Intervista a Pierpaolo Capovilla, in tour in giro per l’Italia

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A pochi mesi dall’uscita del suo primo album solista “Obtorto Collo”, lo storico frontman dei One Dimensional Man e del Teatro degli Orrori Pierpaolo Capovilla ha dato il via al tour, partito da Genova il 29 ottobre. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui.

Quando hai sentito il bisogno di dedicarti a un progetto solista?

Avevo tante canzoni nel cassetto che non avrei potuto performare con il Teatro degli Orrori o con i One Dimensional Man, né con qualsiasi altro progetto di rock così radicale. E questo è il primo fattore che mi ha indotto a intraprendere questa avventura. Ma poi c’è stato l’incontro con il maestro Paki Zennaro, che è un compositore veneziano che compone musica per la danza contemporanea, produce musica per Carolyn Carlson, la regina mondiale della coreografia contemporanea. Zennaro viene da un territorio musicale moooolto lontano dal rock, io ho subito la fascinazione di alcune sue composizioni e ci siamo messi a costruire qualche pezzo insieme. Uno, due, tre… alla fine erano diventati una dozzina! Ci siamo trovati di fronte ad un vero repertorio, e quella è stata la miccia che ci ha indotto a pensare ad un disco vero e proprio. Quindi un po’ perché ci tenevo prima o poi a fare un disco tutto mio, un po’ perché le circostanze mi hanno spinto a farlo, è stata una cosa molto naturale in realtà. Il terzo fattore è che sono stato anche indotto dal Teatro degli Orrori a darmi da fare. Lo stesso Giulio (Giulio Ragno Favero, il bassista e produttore del Teatro degli Orrori, nrd) ha ascoltato i pezzi e lo hanno molto convinto, e quindi è stata anche la band a spingermi verso questo nuovo percorso. Bello.

Bello sì. E qual è stata la reazione del pubblico dal vivo al tuo album, così diverso dai tuoi lavori precedenti?

Beh, dal vivo restano tutti affascinati, certo arrivano spesso i più scalmanati fan del Teatro degli Orrori e si sorprendono un po’, si ritrovano di fronte ad un repertorio sicuramente molto diverso da quello a cui li ho abituati da quasi vent’ anni, però insomma, chi viene a un concerto di “Obtorto Collo” se conosce un po’ il disco sa perfettamente a che cosa sta andando incontro. Va detto che la band sta funzionando molto bene, sono riuscito a costruire un gruppo molto affiatato, anche amorevole nei confronti delle canzoni, che rinascono piano piano sul palcoscenico. Ho chiesto ai ragazzi, ai musicisti, che vengono tutti da esperienze molto diverse dalle mie, chi dal jazz, chi dall’avanguardia, chi addirrittura dall’afro–beat, chi dal rhythm and blues, non ci sono dei rockettari veri, forse Alberto Turra alla chitarra, che è un noto chitarrista milanese che ha lavorato anche con Roy Paci; insomma, ho chiesto loro di darsi il più possibile all’improvvisazione, e questa per me è una novità che trovo molto stimolante, devo ammettere.

Mi racconti la storia del pezzo “La luce delle stelle”?

È un pezzo dedicato ad un clochard. È il padre di un mio caro amico torinese, un musicista molto noto di cui non farò il nome perché non voglio farlo, l’ho pensata intorno alla sua figura. Questo signore ci ha lasciato un anno fa, non ricordo bene, forse due. Questo mio amico dopo tanti anni che non vedeva il padre se l’è ritrovato in strada, in giro per la città, a Torino, e non è mai riuscito a riportarselo a casa. Ci teneva troppo alla sua libertà, per quanto poi fu esattamente quella, cioè la sua libertà, ad ucciderlo, per il freddo.

Riguardo ai tuoi video a me è piaciuto molto quello di “Dove vai”, secondo me valorizza la canzone. Quindi come nascono i videoclip dei tuoi brani? Partecipi all’ideazione?

Io so di essere poco equilibrato, forse anche ingiusto, se ti dico che per me un videoclip non è che un commercio, uno spot pubblicitario, né più né meno. Però chi fa i video, cioè chi scrive il soggetto, chi ne fa la sinossi, chi fa la regia, sono spesso artisti che hanno voglia di dire qualcosa in più riguardo la canzone. Ma io personalmente detesto i videoclip, sai perché? Perché, come diceva quella canzone, “Video killed the radio star”. Quando tu lo vedi per la prima volta e magari ascolti la canzone proprio perché hai visto quel video lì, inevitabilmente resti condizionata dalla visione del video, quindi è come se la canzone passasse in secondo piano. A me questa cosa non è mai piaciuta, preferisco l’ascolto puro e semplice di una musica, di una canzone, di un disco, senza dover passare attraverso delle immagini, dei nuovi artefatti che poi magari spingono l’immaginazione di chi ascolta verso un approdo diverso da quello che volevo io con la canzone. Detto questo, il video di “Dove vai” l’ha girato Mauro Lovisetto, che è lo stesso regista di “Compagna Teresa”, “La Canzone di Tom”, o addirittura “Tell Me Marie” dei One Dimensional Man. Abbiamo fatto molti lavori insieme, io e Mauro siamo amici fin dalla fanciullezza, ci conosciamo bene, lavoriamo insieme con grande empatia e fiducia reciproca. Gli ho lasciato fare quello che ha voluto lui, quindi direi che è opera di Mauro. Anche a me piace, sai? E non poco.

 

Qual è la tua opinione riguardo fatti da poco accaduti come la proposta di spostare e accorciare lo Sherwood o le vicende intorno al Radar festival?

L’amministrazione comunale padovana, che è tornata in mano ai leghisti, non ha ancora deciso di spostare lo Sherwood. Diciamo che ha cominciato un po’ a sondare le opinioni esistenti, che sono state da subito contrarie allo spostamento del festival. Il Radar invece sono già riusciti a danneggiarlo definitivamente. Ma che cosa ci testimoniano questi avvenimenti? Noi viviamo in un Paese dove purtroppo un ceto politico sempre inadeguato e sempre insufficiente a tutti i livelli, sia politico che culturale naturalmente, ma anche al livello dell’onestà, dell’onore, e dell’onere di potere e voler fare politica, esprime quasi sempre un’avversione nei confronti della buona musica e della cultura in genere, quasi che cultura e buona musica fossero degli orpelli, un qualcosa in più, dei pleonasmi direbbe un grammatico, delle ripetizioni nella vita che non servono, perché sai, ai loro occhi non producono ricchezza materiale. Ora, al di là del fatto cruciale che cultura e buona musica producono ricchezza in sé, sono valore in sé, cioè una ricchezza che possiamo definire appunto “culturale”, non è assolutamente vero che con la cultura e la buona musica non si possano fare i soldi. È ridicolo pensarlo. Un grande festival come quello di Radio Sherwood fa girare un sacco di soldi, tutti i grandi festival fanno girare un sacco di soldi. A Radio Sherwood sono particolarmente affezionato, anche per il fatto che è lì da tanti anni e testimonia l’impegno, peraltro gratuito, per fare qualcosa all’interno del territorio, per la comunità padovana a e veneta tutta, e questo è ricchezza in quanto tale, per come la vedo io.
Naturalmente, ritrovandosi una nuova amministrazione di stampo leghista, questa è la situazione ed è drammatica. Io auguro allo Sherwood lunghissima vita, e farò qualsiasi cosa è nelle mie possibilità per condividere le difficoltà che si stanno presentando in questo momento. Aggiungo un’altra cosa: a Padova siamo di fronte ad un’amministrazione leghista, quindi di neobarbari come li chiamano, però spesso purtroppo succede quello che abbiamo visto a Roma con l’Angelo Mai: hanno tentato di farlo chiudere, ed è stata non soltanto la magistratura, ma anche il ceto politico romano guidato dal Partito Democratico; lo stesso è accaduto al Teatro Valle, dove di nuovo il ceto dirigente del Partito Democratico è riuscito a porre la parola fine a quella splendida avventura, a quella officina di idee, di cultura, di teatro, di cinema, di letteratura che è stata l’esperienza del Teatro Valle. Quindi mi duole dover constatare che questa avversione nei confronti della cultura, questa ideologia produttivistica che vede nella cultura un orpello, qualcosa di inutile, qualcosa da dimenticare, viene condivisa anche dal partito che io votavo fino alle ultime elezioni politiche. Provo un grande schifo di fronte a questa circostanza. Io ho ascoltato voci interne al PD, quando conosci un po’ di gente succede, no? Ho ascoltato voci interne che testimoniavano questa avversione a tutto ciò che non sia lì, bello regolamentato e imbrigliato dentro gli interessi specifici spesso legati alla corruttela della politica nella città di Roma. Voglio ricordare a tutti che il sindaco Marino, che è un personaggio al quale io credevo fino a un po’ di tempo fa, non ha ancora nominato un assessore alla cultura, nella capitale! Roma è la capitale d’Italia e una delle grandi capitali europee, e per quanto riguarda la cultura, se non ne contiene Roma… forse è il più straordinario esempio di città archeologica al mondo e ancora non ha un assessore alla cultura! È pazzesco.

Ora una domanda sulla letteratura: leggi Burroughs? Quali scrittori ti hanno influenzato, proprio in senso stilistico?

Certo che ho letto Burroughs! Ahahahahahahah! Ci mancherebbe!

Lo sospettavo.

L’ho letto da giovane e ho riletto in età più adulta “Junkie”, in italiano “La Scimmia Sulla Schiena”, il suo primo romanzo. Non so se lo sai, ma “Junkie” non doveva essere un romanzo, erano delle lettere che Burroughs scriveva a Ginsberg, il quale si preoccupò di raccoglierle, e ad un certo punto propose a Burroughs di farne un romanzo. E che romanzo! Rivoluzionario per gli anni in cui uscì. Poi mi interessai anche al lato più sperimentale di Burroughs, mi riferisco a “Il biglietto che è esploso” o alla tecnica del cut up and sew, il taglia e ricuci, l’applicazione di una sorta di surrealismo alla letteratura che mi ha anche molto influenzato in passato nella scrittura delle canzoni, soprattutto quando scrivevo in inglese.
Naturlamente Burroughs non è un punto di riferimento costante per me. Tra l’altro, nella beat generation se c’era un grande scrittore non era né Burroughs né Ginsberg né Kerouac, ma era Neil Cassady, che però in realtà non scrisse mai nulla: scrisse solo delle lettere agli amici, da cui loro poi traevano ispirazione. Alcune cose sono state pubblicate e sono veramente straordinarie. Se non lo conosci, il mio consiglio è di leggerlo. Fu amico e di Burroughs e di Kerouac. Cassady fu veramente un genio.

Quali sono i tuoi gruppi rock preferiti?

Aaaaaah questa è una domanda impossibile, ce ne sono troppi! Sono tantissimi i gruppi rock che mi piacciono, che hanno avuto un ruolo significativo nella mia formazione culturale e musicale. Potrei veramente farti tantissimi nomi, se vuoi te ne faccio una trentina!

No, trenta sono troppi. Se riesci cinque se no saltiamo alla prossima!

Va bene. Ci provo: allora direi i Rapeman che furono il gruppo di Steve Albini immediatamente dopo lo scioglimento dei Big Black, poi gli Scratch Acid, che erano il gruppo preferito di Kurt Cobain, per capirci. I Jesus Lizard, band successiva ai Rapeman e agli Scratch Acid, gruppo straordinario che Steve Albini osava definire il più grande gruppo rock al mondo. Ecco, questi tre gruppi sono stati fondamentali per me. Prima di questi i Birthday Party di Nick Cave, non c’è dubbio, e se vogliamo, tornando negli Stati Uniti, i NoMeansNo. Quando uscì “Sex Mad”, il loro primo vero e proprio album, a tutti noi che ci stavamo già avventurando nel rock più estremo, un po’ più colto se vogliamo, questo gruppo qui fece cambiare un sacco di idee, cambiò il nostro modo di ragionare. Quindi, ricapitolando: Rapeman, Scratch Acid, Jesus Lizard, Birthday Party, NoMeansNo. Ma questi sono solo cinque, te ne potrei dire tanti altri.

Adesso una domanda da fan: perché non suoni più il basso?

E chi ha detto che non suono più il basso?

Le ultime due volte che ti ho visto sul palco non lo suonavi e ci sono rimasto un po’ male.

Nel Teatro degli Orrori non c’è spazio per il basso, e neanche vorrei che ce ne fosse, perché sto bene così, a fare il frontman e se vogliamo anche l’attore, perché cerco di mettere in atto sul palco un processo teatrale ed attoriale durante i concerti del Teatro degli Orrori, così come faccio anche nel caso di “Obtorto Collo”. Però, ad esempio, in “Obtorto Collo” ci sono due pezzi dove suono anch’io il basso, l’ho sempre suonato anche con i One Dimensional Man e adesso torno a suonarlo con un progetto che si chiama Buñuel, come il regista. È un progetto molto interessante a cui hanno contribuito la mia persona, al basso e basta, Francesco “Franz” Valente alla batteria, Xavier Iriondo alla chitarra, e soprattutto c’è Eugene S. Robinson che è il cantante degli Oxbow di San Francisco alla voce, e lì mi divertirò, suonerò il basso e sarà molto stimolante. Come vedi non ho mai abbandonato lo strumento e ci tengo a dire che non ho mai imparato a suonarlo! Ahahahahah, questo è poco ma sicuro! Forse sono riuscito in qualche modo ad inventare una modalità tecnica per suonarlo, ma sono veramente un cane di musicista, lasciatelo dire. Non è falsa modestia, sono consapevole di quello che sto dicendo.

 


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