John De Leo presenta il nuovo album “Il Grande Abarasse”

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È una vera bomba il nuovo disco di John De Leo, “Il Grande Abarasse” – uscito il 7 ottobre via Carosello Records e presentato alla stampa lo stesso giorno con uno showcase tenutosi nell’affascinante cornice del milanese Teatro dell’Arsenale – proprio un “Grande Abarasse”, si dirà.

Sarà perché John De Leo è uno che a fare un disco se ci deve mettere sei anni, ci mette sei anni (il precedente “Vago Svanendo”, cui si riallaccia riprendendone il finale nell’intro “È già finita?/Il Cantante Muto”, risale al 2008), e se gli chiedi cosa si aspetta dal pubblico lui ti risponde che non si aspetta niente e che cerca solo di fare il suo lavoro nel modo più onesto possibile: «nel rispetto dell’arte e del pubblico» (e si sa, come ricorda John citando il pittore William Baziotes, «il rispetto per il pubblico non sta nell’accontentarlo»). O forse sarà perché, nonostante i meritati paragoni con Demetrio Stratos , Cathy Berberian e Leon Thomas, lui i testi dei suoi pezzi li scrive sul retro dei volantini promozionali di un famoso discount, «d’altro canto la carta non va sprecata»; oppure perché ha intitolato il suo nuovo lavoro “Il Grande Abarasse”, senza sapere nemmeno lui cosa, come o perché diavolo sia questo “Grande Abarasse” (o forse lo sa benissimo, ma ci vuole lasciare liberi di pensarla un po’ come ci pare). In ogni caso, le dieci tracce che lo compongono, assieme alle sei dell’album fantasma “The Ghost Album”, disco nel disco registrato con la collaborazione dell’Orchestra Filarmonica del Comunale di Bologna, sono l’ennesima prova dell’impareggiabile talento e dell’eccezionale attitudine alla sperimentazione dell’artista romagnolo.

Ma poi, che cos’è “Il Grande Abarasse”? Pare che il termine “abarasse” possa indicare il Caos o la Ricerca, termine caduto in disuso, oppure «la fatica di rivolgersi al Supremo attraverso codici condivisi» o ancora «l’arcaico malessere inconscio che, con l’innalzamento del volume delle radio più commerciali, non si percepisce più». Ma poco v’è di certo attorno alla natura de “Il Grande Abarasse”: «Quel poco che sappiamo è una porzione di Verità e chiunque contribuisce nel tentativo di determinarla. L’unica cosa certa (se così si può dire) è quando, nel senso che prima o poi accade e per tutti segna un momento indelebile della vita». Altra cosa abbastanza certa è che “Il Grande Abarasse” di John De Leo sia un concept album ambientato in un condominio, un microcosmo sociale, «un universo intricato: costruzioni di epoche diverse (riedificazioni che si perdono nel tempo “a memoria di storia”) convivono affastellate l’una sull’altra». Di sicuro ad ogni canzone corrisponde un appartamento e «la cosa certa in ogni brano de “Il Grande Abarasse” è un’esplosione improvvisa, materializzazione di una deflagrazione interiore la cui miccia, i ognuno dei condomini, era in realtà già accesa e che viene tradotta da differenti soggettive culturali o personali contingenti situazioni emotive».

Fortemente ispirato dall’ultima pagina de “Le Città Inesistenti” di Calvino, l’album riporta la ricchezza del concept sul piano musicale già a partire dalla scelta dell’organico impiegato, al di là dell’orchestra del “The Ghost Album”, con l’impareggiabile voce di De Leo sostenuta da un ensemble di 8 elementi (chitarra semi-acustica; pianoforte, fisarmonica e percussioni giocattolo; campionatore e chitarra elettrica; sax baritono; clarinetto basso; violino; violino, violino elettrico e theremin; violoncello): connubio esaltato dai sontuosi arrangiamenti firmati De Leo-Tarroni. L’universo musicale di John De Leo, poi, è sempre stato composito, ma qui pare proprio trattarsi di “una sorta di labirintica Babele impossibile”, dove pop, rock, jazz e classica (la partecipazione di Uri Caine in “The Other Side of a Shadow” è in questo senso una chicca), cantautorato e una passione per l’elettronica come manipolazione del suono in tempo reale, convivono sotto l’egida e in nome del “Grande Abarasse”. E non dimentichiamo che stiamo parlando di un artista che ama muoversi ai confini, non solo tra i generi, ma anche tra le discipline. Non potevano mancare dunque i consueti riferimenti letterari, oltre a Calvino, a Conrad, Beckett e Benni, alle arti figurative di Baziotes e Escher e al cinema di Pasolini, Hitchcock e Fellini, tramite l’eredità di Nino Rota.

Un album interessate, inquieto, ricco, strutturato e dotato di quel pizzico di follia che spinge a volerne sapere di più, “Il Grande Abarasse”, che John sta presentando, tra mercoledì 8 e venerdì 10 ottobre, durante un Instore Tour nelle Feltrinelli di Roma, Milano e Bologna.


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