Le Strisce: vogliamo far conoscere le nostre canzoni a tutti

Davide alla voce, Andrea alla chitarra, Raffaele alla batteria, Enrico alla chitarra e Francesco “Zoidberg” al basso sono Le Strisce, che con “Vieni a Vivere a Napoli” hanno deciso di provare a partecipare al Festival di Sanremo (per ascoltare il brano e votarlo cliccate su www.sanremo.rai.it). Inoltre stanno già registrando il loro secondo album. Li abbiamo incontrati al completo in una pausa delle registrazioni agli Stripe Studio di Milano.

Come mai avete deciso di partecipare a Sanremo? Ve lo chiedo perché sentendo il vostro disco, “Torna Ricco e Famoso”, ma anche il pezzo che porterete al Festival quest’anno, “Vieni a Vivere a Napoli”, ho notato che il vostro approccio alla musica non è quello tipico di chi partecipa a quest’evento…
Diciamo che vogliamo andare al Festival perché l’abbiamo sempre guardato, sin da quando eravamo bambini, non abbiamo mai avuto un atteggiamento snobistico verso Sanremo, a differenza di molti altri musicisti italiani. Poi, il Festival è una grande vetrina, e noi siamo ambiziosi, abbiamo fame di notorietà, e soprattutto vogliamo portare le nostre canzoni al più ampio numero di persone possibile. Sanremo è, probabilmente, la manifestazione musicale più seguita in Italia; certo, può piacere può non piacere, ma è talmente importante che noi, da persone ambiziose quali siamo, vogliamo assolutamente andarci.

Ascoltando le vostre canzoni ho notato affinità soprattutto con la musica inglese contemporanea, dagli Strokes agli Arctic Monkeys, ma anche con band ‘storiche’, come Joy Division, nelle primissime battute di “Paura del Sesso”, o Clash, in “Io non sto bene”. E la conclusione di “Vieni a Vivere a Napoli” l’ho trovata quasi beatlesiana. Quindi, perché avete scelto di cantare comunque in italiano?
Tutta la musica che hai citato ci piace tantissimo, oltre ai contemporanei, infatti, siamo anche superfan dei Beatles. Quello che vogliamo fare è fondere tutta la musica che apprezziamo con la tradizione italiana, che non è quella della canzonetta, anche perché non ci sentiamo ancora rappresentati dal pop italiano; piuttosto per tradizione intendiamo proprio l’uso della lingua italiana, che riteniamo fantastica per scrivere canzoni. E anche molto più complessa dell’inglese, ha bisogno di più cure a livello metrico, è una vera e propria sfida utilizzarla su tempi più serrati o incastri di chitarra e batteria più ‘inglesi’. Si tratta di un mix che stiamo creando e del quale siamo molto soddisfatti.

State registrando il nuovo disco. Sapete già quando uscirà? E che differenze ci saranno rispetto al predecessore?
Dunque, l’album dovrebbe uscire verso marzo, comunque appena dopo Sanremo. Differenze rispetto a “Torna Ricco e Famoso”…beh, stiamo crescendo, abbiamo avuto la fortuna di trovare un’etichetta che ci supporta, la EMI, oltre al team artistico che nella pratica è quello che registra il disco; entrambi ci stanno permettendo di crescere, come si faceva un tempo, e oggi è una cosa che non capita molto spesso. Avremo all’attivo due dischi in poco meno di un anno, cosa rarissima in Italia, non capitava da parecchio tempo. Negli ultimi due anni, grazie alla voglia di far conoscere la nostra musica a tutti, abbiamo scritto e stiamo scrivendo quintali di canzoni, quindi possiamo far uscire due dischi in così breve tempo proprio per la nostra fame di farci conoscere e di far conoscere la nostra musica. Sicuramente il nuovo disco sarà più maturo a livello di arrangiamenti, di testi, avrà una maggiore ricerca del suono, sarà anche più personale.

Ricollegandomi al brano “Vieni a Vivere a Napoli”, com’è la situazione musicale nella vostra città?
Napoli è lo specchio della situazione musicale italiana in generale. È una città in cui la creatività sicuramente non manca, anzi, secondo il mio modestissimo parere al sud ci sono più idee rispetto ad altre parti d’Italia, proprio perché ci sono poche possibilità e opportunità, e per emergere ti devi spremere fino all’ultima goccia. Per cui, questa carenza di mezzi per far conoscere la propria arte, ti porta comunque ad impegnarti fino in fondo per essere il più creativo possibile.

Una curiosità, esistono ancora i neomelodici a Napoli?
Eccome se esistono! È un mercato e un mondo a parte. Ci sono tantissimi cantanti neomelodici a Napoli, però si tratta davvero di un microcosmo che non s’incontra mai con il resto della musica, è totalmente a sé stante. E comunque Napoli non è solo neomelodici.

Voi siete emersi anche grazie a internet. Cosa ne pensate di questo medium? Si tratta di qualcosa di positivo o di negativo, o entrambi?
È sicuramente positivo, però devi avere intelligenza nell’usarlo internet, devi saperlo prendere, altrimenti diventa un boomerang, e infatti molte persone usano la rete in maniera sbagliata. Scaricare dischi interi dai siti pirati è sbagliato come rubare un pacchetto di caramelle al supermercato, non c’è differenza, si tratta sempre di un furto. Certo, il vantaggio è che puoi trovare davvero di tutto, scegliere tu quello che vuoi ascoltare, e non essere costretto a sentire quello che decidono gli altri per te. Però per fare i dischi servono soldi, e per produrre buoni dischi servono molti soldi, quindi i musicisti devono anche essere supportati con le vendite. Ascoltate la musica su You Tube, su MySpace, su Facebook, ma supportate anche le band che vi piacciono comprando i dischi, altrimenti qua va tutto a…

All’inizio vi chiamavate Goya, poi dopo un viaggio ad Amsterdam avete deciso di cambiare nome, oltre a dare una svolta alla vostra carriera. Cos’è successo in Olanda?
Abbiamo visitato il Museo di Van Gogh e di Rembrandt…diciamo che è un viaggio capitato al momento giusto, proprio quando avevamo bisogno di trovare la nostra strada. È stata la magia di un viaggio fatto tra persone che si conoscono e che hanno tutte uno stesso obiettivo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Amsterdam, tra l’altro, è una città fantastica, con uno stile di vita completamente diverso dal nostro, ne abbiamo subito il fascino, abbiamo avuto delle intuizioni e abbiamo pensato che fosse giunto il momento di cambiare il nostro approccio alla band.

Tornando a parlare di musica, e più specificatamente di musica italiana, com’è il vostro rapporto con essa? Esistono musicisti italiani che apprezzate oggi?
Certo che ce ne sono. È sbagliato dire che il rock e morto, che il pop è morto, che in Italia non c’è nessuno che fa musica di valore. Ci sono anche da noi artisti bravi e di talento, come Le Strisce credono e sperano di essere. Il problema è che si sta dando poco spazio alla musica oggi, è difficile ascoltare belle canzoni in giro. Non è un fatto di qualità, l’Italia ha sempre sfornato musicisti favolosi, cantautori, direttori d’orchestra, jazzisti, etc., il problema è solo rieducare la popolazione ad ascoltare i dischi e le canzoni. Contano le canzoni, da sempre e per sempre, il resto è accessorio. Ma in generale crediamo che in tutti i campi, nel nostro paese, ci sia fame e voglia di arrivare e di far bene le cose. Certo è un momento di declino, bisogna ricominciare a lavorare, ma non bisogna fermarsi al luogo comune che l’italiano non ha voglia di lavorare e di fare le cose, perché non è vero. La generazione dei giovani, dei ventenni – trentenni, ha una voglia di ‘arrivare’ che probabilmente non c’era vent’anni fa.

A proposito di musicisti italiani, nel vostro singolo “Are You Ok” Cesare Cremonini ha suonato il piano. Come l’avete contattato?
È successo quasi per caso. Quando sfornammo l’EP, “Fare il Cantante”, lui ascolto la canzone omonima e gli piacque molto. Apprezzò molto anche l’EP e ci fece i complimenti sul suo blog. Poi avemmo modo di rimanere in contatto e di sviluppare quest’amicizia da entrambe le parti, che ha portato alla collaborazione su “Are You Ok”. È una persona che stimiamo umanamente e musicalmente quindi ci piacerebbe collaborare con lui anche in futuro.

Davide, scrivi ancora le canzoni dall’una alle sei del mattino?
Certo! È l’orario ideale, perché non ci sono mail, telefonate, gente che ti chiama, ragazze o amici che ti chiedono di fare un giro a prendersi una birra. Sei solo tu, il quaderno e la chitarra, è un momento ottimo per scrivere.

Un’ultima curiosità: Francesco, perché ti chiamano “Zoidberg”?
Davide: Non c’è un motivo vero e proprio. Quand’eravamo più ‘piccoli’ ci siamo trovati a suonare a Reggio Calabria, città fantastica tra l’altro, e tra i vari divertimenti della serata qualcuno, non so chi, ha cominciato a chiamarlo Zoidberg, ma non c’è nessuna ragione precisa.
Francesco: Mi piace pensare che il motivo sia la mia particolare simpatia, questa è la spiegazione che mi sono dato.
Davide: Lui è una calamita di soprannomi, alle volte è “Zoidberg”, alle volte è “Il Diablo”, alle volte “Tiger”, alle volte “Selen”…ma stiamo entrando in un circolo vizioso, basta così!

Stefano Masnaghetti

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