis Dunaway (storico bassista della Alice Cooper Band) allo show per salvare il CBGB dalla chiusura. Quella sera era presente il proprietario di un locale della Pennsylvania, che ci chiese di suonare per l’inaugurazione del club. Dopo quello show capimmo che avremmo potuto divertirci molto e iniziammo a suonare in giro per diversi locali, proponendo canzoni sia di Alice Cooper che dei Blue Oyster Cult. Poi, alla fine del 2009, Robby Krieger durante una telefonata mi suggerì che avremmo potuto creare qualcosa di nuovo, non delle semplici cover, così iniziammo a lavorare a “Tornado On The Tracks”. Il disco venne accolto molto bene, candidandosi a cinque Grammy Awards e ricevendo ottime recensioni. L’album è tuttora in ristampa poiché non ci si aspettava un risultato del genere.

Cosa ricordi del “Black And Blue Tour” da headliner insieme ai Black Sabbath?
Me lo ricordo come un terribile tour pieno di tensioni continue. Ronnie James Dio per me, Joe ed Eric era un vero e proprio eroe: venivamo dalla scena di New York, quindi non poteva essere altrimenti. Era il miglior cantante che venisse fuori dalla città dai tempi di Tony Bennett ed era già una leggenda quando io ero solo un teenager. Purtroppo durante il primo giorno in tour uno dei nostri roadie fece un’osservazione pungente sui Sabbath e fu cacciato. Il giorno seguente scoprimmo che fu proprio Dio a farlo e il colpo fu così duro che non gli parlai per tutto il tour. Anche con Iommi ci furono problemi…diventammo invece molto amici di Geezer e Vinnie Appice, con i quali sono in ottimi rapporti anche oggi. E in ogni caso invecchiando le cose cambiano, ora sono tutte ottime persone.

So che dopo aver lasciato I BOC hai suonato con altre grandi band come Mamas and Papas e Spencer Davis Group ed altre meno note, ma di grande spessore, come David Roter Method e Brain Surgeons. Cosa ti hanno lasciato quelle esperienze?
Gli show con Spencer Davis furono un divertimento continuo. Lui è una persona stupenda e non è ossessionato dal dover riproporre ogni sera le sue hit più celebri. Abbiamo suonato per tutta la East Coast, dal Maine alla Florida e quelli furono i miei primi grandi show dopo aver lasciato i Blue Oyster Cult. Con i Mamas And Papas in realtà ho suonato solo una manciata di show e tutti in casinò, ma suonare con delle leggende è sempre fantastico. Ho anche suonato per un certo periodo con Peter Noone degli Herman’s Hermit, anche lui una persona splendida. I problemi nacquero poiché il materiale della band mal si sposava con la mia immagine passata e la mia voglia di improvvisazione era mal vista: mi vietarono categoricamente di discostarmi dalle note originali dei brani. David Roter era uno dei miei migliori amici  e suonare con lui era ogni sera una scarica di energia incredibile. Gli ultimi concerti con lui prima che morisse sono i più divertenti a cui posso dire di aver avuto il privilegio di partecipare. Quella con i Brain Surgeons, infine, fu un ritorno alla musica dopo anni passati a produrre giovani gruppi: producemmo buoni album, ma i cambi di line up non ci permisero mai di avere una vera direzione musicale. In più trovai difficoltà nell’affrontare interi tour nel ruolo di cantante.

Luca Garrò

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