Intervista The Black Keys Patrick Carney a Milano

Incontriamo Patrick Carney dei The Black Keys poche ore prima del loro concerto all’Alcatraz di Milano, che risulta sold out ormai già da diverse settimane. Il che deve fare un certo effetto al batterista (metà della band assieme al suo socio chitarrista e cantante Dan Auerbach), dato che come lui stesso ci racconta “Ai nostri primi concerti c’erano solo due gatti. Per darvi un’idea, al nostro primo show a Denver c’erano quaranta persone, mentre quando ci abbiamo risuonato un anno fa ce ne erano quattromila”. E il recente successo del loro ultimo disco, “El Camino”, ha fatto ulteriormente da amplificatore, ragion per cui si può capire l’incredulità degli stessi Black Keys dinanzi a tanta attenzione: “È eccitante ma bizzarro allo stesso tempo, perché quando abbiamo iniziato non pensavamo certo che alla gente fregasse della nostra musica”.

Il loro cammino verso la popolarità nasce da lontano e il duo di Akron, Ohio, si è costruito la propria fan base suonando in giro per gli States su un furgone e registrando i primi dischi nello scantinato di Dan. Questo passaggio dalle stalle alle stelle potrebbe aver provocato, come spesso avviene, una reazione negativa da parte dei fan della prima ora, ma se anche fosse, Patrick reagisce con flemma: “Sono gli hipster che amano tutto ciò che non ha succeso. Noi all’inizio eravamo il loro wet dream, mentre ora le cose sono cambiate. Sapete che vi dico? Che si fottano!”.


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I Black Keys sono sempre stati solo loro due, tanto che il batterista arriva a dire: “Io e Dan non siamo nemmeno una band di due persone, ma siamo l’uno il migliore amico dell’altro. Per cui dobbiamo andare d’accordo per forza di cose”. Negli anni, però, la coppia ha deciso di aprirsi, includendo nel proprio ménage anche dei musicisti per i live, oltre che il produttore Danger Mouse, che ha raggiunto una tale importanza nel loro equilibrio da arrivare a lavorare anche, in “El Camino”, come autore. “Lavoriamo con lui da anni e ci fidiamo del suo gusto, per cui quando ce lo ha proposto, per noi è stato naturale lavorare con lui anche come autore. Ma penso che se ce lo avesse chiesto qualcun altro, non avremmo accettato”.

Certo, mantenere l’equilibrio, soprattutto musicale, quando si è solo in due non è facile, ma a quanto pare a loro viene spontaneo. Racconta sempre Patrick: “Io sono più per l’indie rock, mentre Dan è il blues guy. Ma c’è sempre un’area in cui i nostri gusti si sovrappongono”. E, a giudicare dal sound che i Black Keys hanno trovato in ogni loro disco, questa alchimia pare funzionare alla perfezione. Tanto da portare il duo ad avventurarsi in altri territori musicali, come nel progetto Blackroc, in cui Patrick e Dan hanno suonato con una serie di stelle dell’hip hop mondiale come Mos Def e RZA. Ma per il futuro si concentreranno solo sul loro orticello: “Quella di Blackroc è stata un’esperienza interessante, ma molto faticosa. Ogni pezzo includeva due mc, quindi abbiamo dovuto gestire una cosa come ventiquattro manager… un incubo! Per cui nei prossimi tempi io e Dan lavoreremo assieme solo sui Black Keys”. Il che, viene da dire, non è poi neanche così un male…

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