John De Leo

Outune ha avuto l’onore di poter parlare con il grande John De Leo proprio nell’anniversario dell’uscita del suo primo album “Vago Svanendo”. E’ stata l’occasione per poter parlare di musica con un artista di una sincerità rara, amabile e davvero disponibile.

14 novembre 2008

Ne viene fuori il ritratto di una persona che non ha voglia di fermarsi, sempre alla ricerca di qualcosa che lo emozioni e che possa emozionare chi l’ascolta. Un artista vero.

Un ringraziamento particolare a Federica Moretti, senza la quale tutto ciò non sarebbe potuto accadere.

Quando si parla di te, inevitabilmente si sottolinea l’aspetto vocale. Credo che però sarebbe sbagliato ridurre la tua musica al solo elemento vocale vista la tua continua ricerca in ambito compositivo.
Sono assolutamente d’accordo con te e ti ringrazio tanto per il quadro che hai fatto della questione. E’ vero, il mio modo di cantare finisce per essere spesso la cosa che più viene percepita del mio modo di comporre. I virtuosismi vocali non sono però mai fini a se stessi, ma sempre servizio della composizione. Pensa che prima di pubblicare “Vago Svanendo” non avevo più intenzione di fare canzoni, non volevo più sentirmi un cantante. Quello che volevo era che il discorso si concentrasse di più sulla composizione dei pezzi.

Tempo fa ti ho sentito dire che non hai più quell’ingenuità di quando credevi di poter raggirare il mercato, quella motivazione legata molto probabilmente all’età. In questo momento il problema vero del mercato mi sembra però quello che ad ogni livello non si vendono più dischi. Come vedi il futuro prossimo del music business?
Internet è un mezzo che garantisce libertà e, nel bene e nel male, tale libertà che ci viene concessa è una cose di cui non si può che tenere conto. E’ innegabile che chiunque finisca sul web possa trarne molti benefici e qualche svantaggio. Per quanto mi riguarda, in linea generale accetto di essere raccontato dagli altri e questo non solo nel lavoro, ma anche nella vita di ogni giorno. Mi piace confrontarmi ed essere criticato, mi piace il confronto e l’idea che gli altri possano farmi rendere conto di qualcosa di cui da solo non mi accorgo.

Spesso la sperimentazione fine a se stessa mi sembra finisca per perdere un po’ di spontaneità. Nel tuo caso invece questa sensazione non sia avverte mai. Cosa significa per te sperimentare?
Tra i miei obiettivi c’è anche la sperimentazione, è innegabile. In questo album la cosa che più mi ha fatto lavorare – ci ho messo 3 anni, un tempo irragionevole (ride) – cresceva la responsabilità, è stata l’idea di dover in qualche modo riparlare la lingua del pop. Lingua che conosco molto bene, ma avevo cercato di rifiutare. Sono estremamente attratto da quello che non conosco, mentre il pop lo conosco bene, quindi non mi affascina come tante altre cose. Non è un discorso snob, non fraintendermi, dico solo che ho utilizzato i “codici pop” per farmi capire e poi andare in territori altri. Credo che si debba ricercare, ma senza il cruccio dell’estetica. Io pago di persona questa ricerca, col rischio di finire. Il mio non è jazz, non è pop, non è reading è un incasinare tutti questi codici. E’ sempre facile criticare chi fa qualcosa che non si colloca in un ambito specifico e non sopporto tutte i vari termini con cui la musica viene suddivisa. E’ tutto pop. Sono un amante di chi cerca di modificare i linguaggi e mi fa tristezza il fatto che molti artisti che vogliono modificare il loro non possano per motivi di business.

Però il caso di artisti come Capossela, arrivato due anni fa al primo posto in classifica con l’album meno accessibile della sua carriera, dovrebbe dare speranza…
Sinceramente non credo che la sperimentazione porti qualcosa, ho smesso di sperare ormai (ride). Di casi in Italia di chi fa ricerca e va in classifica non me ne ricordo…
La musica pop ha come scopo la facile presa, vendere dischi, anche se è logico che ogni musica debba vivere di una certa economia. Da sempre l’arte è finanziata, questo è fuori discussione, ma mi vengono in mente soli pochi artisti che sono riusciti ad unire le due cose. Penso ai Radiohead, che hanno fatto un paio di album assolutamente fuori dagli schemi, o Bjork che parla la lingua della dance e nel complesso è un personaggio davvero credibile. Per me ti posso dire che ho sempre cercato l’onestà verso chi mi ascolta, non mi piace fregare il pubblico che mi viene a vedere o che mi ascolta. Credo che la gente mi apprezzi anche questo. Utilizzo quindi un messaggio comprensibile ai più senza però mortificarsi con questo.

Volevo chiederti se avessi già materiale pronto per un nuovo album, ma dopo che mi hai detto dei tre anni per l’ultimo…
(Ride) Diciamo che ci sto pensando, ma mi piacerebbe che le canzoni di “Vago Svanendo”, o almeno alcune di esse, possano accompagnarmi per un po’ di tempo per poterle riattualizzarle e rinverdirle negli anni.

Ti definisci un ricercatore in ambito musicale, hai trovato il linguaggio che cercavi?
Assolutamente no! Siamo lontanissimi da un traguardo del genere. Devo ancora studiare tantissimo, approfondire la relazione che mi affascina molto tra il suono e tutti i linguaggi possibili. E’ il suono ciò che mi affascina a dismisura, molto più della parola. Un suona evoca ciò che penso in modo meno definito, quindi più preciso. Ormai sono un filosofo (ride).

Ad un anno dall’uscita di Vago Svanendo puoi tirare delle somme? Come ha risposto il tuo pubblico?
Somme non ne vorrei tirare, ho già provato in passato e non sono stato capito, come spesso mi accade. Se il successo è dato dal pubblico io mi sento soddisfatto. Quando il tuo lavoro significa qualcosa anche solo per cinque persone devi sentirti soddisfatto, il tuo scopo è stato raggiunto. Lavoro e mi rimbocco le maniche, anche se mi piace pensare che l’uomo non sia nato per lavorare, o meglio, non sia nato solo per lavorare. Quando mi capita di fare workshop, in cui metto la mia esperienza a confronto con quella del mio pubblico in modo più diretto rispetto ad un concerto, mi trovo spesso a rispondere alla stessa domanda. La gente mi chiede come faccio ad andare a vanti facendo questo tipo di musica. Rispondo semplicemente che lo faccio, contro ogni barriera e contro ogni parere sfavorevole. Credere in quello che si fa e portarlo avanti sempre.

Grazie di tutto John, a presto e in bocca la lupo per ogni cosa.
Viva il lupo! Grazie a te Luca e ricambio l’in bocca al lupo per il tuo futuro.

Luca Garrò

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