Malcolm Middleton

Raggiungo Malcolm in una trattoria di quelle con le tovaglie a quadretti rossi e i camerieri gentili fino all’eccesso. La fotografia di questo momento sembrerebbe una copia italiana di quelle per la promozione di “Monday At The Hug And Pint”: è seduto al tavolo in fondo, da solo, spalle al muro e bicchiere di birra in mano.

23 settembre 2009

Dopo due chiacchiere, del tutto irrilevanti al fine di questa intervista, a proposito del posto, dove io non ero mai stata, del perché non ci fossi mai stata e sul che cosa aspettassi, a venirci a mangiare, entriamo nel vivo. Con la gentilezza e la pacatezza che da sempre gli avevo attribuito, senza sbagliarmi, Malckey mi guida attraverso un breve ma interessante tour nel suo universo, ormai distante anni luce da quello degli Arab Strap.

Parliamo innanzitutto del tuo nuovo album, Waxing Gibbous (è una fase della luna crescente), perché l’hai chiamato così? E’ per evidenziare l’inizio di qualcosa di nuovo?
In realtà il motivo è che avevo questo calendario, sul mio computer, che segnava anche le fasi lunari, e ho notato che certe cose importanti che mi sono successe quest’anno sono successe tutte con la luna crescente. Io non sono una persona superstiziosa, ma stavolta mi è sembrato bello rimarcare questa coincidenza.

Nelle tue ultime canzoni è anche molto più rintracciabile l’influenza che la musica pop ha giocato su di te come songwriter, Waxing Gibbous è decisamente il più pop di tutti i tuoi album.
Se c’è una cosa che amo, quando scrivo, sono le melodie, i ritornelli cantabili, i riff di chitarra che ti prendono fin dalla prima nota. Questo è sicuramente il più pop di tutti i miei album: se i miei primi album erano come chiudersi in una stanza ad aspettare che qualcosa cambiasse, quello di adesso è stato come uscire. Contrariamente a quand’ero negli Arab Strap, poi, posso veramente scrivere come mi pare.

I tuoi dieci anni con gli Arab Strap condizionano ancora molto il modo in cui la gente si rapporta alla tua carriera solista?
Senza dubbio. Tutte le volte che esce un disco nuovo, tutti lo leggono con una chiave di lettura da Arab Strap, nessuno mi considera un solista, spesso sono solo la metà di un duo. E’ per questo che negli ultimi tempi ho iniziato a pensare di iniziare un nuovo progetto, possibilmente con uno pseudonimo. Magari con una band.

Inizi ad essere stanco di proporti come solista?
No, quello no, ma mi piacerebbe potermi ritrovare a scrivere pezzi con altra gente. Negli ultimi tempi si stanno muovendo un po’ di cose, ho scritto dei pezzi con Mira Calix (compositrice di elettronica coltissima), vediamo come andrà, per ora è un’esperienza veramente interessante.

Ed invece, per quanto riguarda gli Arab Strap, carriera chiusa definitivamente, senza spiragli? Scusa, sai, te lo chiedo da fan ossessivo-compulsiva…
In realtà io ed Aidan abbiamo ripreso a vederci, per due anni avevamo smesso completamente perché anche solo vederci ci irritava, soprattutto negli ultimi mesi di tour.

Beh, stavate crescendo troppo autonomamente, con due personalità troppo ingombranti perché non doveste lasciarvi per un po’, per guadagnare aria. Avevate un vaso troppo piccolo per le vostre radici, forse.
Senza dubbio, sì. Però adesso, visto che sei una fan, ti anticipo una notizia che ti farà piacere:  stiamo lavorando ad un cofanetto che raccolga sia tutti i nostri cd di studio, sia molte rarità. Inutile dire che Aidan, da fanatico del design quale è, sta pensando a come renderlo anche molto bello sul lato estetico, da vero oggetto di collezione. Stiamo vedendoci molto, in questo periodo, usciamo a prenderci una birra anche due volte alla settimana, siamo amici da quando avevamo diciannove anni, quindi era chiaro che avremmo avuto, prima o poi, bisogno di un break, ma adesso trovarci a decidere cosa mettere nel cofanetto è davvero bello.

Cosa ne dici di Glasgow, nominata di recente Città Della Musica dall’UNESCO?
Che è giusto, è un’investitura del tutto meritata, io non sono di Glasgow ma di Falkirk, un paese a pochi chilometri, per questo per anni ho fatto il pendolare, anche mentre lavoravamo con la Chemical Underground. Ecco, quegli anni sono stati bellissimi, c’erano i Delgados, i Mogwai, c’era una scena interessantissima, e credo che ci sia tuttora. Mi sono trasferito lì da quattro anni e, sebbene non mi senta a casa, lo sento comunque come un ambiente incredibilmente stimolante.

Ed ora una mia curiosità del tutto personale: farai Devil And The Angel, stasera?
Sì, stasera sì. Ho ricominciato a suonarla da poco, avevo smesso perché spesso e volentieri non piaceva. Però è da un po’ di tempo che mi ci sono riappacificato, sono felice di suonarla, quindi la farò.

Francesca Stella Riva

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