Intervista Henry Rollins in Italia tra sette giorni

Henry Rollins, fra gli artisti più importanti e influenti nella storia del punk/hardcore, tornerà in Italia dopo circa un decennio per due date a Milano (15 febbraio) e Bologna (16 febbraio). Un evento davvero imperdibile, anche perché Henry si presenterà in una veste assolutamente inedita per il nostro paese; infatti i due spettacoli faranno parte della sua “The Long March“, l’ultima tournée di spoken word del Nostro, che da qualche anno a questa parte ha preferito abbandonare la musica suonata (e leggerete al termine dell’intervista che la sua pare proprio una decisione irrevocabile) per dedicarsi interamente alla prosa, trasmettendo agli spettatori pensieri, riflessioni e impressioni ricavate dalla sua vita e dai suoi viaggi, fra rabbia e ironia, con l’onestà e la schiettezza assolute che da sempre hanno contraddistinto la carriera dell’ex Black Flag.

Da circa un decennio a questa parte stai portando avanti un’intensissima attività tramite i tuoi spoken word. Perché è così importante per te condividere i tuoi scritti e, in generale, le tue riflessioni con le altre persone? Quali sono gli aspetti più interessanti di questo lavoro?
In realtà non credo sia così importante, è semplicemente quello che faccio adesso. Mi piace viaggiare e scoprire il mondo, raccogliere informazioni, portarle sul palco e parlare agli spettatori di quello che ho visto. Per me è come essere una specie di reporter, e mi trovo là per servire l’audience; questo è il modo in cui vedo il mio lavoro.

Grazie ai tuoi tour hai viaggiato per mezzo mondo,  hai scritto libri sui paesi che hai visitato e ultimamente hai fatto uscire anche un libro con le fotografie che hai scattato dall’Irlanda al Sud Africa. Quali sono le differenze, o magari le similitudini, che hai notato fra i vari angoli del mondo che hai visto? E quali sono state le esperienze più interessanti che hai fatto?
A livello culturale, ovviamente, ci sono molte differenze tra tutti questi luoghi. Differenze di costume, di religione, di cibo, etc. Eppure, al di là di tutto questo, le persone di ogni nazione sono piuttosto simili nei loro bisogni primari e nelle loro aspirazioni più profonde. La parte più interessante di tutto questo viaggiare è stata quella di aver incontrato persone che devono far fronte a situazioni di vita davvero dure, difficilissime. Guerra, carestia, siccità, migrazioni di massa, rivolte politiche, etc. Sono queste le persone dalle quali puoi imparare davvero molto.


Nei tuoi spettacoli parli spesso di problemi politici e sociali, anche quelli che riguardano la tua nazione. Secondo te cos’è cambiato negli Stati Uniti con il passaggio da Bush a Obama? Come la crisi economica ha influenzato la vita quotidiana delle persone? Ora la crisi è arrivata anche da noi in Europa…in generale cosa ne pensi dei problemi che stiamo vivendo in questi anni?
Riguardo agli USA, non si tratta tanto di quello che penso io, quanto di fatti che per me sono inconfutabili. L’amministrazione Bush ha lasciato in eredità un debito di proporzioni catastrofiche, immani. La guerra – farsa in Iraq è pesata moltissimo sulle teste dei cittadini che pagano le tasse. La spesa è stata di miliardi di dollari, e su questo non c’è dibattito che tenga. Bush ha permesso alle banche di calpestare il popolo americano e milioni di persone nel resto del mondo. Hanno sofferto in milioni, ma nessuno è andato in prigione. Obama ha aumentato il suo lavoro nella prima parte del mandato, ha eliminato Osama Bin Laden, ha fatto tornare a casa i soldati dall’Iraq, ha abolito la legge DADT (si tratta della legge che escludeva gli omosessuali dall’esercito degli Stati Uniti, ndr.)…questi sono alcuni dei cambiamenti che sono stati fatti. Però i più gravi problemi mondiali sono ben altra cosa, e credo che ci vorranno parecchi anni per sistemarli, se si riusciranno a sistemare. Credo che andremo incontro a parecchie carestie e morti per sete.

Parlando di altri fatti d’attualità, che cosa ne pensi del problema della libertà della rete e del dibattito sulle nuove regolamentazioni per internet che il Congresso degli Stati Uniti vorrebbe introdurre?
Quando qualcuno scarica gratis uno dei miei album e lo mette nel suo lettore, io non so in che altro modo chiamarlo se non furto. Ma non voglio che nessuno vada in carcere per una cosa del genere. Per anni le etichette discografiche hanno derubato le band e ora sono i fan stessi che possono farlo. C’è anche un altro lato della faccenda, però: penso infatti che ascoltare un disco che non hai mai sentito prima e poterlo fare senza spenderci un soldo possa spingerti ad acquistarlo. Comunque la mia preoccupazione maggiore rimane quella che le band possano aver soldi sufficienti per poter sopravvivere. E penso che le azioni del governo siano state decisamente esagerate.

Dopo aver visto il tuo show a Knebworth, siamo davvero eccitati di poterti vedere in Italia dopo tutti questi anni: perché ci hai messo così tanto tempo per ritornare nel nostro paese?
Semplicemente perché non c’è stato nessun promoter che mi abbia chiesto di venire.

Guardando al passato, cosa ricordi della tua carriera con i Black Flag e successivamente con la Rollins Band? E come pensi che la tua musica abbia influenzato i gruppi di oggi?
Cosa ricordo? Centinaia di migliaia di ore trascorse con queste band. La tua domanda è un po’ troppo ampia. Entrambi i gruppi con cui cantavo lavoravano duramente e cercavano di fare buona musica. Sono stati anni di tentativi, in cui abbiamo speso moltissime energie e una buona dose di coraggio. Non sempre tutto è andato bene, ma ne è sempre valsa la pena. Riguardo al resto, non ho la minima idea se la musica in cui sono stato coinvolto in tutti questi anni abbia influenzato qualcuno in qualsiasi parte del mondo.

Qual è l’album di cui vai più orgoglioso?
Onestamente, non vado di fiero di queste cose. Ho fatto ogni disco allo stesso modo, quello in cui la maggior parte delle band compone i propri dischi: cercando di fare del proprio meglio. Da Britney Spears ai Black Sabbath, tutti lavorano duramente sul loro materiale. Una volta che il disco è finito, è già nel passato: almeno per me è sempre stato così. Lo metto su uno scaffale e passo al prossimo impegno. Pavoneggiarsi in giro mostrandosi orgoglioso non fa per me.


Quanto è cambiata la scena punk/hardcore (ma direi il rock in generale) da quando hai mosso i tuoi primi passi con i Black Flag? Quali sono stati i più grandi cambiamenti che hai avvertito negli ultimi trent’anni?
Penso che l’accesso alla musica e alle band sia diventato molto più semplice. In questo senso internet è stata una risorsa fondamentale nel cambiare tutto ciò. Oggi un gruppo può diffondere la sua musica nel mondo molto più efficacemente e spendendo molti meno soldi, e questo è grandioso. Tuttavia, a causa dell’aiuto dato dalla tecnologia, un musicista può sembrare più bravo e valido di quello che realmente è, di conseguenza c’è la possibilità che i musicisti s’impegnino di meno per migliorarsi. Riguardo alla musica in sé, non saprei dire quanto sia realmente cambiata. La maggior parte degli strumenti che oggi utilizzano i complessi sono gli stessi che hanno sempre usato, e con questi, nella maggior parte dei casi, suonano come suonavano un tempo. Detto questo, credo che anche oggi ci siano delle band incredibili in giro.

So che adesso sei un dj alla KCRW-FM Radio di Los Angeles, e quindi puoi ascoltare molta nuova musica. C’è qualche giovane che ti piace particolarmente, qualche nuovo nome da osservare con attenzione?
Non saprei nominare molte band al loro primo disco, però qualcuna che mi viene in mente c’è. Per esempio Le Butcherettes: li ho visti suonare la notte scorsa, aprivano per gli Stooges e hanno fatto un concerto davvero eccellente, e anche il loro disco d’esordio, “Sin Sin Sin“, è davvero bello. Altri giovani da tenere d’occhio sono i True Widow; vengono da Austin, Texas e sono davvero fighi.

Hai mai pensato di tornare ad esibirti con la Rollins Band?
No.

Stefano Masnaghetti

Condividi.