Intervista Korn The Path Of Totality è la svolta

Intervista Korn The Path Of Totality è la svolta

Abbiamo avuto la possibilità di scambiare qualche battuta con Reginald “Fieldy” Arvizu, storico bassista nonché fra i membri fondatori dei Korn, poco prima che questi ultimi si esibissero all’Alcatraz di Milano. Oggi il musicista è sulla bocca di tutti, ma non tanto per ragioni prettamente musicali, quanto piuttosto per la sua clamorosa conversione al Cristianesimo, avvenuta fra l’altro a ridosso di quella di un altro componente della band, Brian “Head” Welch, anch’egli born-again Christian. Se però Head se n’è andato per concentrarsi sulla carriera solista e non cadere in tentazione, al contrario Fieldy è rimasto nei Korn perché, secondo le sue parole, “suonando e andando in tour con una band così grossa è più facile raggiungere molte più persone e far conoscere anche a loro Gesù Cristo“. Sono fatti ormai arcinoti e largamente reperibili in tutto il web, così abbiamo pensato di concentrarci sulla musica piuttosto che affrontare un argomento così controverso e che, ancor di più, per essere trattato con cognizione di causa e giusta sensibilità necessiterebbe di uno spazio immenso. E poi Fieldy aveva parecchio da dire anche sulla sua attività nel gruppo, a partire dall’ultimo, controverso album “The Path Of Totality“. Insomma, chi ha avuto l’idea di ibridare il tipico suono nu metal dei Korn con elementi dubstep e, in generale, elettronici? “L’idea è stata di Jonathan (Davis, ndr.); da un po’ di tempo era sempre più interessato ai suoni elettronici, al dubstep e a quella roba lì. Ed è stato proprio lui a proporci di registrare un album con quelle influenze, persino a collaborare con alcuni dj della scena sul disco. Alla fine siamo stati tutti d’accordo nell’imbarcarci in questo progetto, perché abbiamo trovato che l’idea fosse davvero fica, e i pezzi stavano venendo fuori davvero bene. ‘The Path Of Totality’ è un nuovo punto di svolta per i Korn, ci siamo rinnovati e abbiamo dimostrato di essere ancora vivi, senza dimenticare quello che siamo sempre stati. Alcuni hanno detto che ci siamo snaturati e che ‘The Path Of Totality’ non è un vero nostro disco, ma non sono d’accordo. Il nostro stile è sempre riconoscibile, solo che gli abbiamo dato una rinfrescata. E i fan sono d’accordo con noi, dato che è stato ricevuto benissimo“. Quindi avete pensato anche alla reazione dei fan oppure vi siete concentrati solo su quello che stavate scrivendo? “Ovviamente non possiamo non pensare a chi ci ha sempre sostenuto. Ma il problema è sempre lo stesso, dipende quanti sono quelli che ti detesteranno e quanti invece ti apprezzeranno. Se i primi sono superiori ai secondi, allora hai fallito e la cosa non funziona; se invece quelli che amano quello che hai fatto sono la maggioranza e gli altri solamente una piccola minoranza, allora hai fatto la cosa giusta. E credo proprio che i Korn abbiano fatto la scelta giusta“.


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Insomma, del loro nuovo lavoro i californiani vanno davvero fieri. Prova ne è la scaletta del tour, che vede ben 6 estratti dal nuovo album, segno che anche sulle assi del palco i Nostri si divertono a suonare queste canzoni: “Ogni volta è diverso, anche se la setlist è quasi uguale ad ogni data. Soprattutto per il feeling che abbiamo con i pezzi del nuovo disco. Personalmente, quello che per adesso preferisco è sicuramente ‘Narcissistic Cannibal’, ma non è detto che ne prossimi mesi non possa cambiare opinione. Tra l’altro è molto bello poter avere così tante canzoni da poter scegliere, certo è difficile decidere cosa proporre dei nostri dieci album, ma è comunque un privilegio. Abbiam deciso di fare anche la cover dei Pink Floyd proprio per variare ulteriormente la proposta“. Dieci release per una carriera lunga quasi vent’anni che ha visto alcuni alti e bassi, anche se Fieldy non è d’accordo su questo: “Abbiamo avuto un momento di enorme popolarità verso la fine degli anni Novanta, con dischi come ‘Follow The Leader’ e ‘Issues’. Però non credo che i Korn siano una band che è passata da picchi altissimi a momenti di vera crisi. Penso al contrario che la costanza sia stata una nostra caratteristica, abbiamo il nostro pubblico che non ci ha mai abbandonato veramente, anche se non siamo mai diventati davvero giganteschi“.


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Reginald trova anche il tempo di scherzare quando si parla delle differenze fra le tournée americane ed europee: “Sembrerà una sciocchezza, ma il bello di fare tour qua da voi è anche dovuto al cibo. Mangiate davvero bene, e avete tre pasti al giorno, colazione pranzo e cena, che rispettate scrupolosamente. Negli Stati Uniti non è così. Non solo io sono entusiasta di quello che si mangia in Italia, ma anche Jonathan; anzi lui ogni volta che passa di qui cerca di bere più cappuccini possibile (ride. ndr.)“. Tornando alla musica, fra i tratti che hanno reso unici i Korn c’è proprio il modo di suonare il basso di Arvizu, slappato e usato in modo brutalmente percussivo. A chi si è ispirato per creare questo stile? “Il bassista che più mi ha influenzato è stato sicuramente Flea dei Red Hot Chili Peppers. Da ragazzino ascoltavo soprattutto Metallica e Sepultura, ma il suo modo di suonare mi ha fatto capire che nel metal si potevano fare altre cose, magari aggiungere un po’ di funk e vedere come funzionava la cosa. In pratica è quello che ho sempre cercato di fare sin dagli inizi dei Korn“. Adesso Fieldy è impegnato anche con un side project, chiamato StillWell, in cui è affiancato da Noah “Wuv” Bernardo dei P.O.D. alla batteria e dal rapper Q-Unique alla voce. Il debut album, intitolato “Dirtbag“, è uscito lo scorso anno, ma il successore non dovrebbe tardare ad arrivare: “Proprio adesso mentre sono in tour sto abbozzando alcune cose per il prossimo disco degli StillWell, e abbiamo già sette canzoni pronte. Risentirete parlare di noi molto presto“.

Stefano Masnaghetti

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