Magellano, intervista alla band genovese

magellano-intervista-band-genovese

Genova è allagata, i Magellano sono genovesi, e a me piace pensare di essere riuscita a far loro dimenticare questa drammatica situazione, anche solo per venti minuti. I Magellano mi hanno sempre fatto morire dal ridere, con le loro facce da schiaffi e una musica che molto spesso non comprendo fino in fondo. Finalmente, però, sono riuscita a farmi spiegare meglio chi sono, cosa fanno, perché lo fanno. Me lo ha spiegato Filo Q (voce, programmazioni elettroniche, melodica, ukulele e synth). Il loro nuovo disco si chiama “Calci in Culo”, è uscito sotto Garrincha Dischi, e presto li vedremo in tour con Lo Stato Sociale.

Ciao Magellano, benvenuti su Outune. Non lo so se vi chiamate così in onore dell’esploratore portoghese o della sonda che venne spedita nello spazio l’anno della mia nascita, fatto sta che in entrambi i casi vi calza a pennello perché in questo disco le vostre doti da esploratori (di suoni, nel vostro caso) sono palesi, tra rap e dub ed electro e i synth ma anche il blues e l’hipsteria e l’ukulele e aiuto. Tant’è che io dopo aver ascoltato il disco per la prima volta sono scesa a farmi una camomilla, la seconda volta mi sono sentita come sulla giostra del video di “Calci in Culo”. Dunque, che significa questo disco? Come nasce? E’ come volevate che fosse?
«Buongiorno intanto,questo disco volevamo che fosse esattamente com’è, è un disco che abbiamo concepito durante il nostro primo tour mentre ci si chiarivano le idee su cosa ci piaceva suonare del vivo e cosa meno, volevamo fare un disco che ci divertisse suonare live dall’inizio alla fine, volevamo fare un disco che spingesse, con le basse che spaccano l’impianto. Lo abbiamo fatto in pochissimo tempo (rispetto alle tempistiche con cui di solito si fanno i dischi) quindi per noi è fresco, e ci stiamo divertendo parecchio a portarlo in giro, inoltre volevamo sviluppare il discorso delle featuring che avevamo cominciato con Tutti a spasso, noi ci consideriamo più producers/dj/performer che musicisti, quindi quest’aspetto per noi è davvero fondamentale… nel futuro lo spingeremo ancora più al limite.»

I “calci in culo” del vostro primo singolo sono, presumo, quelli che avete preso nella vita, ma tranquilli che non siete gli unici. Però voi, al momento, questi calci in culo, a chi li dareste?
«Si è un discorso generale, i calci in culo li abbiamo presi tutti e continueremo a prenderli, anche se c’è sempre chi ne prende di più e chi meno. Nel brano si parla di calcio per esempio, non ce l’abbiamo con i calciatori, spesso al centro di critiche e polemiche, se mai ce l’abbiamo, ed a quelli un bel calcio in culo andrebbe dato… con chi rende possibile tutte quelle stesse cose che poi vengono rinfacciate agli sportivi: soldi a palate, donne maggiorate, auto lunghe 7 metri, ville grandi come la casa bianca etc etc… poi se vuoi facciamo la lista di politici, personaggi della tv, giornalisti, personaggi di reality vari ma non mi sembra molto interessante, penso che il punto sia che spesso siamo noi a permettere a sta gente di fare ciò che fa.

Siete genovesi e Genova è piuttosto famosa per la sua musica e per la scuola. Voi come la vivete la vostra città?
«Conosciamo la scuola dei cantautori genovesi ed in qualche modo ci è entrata dentro, in modo inconsapevole è nel nostro dna, come l’ironia della scena dei nostri comici è una cosa che sentiamo dentro, è radicata nel nostro modo di scherzare e prendere le cose. Per noi però Genova è porto, è il luogo da dove prendiamo il largo e dove torniamo, è il posto che quando siamo lontani ci manca e quando ci stiamo per più di sette giorni ci soffoca, è un lugo di incroci di popoli, culture, etnie, viandanti, vicoli, tramonti, onde e spiagge, questo è l’aspetto che è davvero più importante per noi di questa città, è quello che ci ispira e ci fa sentire innamorati di questo posto.»

Come avete fatto a convincere i vostri compagni di etichetta de l’orso a duettare con voi in un pezzo che sfotte un po’ tutti, ma soprattutto loro?
«Volevamo prendere in giro la scena indie dentro la quale ci sentiamo veramente dei pesci fuor d’acqua, volevamo scherzare sul nufolk, gli ukuleli, le barbe e ci è sembrato naturale farlo con i nostri fratelli de L’Orso che di voglia di prendere in giro tutto sto mondo partendo proprio da loro, da noi, dalla nostra Garrincha ne hanno parecchia e forse anche più di noi. Come diciamo spesso Garrincha è l’etichetta più hip hop della scena indie, per l’approccio alla collaborazione, a fare ballotta, a come dire le cose e a quali cose dire. Poi la cosa importante per noi è non prendersi mai troppo sul serio in niente, sono solo canzonette.»

Garrincha ha più haters di me, e io ne ho parecchi. Rispondete a questi personaggi che ci regalano giornalmente i loro pareri non richiesti con una frase di un vostro pezzo.
«Prendi la coda del coniglio, vinci un altro giro, salta la coda, coniglio, sei in un altro giro.»

Il disco che state ascoltando tantissimo al momento.
«Sto ascoltando in loop The Beat Generation, un disco di metà anni novanta realizzato da personaggi della scena hip hop come J Dilla, Jazzy Jeff, Dj Spinna, Will I AM, Dwele e molti altri utilizzando testi dei poeti della beat generation molto molto chill.»

Dai vostri testi traspare una certa preoccupazione, anche se le melodie scanzonate riescono a smorzare un’atmosfera che altrimenti sarebbe da romanzo russo. Mi riferisco a frasi come “niente rimane / solo l’amaro in bocca / di queste settimane”, “cerchi nel grano / certezze / la tua identità“. Io me ne sono andata all’estero ma tra poco torno in Italia, non ho ancora capito se è la scelta giusta. Visto che “Sopravvivere in questa nazione” è un vostro vecchio singolo, ditemi: voi l’avete capito come si sopravvive in questa nazione?
«Diciamo che lo stiamo facendo, forse non abbiamo ancora capito bene come, ma lo stiamo facendo. Siamo precari, abbiamo fatto della nostra creatività il nostro lavoro ma siamo sempre appesi ad un filo. Personalmente penso che andarsene serva sempre a poco, ma questo è il mio punto di vista, il nostro paese è bellissimo e va rimesso in piedi, quindi stare sul territorio, sbattersi anche se spesso ti sembra di fare la guerra ai mulini a vento, penso che sia cosa da fare e poco a poco si ricostruisce. Citando un amico.»

Io non so disegnare nemmeno una casetta stilizzata, però sono super fan di parecchi fumettisti e disegnatori vari. Sono rimasta quindi piacevolmente stupita dalla copertina del vostro disco. Chi l’ha disegnata?
«L’ha disegnata Drolle, il nostro drummer… è lui il responsabile di tutto l’immaginario visivo dei Magellano, con questo disco volevamo raccontare un luna park decadente, ci immaginavamo un dal tramonto all’aba all’oglio e aglio, ci sembrava che rendesse bene l’idea della nostra condizione attuale, quello che rimane della festa, dei fasti. Drolle ha espresso benissimo anche per noi questa desolazione.»

Aprirete le date del nuovo tour de “Lo Stato Sociale”, non so se mi spaventate più voi o loro, fatto sta che di certo non mancherò. Che cosa ci dobbiamo aspettare? Me lo promettete che mi farete tornare a casa spettinata? E soprattutto, me lo promettete qui, davanti a milioni di miliardi di lettori, che farete il remix de “L’amore ai tempi dell’ikea”?
«Tornerete tutti a casa sudati e spettinati, per quanto riguarda le promesse sai… Siamo uomini di mare e le nostre promesse valgono sempre molto poco… tienilo a mente… Ci saranno tante sorprese, sarà sicuramente una serata d’assalto tra noi ed i nostri soci de Lo Stato.»


Condividi.