Joe Duplantier (Gojira)

In occasione del loro primo concerto in Italia (di supporto agli In Flames), abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con il frontman della band francese, il cantante e chitarrista Joe Duplantier (ragazzo gentile e cordialissimo). Ecco quello che ne è scaturito.

 

Ciao Joe! So che state intraprendendo un lungo tour: quali sono le vostre aspettative nei confronti di esso?

Questo è il primo tour che facciamo in Europa. In passato abbiamo già compiuto tre tournee negli Stati Uniti, riscuotendo un buon successo di pubblico. Anche in questo caso, tra un paio di settimane, faremo tappa in nord America; però quello che ci preme di più in questo frangente è farci conoscere nel nostro continente, specialmente in Italia, Spagna, Germania e Svezia. Per fare un esempio: nel vostro paese i Gojira sono poco conosciuti, e quel poco che si sa di noi è principalmente dovuto ad internet. Quindi il nostro primo obiettivo è instaurare un buon feeling con l’audience europea, e tutta la nostra band è fermamente concentrata verso questo fine.

Quali sono i vostri ricordi del tour dell’anno scorso in USA ed in Canada? Si è trattato di un’esperienza positiva?

Assolutamente sì! Si tratta di un’esperienza che ci ha arricchiti molto. Sai, abbiamo avuto la possibilità di condividere il palco con tante band differenti, ognuna delle quali possedeva una particolare caratteristica distintiva. Certo, i nomi di spicco sono stati Machine Head, Trivium, Lamb Of God. Ma abbiamo avuto anche la possibilità di confrontarci con i Behemoth, i Job For A Cowboy, i Children Of Bodom, gli Amon Amarth: come puoi intuire, ad ogni data mutava il “paesaggio” sonoro, sia per quanto riguardava i gruppi in questione, sia per le differenze tra i vari pubblici dei singoli show. In sintesi: qualcosa d’indimenticabile, una grande avventura!

Stasera aprirete per gli In Flames. Qual è il rapporto che c’è tra di voi e gli Svedesi?

I rapporti sono molto buoni. Principalmente ci rispettiamo l’un l’altro. Gli In Flames hanno un grosso seguito, sono diventati molto famosi, ed in particolare hanno avuto il coraggio di crescere come gruppo, evolvendosi, ma senza dimenticare le loro radici metal. Dal canto loro, credo che ci stimino per quello che rappresentiamo e per il nostro modo di suonare viscerale, molto violento ma al contempo molto tecnico. Potrebbe sorgere una sincera amicizia.

Siete soddisfatti della riuscita finale del vostro ultimo album, “The Way Of All Flesh”?

Direi proprio di sì. In particolar modo, siamo soddisfatti dei suoni e della produzione. In passato ci è capitato spesso di provare un senso di frustrazione a questo riguardo: a volte il mix finale non ci soddisfaceva pienamente. Non possedeva l’impatto giusto, e parecchie buone idee venivano, come dire, vanificate per difetti che si sarebbero potuti evitare. Invece “The Way Of All Flesh” è perfettamente bilanciato: io stesso, che sono un perfezionista, non avrei potuto immaginare di meglio. Logan Mader (il loro produttore, ndr.) è un vero professionista in questo senso. 

La vostra musica è stata descritta in molti modi differenti; death core, post hardcore, metalcore, post thrash. Tu come la definiresti?

Non è facile catalogare la musica, quale essa sia. Specialmente, è arduo dare una definizione della propria musica. Se proprio dovessi farlo, direi che noi suoniamo “progressive metal”. Anzi, riflettendo meglio una definizione come “organic metal” è ancora più calzante: quando componiamo, infatti, il nostro riferimento primario è sempre la natura; siamo costantemente ispirati da essa.

C’è un filo conduttore che lega i testi di “The Way Of All Flesh”? Quali sono i sentimenti che volete suscitare in chi lo ascolta?

Tutto l’album è incentrato sulla nozione della morte. In particolare, mi è stato utile per affrontare le mie angosce legate al pensiero della mia morte. Questo in generale: guardando al particolare, ogni canzone si sofferma su aspetti diversi del problema, e va anche oltre, trattando temi che investono la vita di ogni uomo. Riguardo alle emozioni che può suscitare, direi che stiamo parlando del nostro lavoro maggiormente intriso di collera e di umori sanguigni: vogliamo colpire nel profondo chi l’ascolta.

Non conosco molto da vicino la scena metal Francese; che cosa accade nel vostro paese?

Si tratta di un movimento che sta crescendo: in Francia si assiste ad un vero e proprio risveglio musicale, e il metal, inteso in senso lato, è forse quello che più beneficia di questo risveglio. Internet sta giocando un ruolo fondamentale in tutto questo: in special modo perché non esistono più barriere tra i vari stili. Tra le band più promettenti e professionali ti potrei citare i Dagoba, i Manimal, i Black Bomb A, gli Psykup: tutte formazioni che, a mio avviso, hanno davanti a sé un grande futuro.

Come sei stato cooptato nel progetto a nome “Cavalera Conspiracy”?

Siamo stati contattati dalla Roadrunner, che ha coprodotto l’album insieme a Max Cavalera. Inoltre lo stesso Max si è dimostrato parecchio affascinato dal nostro messaggio e dalla musica che suoniamo, quando abbiamo avuto la possibilità di suonare insieme ai suoi Soulfly. In un primo momento Jean Michel avrebbe dovuto suonare il basso sul disco, ma per motivi personali è stato costretto a declinare l’invito. Così Max ha chiesto direttamente la disponibilità al sottoscritto: per me è stato eccitante, perché sono sempre stato un grande fan dei Sepultura. Non avrei mai potuto rifiutare! Tutto è accaduto molto in fretta: da quando ho confermato la mia disponibilità all’inizio delle registrazioni sono passati solo 15 giorni; tutto è accaduto molto in fretta, e penso che questa spontaneità e freschezza si possa riscontrare ascoltando l’album.

So che sei un grosso ammiratore dei Metallica; cosa ne pensi di “Death Magnetic”?

Innanzitutto premetto che i Metallica rimarranno sempre nel mio cuore; li ammiro tantissimo, in passato hanno composto capolavori incredibili. Tuttavia devo ancora sentire bene questa loro ultima fatica: per ora lo trovo strano, è una sorta di ritorno al passato, agli anni Ottanta. Certamente la produzione è nettamente migliore di quella di “St. Anger”, ma ripeto, non voglio ancora sbilanciarmi con giudizi affrettati. Sì, credo proprio di dover riascoltare “Death Magnetic” ancora parecchie volte. In ogni caso, rimango un grande fan dei Metallica.

Questa domanda ti è stata rivolta molte altre volte, ma penso che sia comunque una buona domanda. Qual è, per te, il significato esatto della parola “spiritualità”?

Per me significa considerare ogni cosa facente parte di un differente livello: vari livelli i quali, però, sono strettamente interconnessi fra loro. Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande tutto ha rilevanza, è una sorta d’infinita spirale che comprende tutto, in cui le differenze sono presenti, differenze che servono a diversificare i vari stadi dell’essere. Ma non per questo tali differenze negano la fondamentale necessità di ogni singolo essere. So che è una strana risposta, ma in definitiva penso che, per fare un esempio, noi siamo più di quello che pensiamo di essere.

In questa tua visione, vi sono connessioni con la religione, oppure no?

Non direi proprio. Non mi considero una persona religiosa, e neppure faccio parte di qualche religione organizzata. Mi considero alla stessa stregua di un animale, di una pianta: sono semplicemente un essere vivente. Ogni volta che penso al nostro mondo, al nostro pianeta, mi meraviglio di quanto sia piccolo rispetto all’universo, ma al contempo così importante per noi; e il nostro universo non è che una piccolissima parte del tutto! Queste sono le cose che mi affascinano e mi stordiscono.

Stefano Masnaghetti

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