Kris Coombs-Roberts (Funeral For A Friend)

In un freddo e nevoso pomeriggio milanese incontriamo nei camerini del Rolling Stone Kris Coombs-Roberts, chitarrista dei Funeral For A Friend per due chiacchere.

28 novembre 2008

Bene, Kris, parlaci un po’ del vostro ultimo album, “Memory And Humanity” per quanto riguarda il processo di composizione, registrazione e promozione, e della scelta del singolo “Kicking and Screaming”.
Ci siamo ritrovati a gennaio, ma contrariamente al solito, invece di stare in uno studio professionale siamo andati a casa di Ryan e abbiamo fatto tutto nel suo salotto! Così facendo abbiamo potuto comunicarci a vicenda le nostre idee molto più facilmente rispetto alle volte precedenti. Altrettanto bello è stato poter registrare tutto l’album a casa nostra in Galles, cosa che non facevamo più dal nostro primo ep. Non abbiamo ancora fatto troppa promozione, a parte suonare i nuovi pezzi live e fare qualche apparizione su riviste settoriali. Non siamo ancora apparsi molto in TV ma siccome l’album è uscito a settembre è ancora presto. Per quanto riguarda la scelta del singolo, a noi sarebbe andata bene qualunque delle nuove canzoni, ma quando il nostro manager ha sentito le varie traccie ha detto che secondo lui “Kicking And Screaming” era quella giusta, perché catturava quello che è il nostro sound attuale.

Pensi che “Memory and Humanity” sia il processo finale della vostra evoluzione musicale?
Non necessariamente, se cosi fosse non avrebbe senso continuare a suonare insieme e sarebbe il caso di sciogliersi, non credi? Al contrario, ora che abbiamo un nuovo bassista che non ha contribuito alla stesura del nuovo cd, siamo sicuri che col prossimo progetto potrà dire la sua contribuendo allo sviluppo di nuove idee.

Il vostro disco, negli USA e in Canada, uscirà per la Victory Records, etichetta storicamente hardcore. Pensi che questa cosa potrebbe dare poca visibilità al vostro lavoro?
Sono fiducioso nel ritenere che la promozione andrà meglio questa volta rispetto a quando eravamo all’Atlantic Records. La sezione in Uk è sempre stata all’altezza delle situazioni, ma a livello mondiale non ha funzionato un granché; le persone con cui abbiamo avuto modo di collaborare non volevano investire troppo tempo e denaro nel nostro progetto. Ad esempio gli abbiamo parlato a proposito di venire qui in Italia a suonare e ci hanno risposto che non ne valeva la pena perché nessuno sarebbe venuto a sentirci. Questa è il tipo di etichetta con cui non vorresti mai lavorare! E’ anche per questo motivo che abbiamo voluto fondare la nostra casa discografica, la “Join Us”, in modo da sponsorizzarci autonomamente nel mondo, scegliendo noi con quali label estere affiliarci.

Hai citato la vostra etichetta, vi garantisce una libertà di comporre musica o  comunque siete vincolati al volere delle major?
Abbiamo sempre voluto essere indipendenti sin dall’inizio. All’Atlantic hanno spesso cercato di indirizzarci verso un certo modo vestire o provato a suggerirci idee, ma non gli abbiamo mai dato ascolto perché saremmo apparsi falsi. La cosa migliore quando hai la tua etichetta è che senti tornare l’innocenza degli inizi, quando componevi in libertà prima di essere coinvolto nel mondo del music business. Oltre a questo i processi decisionali sono molto più rapidi, in quanto non metti in dubbio le scelte della label perché decidi per te stesso, e se qualcosa piace all’intera band allora si fa, senza problemi di sorta.

Gli impegni con i Ffaf vi consentono comunque di produrre materiale di altre band?

Lo scopo finale è sicuramente anche poter riuscire a investire in nuove band ma la priorità per ora è vedere se funziona per noi; possiamo permetterci di rovinare la nostra carriera, ma non sarebbe giusto farlo con quella degli altri!(ride)
In ogni caso stiamo già tenendo d’occhio alcune giovani band interessanti quali “Attack Attack” (punk rock classico) e “Cuba Cuba” (indie).

Quattro album e altrettanti tour in circa sei anni. Che sacrifici siete stati costretti a compiere a causa di periodi così lunghi in tour?Cosa fate nei periodi “morti”?
Non è che abbiamo sacrificato molto, piuttosto sono le persone come i nostri amici e parenti che hanno da sempre dovuto fare sacrifici. Io sono sposato da 4 anni e vorrei poter tornare a casa ogni sera per stare con mia moglie, ma per la natura del mio lavoro sappiamo entrambi che non è possibile. È una situazione quasi egoistica perché sono gli altri a sacrificarsi per te, affinché tu possa mantenere le tue passioni.
Quando abbiamo momenti di pausa siamo persone normali, andiamo allo stadio, giochiamo ai videogiochi, non abbiamo nessuna passione strana, come collezionare uova Fabergé!(ride) Stare in tour è come vivere in una campana di vetro, non esistono giorni feriali e festivi, ma solo giorni in cui hai uno show e giorni in cui non ce l’hai, perdi la concezione del tempo che passa, quando torni a casa ripiombi nella routine e a volte è uno shock ricordarsi che giorno della settimana è!(ride)

Il Galles presenta molte band rinomate e valide quali Lostprophets, Stereophonics, Bullet For My Valentine…Secondo te la scena gallese ha qualche peculiarità rispetto alla vicina scena inglese?
Tutte le band che hai nominato provengono dalle valli e non dalle città, quando cresci in posti sperduti le tue opzioni sono estremamente limitate e quindi cerchi di emergere, diventando un giocatore di rugby, oppure studiando duramente…Molte persone trovano nella musica un modo per staccarsi dalla vita normale, sperando nel contempo di diventare famosi. Questa esplosione di giovani gruppi locali è stata anche influenzata dal successo avuto dai Lostprophets; sono stati tra i primi ad emergere, hanno fatto da ariete per tutti quelli che sono venuti dopo, hanno ispirato molta gente a fare lo stesso…Se non è questo, deve esserci qualcosa nell’acqua che beviamo!(ride)

Nicolò Barovier

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