Niccolò Agliardi

 

25 agosto 2008

Niccolò, sei un’artista a tutto tondo, ma ti senti più scrittore, autore, cantante, conduttore? Quale l’aspetto che preferisci?
L’aspetto che prediligo è esattamente il motivo per cui faccio tutte queste cose, ovvero la comunicazione, la parola, il riuscire ad esternare e a divertirti anche sorprendendosi di quel magma che ribolle dentro e cercare di provare a mettere ordine esternandolo attraverso la canzone, al romanzo, o la scrittura di un testo per altri. Poi sono uno che ha sempre cercato purtroppo un po’ troppo il senso senza evidentemente riuscire a trovarlo mai, visto che il senso poi e forse è anche bello non trovarlo, è importante la ricerca ma non è importante la soluzione e la scrittura mi porta molto a farmi delle buone domande sul senso e ancora purtroppo le risposte non le ho, ma non so neanche se riuscirò ad averle.

C’è stato un momento preciso in cui sei passato da autore a cantautore?
No, le cose sono sempre state parallele. Ho sempre desiderato cantare le mie canzoni quindi unire la mia stessa voce alle mie parole. Il fatto che io abbia iniziato a scrivere per altri è stato piuttosto casuale, o forse inizialmente è stato anche un modo per entrare dalla finestra in un posto dove dalla porta centrale non ci facevano entrare. Oltre a ciò attualmente mi accorgo che sono due lavori molto belli, ma tremendamente diversi uno rispetto all’altro, fanno parte dello stesso  insieme ma sono due cellule molto differenti: da un lato c’è una necessità comunicativa che è appunto quella di scrivere le proprie canzoni e cantarsele e nasce da un’urgenza, dall’altro c’è un esercizio, uno studio anche delle caratteristiche umane, vocali e musicali della persona che poi andrà ad interpretare le tue canzoni.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
Tantissime cose, sono i libri, i film, i cartelli stradali, le pubblicità, le frasi rubate ai miei amici, quelle rubate a persone che non conosco, la televisione, lo stesso dolore che spesso si agita dentro di me o dentro qualcun altro, insomma chi scrive trae ispirazione da qualunque cosa e quella è forse la parte più magica, che ogni cosa, anche un oggetto, può essere fonte di ispirazione.

Quali gli artisti che hanno significato maggiormente per la tua crescita musicale?
Credo che i nomi siano sempre i soliti, ma li faccio sempre molto volentieri. Per quanto riguarda la parte italiana Fossati, Vecchioni e De Gregori, sul quale ho anche preparato una tesi di laurea. Oltre oceano c’è Springsteen che ho amato e amo moltissimo, Bob Dylan, e poi i nuovi cantautori inglesi e irlandesi, Damien Rice e Tom McRae, sono quelli che veramente mettono ancora la parola davanti alla chitarra.

Nel tuo ultimo disco c’è un brano intitolato “Zazà”. Come è nato e come è nata la collaborazione con Aida Cooper?
Zazà è una canzone che parla della paura della felicità, o della paura di ottenere quello che si desidera o che si è desiderato per molto tempo. Mi è venuto in mente appunto la figura dell’ispettore Zenigata che in un certo momento si trova al funerale di Lupin, il suo nemico storico e si accorge che nonostante sia davanti a quello che in fondo avrebbe sempre voluto, ovvero acciuffarlo vivo o morto che fosse, si trova a questo punto senza nessun obiettivo e quindi con una perdita di senso totale. Mi piaceva stemperare questa cosa con una voce femminile che fosse simile a quella che io interpretavo come la voce di Margot, una donna che ha sempre fatto il doppio gioco sia con l’uno che con l’altro. Cercavo una voce femminile e ad un certo momento ho avuto l’idea che quel ritornello dovesse essere comunque protagonista di tutta la canzone, la voce che spezzava il racconto e ne spezzava i ritmi. Doveva essere una voce importante e mi è venuta in mente quella di Aida Cooper.

Progetti futuri, anche non legati al mondo musicale?
A parte tra pochi giorni la partecipazione a Life in Gubbio, cosa a cui tengo molto proprio perché sempre di senso si parla, credo che dovrò iniziare a scrivere un nuovo disco, mi prenderò tutta la calma del mondo, ma penso di volerlo fare e soprattutto di volere fare un disco differente rispetto a quello che ho pubblicato quest’anno. Poi credo che ci sarà spazio per un altro romanzo e soprattutto la versione cinematografica, il film, del mio primo romanzo che si chiama “Ma la vita è un’altra cosa”.

In chiusura, un ricordo di Fabrizio De Andrè?
Ho lavorato come assistente di produzione con Fabrizio, il ricordo che ho è, in realtà, una considerazione su quanto fosse meravigliosa la sua arte, quanto fosse tremendamente affascinante quello che faceva e di quanto le canzoni spesso siano molto più belle di chi le scrive.

Livio Novara

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