Maria Gadù, dal Brasile sotto il segno di Brel e Veloso

Maria Gadu ph.Marcos Hermes

Fino a pochi anni fa, pur di suonare girava ovunque, dalle strade ai piano bar, dalle città brasiliane a quelle europee. “Compresa l’Italia, dove sono stata cinque mesi” racconta la ventiquattrenne di San Paolo Maria Gadù, “infatti mi fa strano tutto questo successo, oggi, dato che fino a poco tempo fa mi trovavo a suonare davanti alla stazione Garibaldi a Milano”.
Il suo omonimo disco d’esordio ha spopolato in patria e, grazie al singolo-tormentone “Shimbalaiê“, ha cominciato a fare il giro del mondo, proprio come lei. “È stata la prima canzone che ho scritto, quando avevo dieci anni”. Eppure, proprio quello che è poi diventato il suo passaporto per il successo, ha rischiato di rimanere fuori dall’album: “In effetti all’inizio pensavo di non metterla nel disco, perché non mi piaceva proprio. La trovavo troppo naif. Ma poi ho dato retta ai consigli degli altri e in effetti oggi mi piace, non tanto perché mi ha aiutato a farmi conoscere, ma perché mi fa ricordare di come mi sentivo da bambina”.
In realtà, oltre che a “Shimbalaiê”, Maria Gadù deve il suo successo anche a due leggende della musica internazionale. Una è Jacques Brel: “Un produttore televisivo mi ha sentito mentre suonavo la sua «Ne me quitte pas» in un locale e ha deciso di inserirla all’interno di una serie tv su sua madre, che era una famosa cantante brasiliana. E da lì ho cominciato a farmi conoscere sul serio”. L’altro è Caetano Veloso, padrino della musica made in Brazil che ha dato la sua benedizione alla giovane Maria: “L’ho conosciuto perché il mio batterista, Zazinha, aveva suonato con lui: lo ha invitato a sentirci a un concerto a Rio e lui si è entusiasmato, così è nata l’idea di lavorare insieme”. Oggi Maria Gadù è così conosciuta, in Brasile, da non uscire più per strada per non essere fermata in continuazione dai fan. A parlare con Maria, però, non si ha proprio l’idea di una star montata dal successo, quanto di una qualsiasi ragazza di vent’anni. Tanto che la dedica del disco va a sua nonna, Dona Cila, a cui è anche intitolata una canzone: “L’ho scritta un mese prima che lei morisse di cancro. È stata troppo importante per me e non potevo sopportare l’idea di fare a meno di lei”. A conclusione dell’intervista, le chiediamo cosa le sia rimasto, a livello musicale, della sua permanenza in Italia: “Mi piace molto Daniele Silvestri. E anche Fabrizio De André, di cui ascolto sempre «Bocca di rosa». E poi anche i 99 Posse e la Bandabardò”. Ci si saluta, però, con un inevitabile scambio di battute calcistiche, terreno d’incontro preferenziale tra Italia e Brasile: “Certo che seguo il calcio! Tifo per una squadra di San Paolo, il Palmeiras, che un tempo si chiamava Palestra Italiana perché è nata in un quartiere italiano. Qui da voi invece ho conosciuto Pato, che è uno dei miei calciatori preferiti”.


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