Nicola Conte

Nicola Conte è molte cose assieme: produttore, dj, compositore, jazzista moderno, come lui stesso ama definirsi. Oltre a questo è un grande collezionista di dischi, e la sua enorme cultura musicale lo dimostra. Non solo: è stato, finora, l’unico italiano ad aver avuto il privilegio d’incidere un disco per la Blue Note (“Other Directions”, del 2004). In occasione dell’uscita del nuovo doppio cd “The Modern Sound Of Nicola Conte”, abbiamo potuto scambiare con lui qualche opinione su musica e altro.

 

12 novembre 2009

Com’è nata l’idea di questo doppio album, “The Modern Sound Of Nicola Conte”?
L’idea è nata dal proposito di chiudere per bene la mia collaborazione con Schema Records. Infatti, questo sarà l’ultimo disco che uscirà per loro. I brani contenuti in esso provengono tutti dalle session di “Rituals”: questo è stato composto fra il 2005 e il 2007, mentre i brani scritti per “The Modern Sound…” spaziano tra il 2004 e il 2008; quindi c’è una stretta correlazione temporale fra essi. Avrei potuto includere anche pezzi di poco precedenti, ma ho preferito cercare di focalizzare al massimo l’attenzione sull’unità complessiva del disco. Inoltre, per evitare di pubblicare una semplice raccolta, ho deciso di includere alcuni inediti assoluti nel mezzo dei vari remix e re – work (ce ne sono, infatti, ben sei, ndr.).

Rispetto al tuo esordio, “Jet Sounds”, mi è sembrato che nella tua musica siano diminuite le componenti elettroniche e aumentate quelle acustiche. Oggi ti senti di più dj o jazzista ‘classico’?
In realtà mi sento dj, produttore, compositore e musicista nella stessa misura. Ma, sinceramente, non mi ritengo affatto un jazzista classico, anzi la mia musica è molto moderna. Anche per quanto riguarda il discorso sull’elettronica, non è vero che sia diminuita; semplicemente nei miei ultimi lavori ho cercato di armonizzare al meglio l’analogico e il digitale, l’acustico e l’elettrico. Nell’album puoi sentire il sound del jazz puro, ma, allo stesso tempo, il beat e i pattern della musica da club. La cosa più dura, comunque, è stata proprio quella di non snaturare né il suono del digitale né il suono dell’analogico, di farli coesistere preservando le loro peculiarità. Ecco, probabilmente la vera novità è il mio avvicinamento sempre maggiore all’analogico a scapito del puro digitale. Questo avviene sia per un fatto di mie personali preferenze, sia a causa del nuovo corso che la musica sta intraprendendo. Leggevo poco tempo fa una bellissima intervista a Manuel Göttsching, nella quale diceva che il futuro della musica elettronica sarà l’analogico, non il digitale: tant’è vero che lui stesso usa un campionatore Akai analogico. Anche Carl Craig si sta indirizzando verso questa via. D’altra parte proprio il dub, che è un’altra componente fondamentale del mio nuovo disco, e che ha influenzato di tutto, dall’hip – hop al minimal, è musica analogica per eccellenza.

Rimanendo in tema: è nota la tua passione per il jazz dei ’50 e dei ’60, dal cool all’hard bop al be bop allo swing. Qual è il tuo rapporto con il free jazz, con Ornette Coleman e con l’ultimo Coltrane, ad esempio?
Ottimo, ho tutti i dischi! Ma non solo di Trane e di Ornette, mi piacciono moltissimo anche altri grandissimi jazzisti free come Albert Ayler, Archie Shepp e la lista potrebbe continuare. Tu hai citato il jazz degli anni Cinquanta e Sessanta, e di quel periodo storico non ascolto solo Art Blakey, Horace Silver e simili. Poi la mia ricerca personale mi ha fatto preferire altre soluzioni, ma il free jazz è stato importante tanto quanto lo swing o il cool o il jazz latino. Non credo che la musica abbia compartimenti stagni, e ho sempre cercato di essere onnivoro il più possibile. Nei miei ascolti sono stati importantissimi anche il soul, Marvin Gaye e James Brown, così come il rock di Cream e Jimi Hendrix. Detto questo, credo che il movimento free debba essere contestualizzato nel momento storico in cui si è sviluppato, e nell’ambiente in cui si è evoluto: quindi, nella comunità afroamericana e a fianco delle lotte e delle rivendicazioni di quest’ultima. Per questo, per me il jazz ‘libero’ è quello degli artisti neri, quello che questi hanno creato alla fine degli anni Cinquanta e sviluppato fino agli anni Settanta. Non ascolto, invece, il free contemporaneo, quello bianco ed europeo, quello dei vari Evan Parker, Theo Jörgensmann e simili. Preferisco quello ‘nero’, lo trovo più coinvolgente e dal maggior afflato spirituale.

Come vedi il jazz contemporaneo, e soprattutto il suo futuro, oltre a quello della musica in genere?
Parlare del futuro della musica significa parlare del futuro della società. Oggi le cose sono piuttosto confuse in entrambe le dimensioni. Probabilmente la fusione fra jazz ed elettronica ‘pura’ non darà molti frutti: sono stati già fatti, in passato, molti esperimenti in tal senso e non hanno aperto prospettive interessanti. Quindi si dovrà cercare altro. Bisogna ammettere, però, che negli ultimi vent’anni, a livello puramente artistico, non sono venute alla luce grosse novità; anzi, il livello di creatività è stato piuttosto basso. Quella che è realmente progredita è stata la tecnologia, che ha fatto passi da gigante. Però io, per cultura, sensibilità e formazione, non riesco e non posso considerare il mero aspetto tecnologico come arte: così facendo si rischierebbe di considerare la tecnologia stessa un fine, mentre io la considero semplicemente un mezzo. Importantissimo, ma si tratta sempre di un mezzo da utilizzare e non di un fine artistico da perseguire.

Parlando ancora di tecnologia: cosa ne pensi della musica su internet e della sua fruizione?
Penso che sia un altro problema. Non considero file sharing e affini come cose negative a prescindere, semplicemente ritengo che il web non riesca ancora a dare una risposta valida alla funzione tradizionalmente svolta dalle etichette discografiche. Perché si tratta di un calderone in cui è condensato di tutto, e quelli che cercano nuova musica interessante finiscono spesso per perdersi, per essere sviati. A volte quello che viene a galla è inferiore a quello che rimane sommerso; si trovano commenti idioti a fianco di altri più carini; roba superflua accanto ad altra necessaria. E tutto questo senza che vengano fornite le discriminanti necessarie al pubblico. No, c’è troppa confusione, siamo in una fase di stallo fra vecchio e nuovo, e credo che anche questo contribuisca a tenere bassa la qualità di molta musica ideata negli ultimi anni.

Il 19 novembre partirà, da Roma, il tuo tour mondiale: puoi offrici qualche anticipazione?
Sì, il tour partirà dall’Auditorium Parco della Musica di Roma, poi passerà per la Spagna, tornerà in Italia e, almeno per adesso, si concluderà in Giappone. Nella data romana sarò accompagnato da una sezione di tre fiati, più una sezione ritmica che comprenderà anche il contrabbassista Paolo Benedettini. Non si tratterà, comunque, di un organico fisso: i membri della band cambieranno di volta in volta, di paese in paese. La mia intenzione è quella di poter avere a disposizione un gruppo aperto: ad esempio, avrò anche l’occasione di suonare assieme a Teppo Mäkynen, anch’egli presente sul mio nuovo disco con il Five Corners Quintet, e con molti alti musicisti con i quali ho spesso condiviso il palco e lo studio negli ultimi anni. Non avrò un organico da big band, e non riuscirò a suonare con tutti gli artisti presenti in “The Modern Sound…”, ma anche questo tour sarà un’occasione per poter incontrare molti amici con i quali mi piace collaborare.

Per concludere, quali sono i tuoi progetti futuri? Forse incidere un altro disco con Blue Note?
Non so se ne sei a conoscenza ma, ultimamente, la EMI si trova in crisi, e la Blue Note non si sa che fine potrà fare (ammetto la mia ignoranza, ndr.). Si tratta di una notizia molto triste, ma purtroppo la situazione non è affatto incoraggiante. Quindi credo che il mio prossimo disco uscirà per Universal/Verve, e indicativamente entrerò in studio verso la primavera del 2010.

Stefano Masnaghetti

Condividi.