Lorenzo Materazzo presenta Nowhere, suo album solista

Il 12 novembre è uscito il primo album da solista di Lorenzo Materazzo intitolato “Nowhere“. A qualche mese di distanza, ne abbiamo parlato col diretto interessato. Innanzitutto vorrei sapere perché hai scelto questo titolo. C’è un concept particolare dietro? Sì, Nowhere, significa “in nessun luogo” ed è proprio lì che si trova la mia musica: nasce e resta nella mente, in un momento di crisi dell’arte che rispecchia quello che stiamo vivendo negli ultimi anni.

Si può dire che il tuo album abbia una doppia anima: quella classica e quella elettronica. A cosa si deve questa doppia identità musicale? La musica classica è il punto di partenza per ogni buon musicista, mentre l’elettronica rappresenta la modernità, infatti ha interessato tutti i grandi “classici” del secondo Novecento. Per me, che ho sempre studiato tutto ciò che in musica si possa studiare, è del tutto naturale avere questa doppia anima.

Come e quando hai capito che musica classica ed elettronica potevano convivere insieme in uno stesso album? L’ho scoperto alcuni anni fa, quando il mio interesse per questi due mondi apparentemente agli antipodi si faceva sempre più forte, ma al tempo stesso non riuscivo a manifestare una vera preferenza.

Com’è nato l’album? Ci puoi raccontare qualcosa della fase di lavorazione di “Nowhere”? Mood compositivo, durata della lavorazione e un aneddoto particolare, se ce n’è uno. Ho lavorato a” Nowhere” giorno e notte per due anni, ma con la massima libertà, senza orari o scadenze. Ciò mi ha permesso di realizzare proprio l’idea musicale che avevo in mente. Credo che la musica debba essere ascoltata anche a distanza di tempo, non si può scrivere un brano, registrarlo e fare un disco in breve tempo. Un aneddoto: “Le vent printanier” sarebbe rimasta una semplice improvvisazione e sarebbe svanita nel nulla nel giro di pochi minuti se mia moglie non mi avesse quasi obbligato a scrivere subito l’idea musicale e ad elaborarla in un secondo momento. Per questo il brano è dedicato a lei.

Cosa ne pensi della situazione attuale della musica? Pensi che la tecnologia sia stata negativa per la creatività degli artisti e che, quindi, anche la musica stia vivendo una crisi profonda? La tecnologia mi è sempre piaciuta, non credo che possa aver messo la musica in crisi più di tanto. Vero è che tutti si professano grandi artisti oggi senza esserlo e ciò è possibile grazie ai computer. Comunque non ho mai visto il cambiamento come qualcosa di negativo, dunque ben venga anche questa rivoluzione musicale, tanto credo che alla lunga abbia successo solo chi vale veramente, ne riparleremo tra 10/15 anni. La vera crisi è nella società e, quindi, anche nel mondo musicale italiano.

Quali sono i brani all’interno di Nowhere che senti più tuoi? “How to destroy the World”, perché mi ha dato la possibilità di sperimentare più di ogni altro brano. È anche il brano più ispirato.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza Ex.Wave a livello personale e professionale? C’è qualcosa che ti sei portato dietro e che hai messo in questo disco? Gli Ex.Wave hanno significato molto, sono stati gli anni del grande cambiamento, dei primi esperimenti con l’elettronica. Mi sono portato dietro molta esperienza, penso ad esempio ai concerti con i Deep Purple. Oggi però da solista credo di aver trovato la mia vera dimensione.

Ti senti più docente/musicologo o pianista? Pianista, da quando avevo 5 anni. La curiosità poi mi ha reso anche musicologo. L’insegnamento è un discorso a parte che mi ha sempre affascinato molto, poiché credo che un musicista che non sappia coinvolgere gli altri, appassionarli, spiegare la musica non sia un vero artista.  

A proposito di incontri importanti, hai mai avuto occasione di incontrare personaggi importanti, sia nella musica classica che in quella pop/rock, che ti hanno arricchito in qualche modo? E in futuro con chi vorresti collaborare? I più grandi artisti, quelli che dovrebbero ispirarci, sono i più umili. Penso al mio maestro Alfons Kontarsky al Mozarteum di Salisburgo, che, pur trovandosi di fronte un giovanissimo pianista che non parlava bene l’inglese, usava la musica come linguaggio universale per trasmettere ogni cosa, oppure ai Deep Purple che ascoltavano il nostro soundcheck dietro le quinte per poi farci i complimenti! Per il futuro spero ho tante idee, ma spero di collaborare con qualche grande regista estero.

Progetti per il futuro immediato? avremo la possibilità di vederti in tour? Sicuramente organizzerò un tour di presentazione del disco, ma la mia priorità per quest’anno è dedicarmi a far crescere il mio Studio Pianistico a Teramo, la mia città, per renderlo un vero e proprio centro di eccellenza in campo pianistico e non solo, un centro culturale per i giovani.

Ultima domanda: c’è qualcosa che vorresti dire alla nuova generazione di pianisti e/o musicisti in generale come consiglio per perseguire il sogno di diventare musicisti? Per riuscire ad avverare un sogno del genere bisogna innanzitutto essere spietati con se stessi nella fase della formazione, ad esempio durante gli anni del conservatorio, quando si è molto giovani. Una volta acquisita una valida formazione e una solida tecnica strumentale bisogna farsi venire un’idea vincente, che possa distinguerci dalla massa. Alla fine tanta, tanta pazienza.


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