John Butler Trio, l’intervista che ha preceduto il concerto di Bologna

john-butler-trio-intervista-bologna-2014

Il John Butler Trio si è esibito in concerto all’Estragon di Bologna lo scorso 18 maggio, per il primo di tre appuntamenti estivi che vedranno i tre australiani impegnati qui in Italia. La tappa bolognese è stata un trionfo assoluto, e nel nostro frenetico ed esagitato live report ne abbiamo già parlato. Nell’intervista con John Butler in persona, che è avvenuta nel pomeriggio prima dello show, siamo invece riusciti a scoprire qualcosa in più sui retroscena dell’ultimo disco, Flesh and Blood, e soprattutto abbiamo cercato di scavare un po’ più a fondo nella sua anima artistica.

Partiamo da stasera. L’Estragon è sold out, penso da gennaio, ovvero prima dell’uscita di Flesh and Blood. Ed è fantastico. Ora ti farò una domanda e dopo la tua risposta ti dirò la mia opinione, ok? Noi italiani siamo pieni di passione, ma non è facile conquistarci senza una hit e la vostra musica non è mainstream, quindi come spieghi una risposta così forte dall’Italia?

Prima di tutto, non siamo venuti in Italia per molto tempo, perciò questo ha aiutato! [ride]Vi abbiamo fatto aspettare davvero troppo, se si esclude la data di Milano di 3 anni fa l’Italia per noi è territorio inesplorato. Ciò che è stupefacente è che quando la nostra musica ha iniziato a sconfinare, dieci anni fa, tu non mi conoscevi neanche. Dieci anni fa tu avevi…

Avevo 13 anni!

Ecco sì, avevi 13 anni. Vedi, è piuttosto sorprendente che grazie a internet tutti ci conoscano. Sarebbe stato normale aspettarsi un uomo di 35 o 40 anni ad accogliermi qui oggi, invece sono persone della tua età, perciò credo sia stato proprio internet, il fatto che ci siam fatti desiderare in questi anni. Diciamo che è un po’ come se fosse diventata una resa dei conti, qualcosa che non puoi avere e perciò vuoi ancora di più. Non so, tu cosa pensi invece?

Penso che la versione in studio di Ocean del 2012 sia stata la chiave.

Perché?

Perché due anni fa è diventata quasi un virale su internet, sui social network. So che può sembrare stupido ma è un biglietto da visita di grande impatto per il pubblico italiano, perché amiamo gli acustici e le canzoni piene di passione… e “Ocean” è una tempesta! Sì, penso che “Ocean” sia stata la chiave.

Sì, “Ocean” ha una mente propria, “Ocean” fa quello che desidera e ha la tendenza a “toccare” le persone lì dove le parole non riescono ad arrivare. “Ocean” è una mia cara amica e fa molto lavoro per me in mia assenza. Non so come spiegarlo, è forte. Ed è anche nella tua lingua, nel linguaggio universale, la musica.

Parliamo di “Flesh and Blood”. So che volevi che il disco fosse la colonna sonora di un viaggio. Hai composto i brani mentre eri in viaggio? E come mai avevi questa aspettativa?

Io compongo ovunque. Poco fa ho composto una canzone, ora sto cercando di ricordamela… Ma ho iniziato a comporre in tanti luoghi diversi. A volte compongo in studio, a volte qui, altre volte mentre sono in bagno, potrebbe essere ovunque. E poi… direi che per l’ultimo album ho voluto davvero vedere se riuscivo a comporre delle buone canzoni senza quella parte frenetica di “Ocean”. Volevo capire se ero in grado di comporre una canzone vera e propria. Avere dei buoni pezzi è importante: in un disco puoi inserire solo un certo numero di strumentali e di assoli di chitarra, devi raccontare una storia. Nell’ultimo album mi sono concentrato su quest’aspetto e mi sono molto divertito, ho suonato meno strumentali. La differenza è che per “Flesh and Blood” ho capito di volere sia delle ottime canzoni che delle ottimi basi strumentali, quindi ci sono entrambe. Stiamo cercando sempre più di congiungere i due mondi, ecco tutto.

Qual è la colonna sonora del tuo tour mondiale? Cosa stai ascoltando?

Ascolto Missy Elliott, Pharrell e Snoop Dogg, ma anche Gillian Welch e Johnny Cash. A volte ascolto anche i Tool o i Black Sabbath, altre volte musica celtica o musica indiana. E poi… gli Arctic Monkeys? Sì, qualsiasi cosa sia valida.

Avevo una domanda per Grant, che non è qui, quindi la chiederò a te. Grant si è unito al trio l’anno scorso dopo l’uscita di Nicky Bomba dal gruppo. Come vi trovate tu e Byron insieme a lui?

Benissimo! Byron e Grant avevano già suonato insieme. In realtà, suonavano insieme da dieci anni ed è stato proprio Byron a suggerire di chiedere a Grant di entrare nel trio. Avevo provinato cinque batteristi ma Grant suonava esattamente come noi, pareva fosse nella band ancora prima di essere effettivamente nella band. E ci stiamo trovando benissimo, c’è un’ottima chimica, lui ha un grande talento e rispetta le canzoni, come tutti noi. Vogliamo sempre suonare in modo da rendere merito alla canzone, non ci interessa fare mostra della nostra bravura, per quello ci sono altri tempi ed altri luoghi: vogliamo lasciarci guidare dalla canzone. È il nostro interesse principale, siamo tutti al servizio della canzone, lei è il capo e noi siamo i suoi impiegati. Ci piace lavorare insieme affinché un pezzo funzioni alla perfezione e ci stiamo riuscendo al meglio. Davvero, un’ottima chimica.

Ci sono paesi in cui non sei ancora stato in cui ti piacerebbe suonare?

Sì, mi piacerebbe suonare in Africa. Non sono mai stato in Africa, è terribile! E mi piacerebbe molto andare in Islanda. Ho visitato parecchi posti ma questi mi mancano. La Russia, magari. È la seconda volta che vengo in Italia e onestamente sono solo felice di trovarmi qui ora.
Ah, e non sono mai stato neanche in Spagna.

Che strano! Gli italiani e gli spagnoli sono due popoli molto simili. Credo che se piaci a noi, anche gli spagnoli ti adoreranno!

Non so come mai non abbiamo mai suonato in Spagna eppure… In ogni caso avevo molta più voglia di venire qui che di andare in Spagna!

So che sto per farti una domanda a cui rispondi spesso nelle interviste, ma credo sia importante che anche il pubblico italiano lo sappia. Come hai iniziato a suonare la chitarra e chi ti ha dato la tua prima chitarra?

In casa mia c’è sempre stata una chitarra perché tutti avevano voglia di provare ad imparare. È stato mio padre a darmi la mia prima chitarra, credo. Era una chitarra a nove corde. Ho iniziato a suonare quando avevo 13 anni circa ma poi smisi perché mi ruppi un braccio andando sullo skateboard. Ricominciai ma mi ruppi di nuovo il braccio sul trampolino. Tra i 15 e i 16 anni ripresi a suonare e quando mia nonna vide che ormai suonavo da un anno mi diede la chitarra di mio nonno, che è una chitarra slide, una Dobro, con la piastra di metallo. Quando avevo 21 anni ho realizzato che volevo suonare la Dobro. È stato solo a 21 anni che l’ho capito, è stato a quell’età che ho iniziato a dedicarmi alla musica seriamente: prima di allora non avevo mai avuto il desiderio di diventare un musicista professionista. Non è mai troppo tardi!

Mi è sempre piaciuta l’analogia con Excalibur che sei solito usare quando parli di questa storia. Era quello a cui stavo pensando quando ti ho fatto la domanda…

Sì, erano in tanti a voler mettere le mani su quella chitarra. Di sicuro, io non ero uno di quelli. Io volevo solamente suonare ma… sì, alla fine è stata lei ad essere venuta da me.

Perché la tua chitarra è a 11 corde?

Perché è così che ho iniziato a suonare, tutti i pezzi strumentali sono su una chitarra a 12 corde. Le undici corde sono state un incidente felice e l’idea mi piaceva, non so come mai. Mi ha scelto lei. Capita che sia la chitarra a scegliere te.

Sembra sempre che vi divertiate molto mentre siete sul palco. Penso che “Flesh and Blood” sia un album molto più appassionato e intenso rispetto ai precedenti. Credi che abbia influito anche sul modo in cui il pubblico vive i vostri live?

A volte esagerare non fa bene. Non vogliamo farvi scatenare tutto il tempo ma dall’altro lato non voglio neanche suonare pezzi lenti per tutto il concerto. Non voglio suonare “Ocean” per un concerto intero, voglio accompagnarvi in un viaggio. È quello che sappiamo fare meglio: facciamo viaggiare il pubblico ma non è rock’n’roll, non è folk né reggae, non è hip hop, è piuttosto una fusione, è tutto. E perché funzioni, è necessario avere un pubblico dalla mente aperta che abbia voglia di urlare e poco dopo di ascoltare in silenzio. Per fortuna, è proprio il tipo di pubblico per cui suoniamo: persone a cui piace il rock’n’roll, il folk, il country, il reggae, suoniamo per persone a cui piace tutto e ci sono anche molti appassionati di blues. Certo, dipende anche dal tipo di risposta che si ottiene durante il concerto. Non suonerei mai tre delle canzoni più lente di “Flesh and Blood”, sono troppe lunghe, ma ne suonerei una. Devi scegliere 17 canzoni da suonare durante il set quindi alcune sono delicate, altre più aggressive ma dev’essere tutto naturale. È un po’ come fare l’amore: non vuoi darci subito dentro con troppa foga perché finirebbe troppo presto! Devi procedere lentamente. Quando suoniamo, la dinamica è la stessa. Prima vai veloce e poi piano, poi acceleri e rallenti ancora. Vogliamo che sia così, vogliamo che sia un viaggio.

Senti, ma stasera suonerai “Ocean”, vero?

La suono ad ogni concerto.

Grande! Un’ultima domanda, un po’ strana: devi scegliere, The Smiths o The Cure?

The Cure.

Condividi.