I Nafoi presentano il nuovo album Spazio Elettrico Leggero

Ci hanno messo un po’ di tempo più del previsto i Nafoi a dare un seguito all’album di debutto, ma forse ne valeva la pena. Spazio Elettrico Leggero arriva come un fulmine a ciel sereno in un’estate che ha poca voglia di dare chance alla nuova musica indipendente italiana, ma che farebbe bene a ravvedersi nel più breve tempo possibile. È cresciuta molto la band pavese e testi e musica del nuovo album sono lì a dimostrarlo appieno. Abbiamo scambiato due parole con il cantante Renato Ferreri, dalle cui parole traspaiono tanto l’amarezza per un presente osceno per chi compone musica originale, quanto un’immutata speranza nel futuro.

Quando nasce il progetto Nafoi e dall’idea di chi?
Il progetto è nato nel 2007 dalle ceneri di una precedente band, sempre rock/elettronica con testi in italiano. Il fondatore e mente ispiratore è il nostro ormai ex chitarrista Edo, fondatore anche del gruppo precedente che, e una volta conclusa quell’avventura, decise insieme a noi di creare un nuovo progetto fatto solo di basi, chitarra e basso, senza batteria. Volevamo un progetto “tascabile” da poter portare in giro in maniera più semplice possibile e da questa idea nacquero i Nafoi. Dopo pochissimo tempo si unì a noi Fabiano DJ, che ancora oggi si occupa della parte elettronica, di basi e campionamenti. Rispetto agli esordi la formazione attuale prevede anche un vero batterista, che da forma e sostanza al sound odierno.

C’è un significato particolare dietro l’immagine di copertina scelta?
L’immagine non è mia, è un disegno fatto dal nostro chitarrista Walloz. Ci piaceva l’idea di poter comunicare leggerezza ed elettricità nello stesso tempo, un luogo che è anche il titolo del nostro disco. Il nostro personale concetto di “spazio elettrico leggero”. Nella realtà il concetto è legato ad un locale esistente, che forse qualcuno si ricorderà: lo storico Thunder Road di Codevilla in provincia di Pavia, vero punto di ritrovo per persone e gruppi che, come altre realtà in Italia, purtroppo ha chiuso. Diciamo che il disco è una dedica d’affetto e amore a questo grande SEL (Spazio Elettrico Leggero, ndr) che ci ha cresciuto a suon di musica.

I testi sono tutti tuoi? Da quanto tempo scrivi e quanto è cambiato il tuo approccio alla scrittura?
Non tutti, solo alcuni come “Indietro” e “AngoloScuro” sono miei. Comunque, in linea di massima, i testi e le musiche sono nati dal confronto tra tutti i membri: capita a volte che uno porti l’idea di un testo e da lì si sviluppi l’idea per la musica, oppure il contrario. Alle volte ci si azzuffa anche intorno a un brano perché rimanga tale e non venga cambiato, però credo che faccia tutto parte del processo creativo e la cosa è sicuramente stimolante! Personalmente scrivo canzoni da quando ho 15 anni, non ho mai avuto molta propensione a suonare cover, mi è venuto da subito spontaneo tirare fuori quello che avevo da dire di mio con la musica.

Mi sembra che la vostra proposta musicale sia poco italiana e poco ruffiana..Avete più o meno tutti lo stesso background musicale?
Arriviamo più o meno tutti dal metal o comunque dalla musica alternative in generale, se così si può definire. Io ascolto molta musica italiana che va dai Negrita ai Marlene Kuntz, passando per Quintorigo e Litfiba. Tutti noi siamo molto aperti musicalmente e questo penso che sia una fonte di ricchezza, quantomeno culturale, anche se in Italia purtroppo musica e cultura sono due concetti che non vengono spesso associati. Per quanto la nostra proposta non sia così originale, nel senso che già grandi band come Bluvertigo e Subsonica, per citare solo le più famose, hanno utilizzato l’elettronica con un certo tipo di rock italiano, noi cerchiamo di farlo spingendo un po’ di più sulla potenza e sull’immediatezza.

Quali sono le tracce che esprimono meglio l’anima della band?
Sicuramente l’opener “Spazio Elettrico Leggero” che è un po’ la summa di tutto quello che sono stati fino ad ora i Nafoi. Nel disco poi sono presenti anche brani dell’era pre-Nafoi e mi riferisco nello specifico a “Insetto” ed “Essenziale”, che abbiamo risuonato e remixato per dar loro una nuova veste più potente. Pur non essendoci un tormentone o un singolo potenziale, quando si ascolta il disco appare subito chiaro il legame che lega le varie tracce, risultato di una continua ricerca musicale.

Perché credi che il panorama musicale italiano sia ancora più in crisi di altri anche meno blasonati?
Credo che sia in crisi per tante ragioni, una fra tutte è che si crede poco nelle nuove proposte e che ci siano sempre meno spazi per proporle alle persone. Ti faccio un esempio pratico: qui da noi d’estate è pieno di feste della birra, chi credi che chiamino a suonare? Tutte cover band. Bravissime e preparatissime per carità, ma che strozzano e tolgono ossigeno a tutti quei gruppi che vorrebbero poter suonare la propria musica. E’ un cane che si morde la coda, i locali non investono in gruppi che propongono musica propria perché alla gente non gliene frega niente di te: vogliono sentire solo quello che ricorda Vasco e gli canta Albachiara, e così alla fine perdi entusiasmo o ti metti a fare davvero anche tu  Albachiara. Oppure smetti del tutto. Non voglio essere pessimista al 100%, ma realista sì. Bisogna emigrare dall’Italia, le orecchie di tanti non sono pronte.

C’è un futuro per questo tipo di music business?
Ora come ora no. L’industria musicale deve cambiare e lo deve fare per sopravvivere. Oggi con la rete è cambiato tutto, dal modo di fruire la musica a quello di acquistarla: i cambiamenti sono veloci e sia le band che l’industria devono stare al passo coi tempi, altrimenti morirà.

Vuoi aggiungere qualcosa all’intervista?
Vorrei dire a tutte le band che provano costantemente ogni giorno ad emergere, o solo a fare un concerto in più, di continuare a provare. Perché le soddisfazioni che ti dà la musica poche altre cose te le fanno provare.“Hang On In There” cantava un certo Freddie Mercury anni fa…

Luca Garrò


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