Intervista The Cult Choice Of Weapon presentato da Ian Astbury

Un’intervista a Ian Astbury dei The Cult non è roba di tutti i giorni, “Choice Of Weapon” sarà il nuovo album del gruppo e uscirà il 22 maggio. Sostengo da sempre che i Cult siano una delle band più sottovalutate della storia del rock: dopo aver raggiunto il successo, quello vero, alla fine degli anni ’80, la band di Ian Astbury e Billy Duffy è tornata lentamente a ricoprire il ruolo di outsider di lusso, perdendo l’attenzione del grande pubblico ma continuando un percorso musicale fatto di coerenza e sudore. Choice Of Weapon probabilmente non li farà tornare negli stadi, ma conferma nuovamente il valore di un duo compositivo tra i più riconoscibili di sempre, capace di sfornare uno degli album migliori di questo 2012. Ne abbiamo parlato proprio con Ian Astbury, disponibile e filosofico come da tradizione.

La prima cosa a colpire del nuovo album è, inevitabilmente, la copertina.
Anche in un periodo storico fatto di dischi scaricati dalla rete, credo che la copertina ricopra ancora un ruolo fondamentale per un album. Ho scelto lo Sciamano Nero perché è una figura che rispecchia alla perfezione i sentimenti del nostro tempo. Egli appare dal deserto per ricordarci il nostro rapporto con la natura, che è l’unico che può salvarci. È un omaggio alle culture indigene che ancora credono nella sua sacralità.

Quando è nata l’idea dei due produttori? Rifareste questa scelta?
La scelta dei due produttori è la migliore che potessimo fare in questo momento: come sai, non avevamo più intenzione di registrare veri e propri album, per lo meno nel senso più classico del termine. Volevamo pubblicare una serie di capsule e la scelta per la produzione ricadde su Chris Goss. Avevo già lavorato con lui per il mio disco solista del 2000 e penso sia la persona in grado di capire meglio il mio lato spirituale e quello che pervade la nostra musica. E Bob…be’ con Bob abbiamo registrato alcuni dei nostri album migliori, chi meglio di lui conosce le nostre dinamiche da studio? È la prima volta che ci capita, ma non escludo che possa essere una consuetudine per il futuro.

In qualche modo però anche Electric si avvalse del lavoro di due produttori però…
Hai ragione, non ci avevo pensato. Anche se in effetti in quel caso le cose andarono un po’ diversamente. Non credo che Steve Brown si consideri ancora il produttore di quel disco, anche se nel tempo abbiamo pubblicato anche le tracce registrate con lui. Rubin stravolse non poco il sound iniziale delle canzoni.

Lo portò verso territori molto settantiani.
In realtà eravamo noi in quel momento a sentirci molto vicini a certe sonorità e probabilmente Rick percepì quel mood nell’aria e ne trasse il meglio.

Per via di quell’album e, in parte, di quello successivo vi affibbiarono l’etichetta di hard rock band. In realtà, visto il vostro percorso musicale, quell’etichetta oggi vi va molto stretta.
Sai, dopo Electric cambiarono molte cose: arrivavamo dal successo di Love, che però non era ancora quell’album che tutti oggi ci riconosco, ma che aveva creato molte aspettative. Il suo successore spiazzò alcuni di quelli che ci avevano conosciuto in precedenza e ci fece guadagnare molti fan tra gli ascoltatori di musica più pesante. In realtà quell’album rimane un grande omaggio al rock ‘n’ roll. Perché non continuammo su quella strada? Capimmo subito che in giro c’era gente che lo faceva da molto più tempo e meglio di noi, come gli Stones (ride).

Eppure il suono Cult è rimasto una costante che si ritrova anche nel nuovo album. Quando parte For The Animals sembra di non essersi mai lasciati.
Quello è merito di Billy, di cui pochi parlano, ma che ha uno dei suoni più riconoscibili del rock in assoluto. Non abbiamo voluto ricreare nessun album della nostra carriera, né tanto meno scimmiottare noi stessi, ma solo mettere in musica quello che siamo ora. Dentro c’è tutto quello che abbiamo sempre fatto, ma con più maturità e meno pressioni.


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In effetti credo sia l’album più onesto e completo della vostra discografia.
Ti ringrazio, ne sono convinto anche io. Ci abbiamo messo l’anima e credo che la cosa si percepisca fin dal primo ascolto. Anche questa volta abbiamo registrato tutti i pezzi dal vivo in studio.

Come è cambiato il rapporto tra te e Billy nel tempo?
I Cult oggi finalmente rappresentano la fusione totale delle nostre anime. Un tempo facevamo fatica a capirci l’un l’altro. Capire gli altri è la cosa più difficile al mondo. Quando scriviamo un pezzo siamo una sola persona: mi basta sentire un suo riff o una sua melodia perché dentro di me nascano le parole, così come a lui basta leggere un mio testo per trarne ispirazione. Siamo sempre diversi, ma ora allineati.

Hai trovato finalmente la pace interiore che cerchi da anni?
Diciamo che il percorso non è così semplice come potevo pensare quando lo iniziai. Lotto con i miei demoni da molto tempo, ho capito cosa sbagliavo e perché, ma soprattutto sono riuscito a perdonarmi per alcune cose di cui mi incolpavo. Ho riscoperto un rapporto con la natura che coi secoli l’uomo ha completamente abbandonato e che è causa di molti dei problemi che abbiamo e che avremo in futuro. Viviamo in un periodo storico in cui superficialità e volgarità vengono venerati come dei e tutto questo ci sta conducendo alla rovina.

Luca Garrò

 

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