Paolo Conte: ai miei concerti il pubblico celebra la nostalgia

È appena uscito “Nelson”, il nuovo album di Paolo Conte. Lo presenta l’autore stesso di fronte a una vasta platea di giornalisti alla villa del Fai di Milano. Ecco alcuni estratti dalla conferenza stampa.

Nel disco c’è un brano cantato in napoletano (“Suonno è tutto’o’ suonno”, ndr.) e anche un riferimento a “Funiculì Funiculà”; come mai un nuovo omaggio alla canzone e alla lingua napoletane?
Mi ricordo che quando, in teatro a Napoli, cantavo qualche mia canzone in napoletano, chiedevo prima al pubblico le circostanze attenuanti; e, dal fondo, c’era sempre qualcuno che rispondeva: “concesse, avvocato”. Però in questo caso ho composto una canzone napoletana che non tocca nessuno dei cliché classici della grande tradizione, è piuttosto un brano di tipo spagnolo come musica, ha delle cadenze segretamente spagnole. Io ho scritto il testo in napoletano perché sentivo che in italiano mi sfuggiva, e in napoletano mi trovavo più a contatto con certe astrazioni. “Funiculì Funiculà” è invece una canzone che parla di tutti i miliardi di viaggiatori che hanno attraversato l’Italia, e il mattino li accoglie con il sole e con voce tenorile”.

L’ultima volta ha parlato di una certa difficoltà nello scrivere canzoni, e aveva diradato la produzione prima di “Psiche”, asserendo che forse sarebbero state le ultime che avrebbe composto. E invece si è smentito…
Non mi dispiace contraddirmi in queste occasioni. Anche perché la passione e la curiosità artistica sono sempre grandissime, quindi vorrei continuare a dirmi “fai il pensionato, però intanto componi qualcosa”.

Questo disco è dedicato ad un cane, “Nelson” appunto. Ci può dire qualcosa di più su questa dedica?
Nelson era il nostro cane, rimasto con noi 12 anni e morto due anni fa. Era un cane di una bellezza stratosferica, un pastore francese dal carattere un po’ difficile, ma talmente bello che lo inseguivi tutto il giorno per guardarlo. Aveva anche orecchio musicale; io ho sempre avuto l’abitudine di lavorare al pianoforte da solo, di notte, e avevo il vezzo di finire sempre il lavoro con una ‘frasettina’ portafortuna, e lui come sentiva questo motivo si alzava, perché capiva che mi sarei alzato anch’io e gli avrei aperto la porta. Ora ho un nuovo cane, un meticcio trovatello, intelligentissimo, di nome Orazio, perché ho pensato ad Orazio Nelson. Nel disco non ci sono canzoni dedicate al cane, è tutto il disco ad esserlo.

Dopo una carriera artistica così lunga, e dopo tanti dischi fatti, oggi per lei che senso ha fare un disco?
La voglia di scrivere innesca una reazione a catena. Implica il desiderio di registrare quello che hai scritto, e alla fine ti ritrovi con del materiale che vuoi far sentire ai tuoi appassionati. In fin dei conti si tratta di un automatismo antico come il mondo.

Ma nei concerti le canzoni nuove le propone con il contagocce, gradualmente. Privilegia sempre i classici: anche per questo disco farà così?
Anche stavolta sarà così, anzi ancora di più: ne metterò pochissime nel repertorio del concerto, perché so che il pubblico deve abituarsi pian piano. Poi non bisogna dimenticarsi che il pubblico celebra sempre con se stesso una specie di festa della nostalgia, perché magari è venuto dieci anni prima con la fidanzata e poi si sono sposati e si ricordano quelle canzoni…per cui io mi trovo quasi sempre costretto a non poter rinunciare ad almeno 10 – 12 canzoni, oltre a dover lasciare il posto a qualche canzone nuova e a qualcos’altro che m’interessa resuscitare del vecchio repertorio. Inoltre non considero mai un tour come quello di un dato disco, per me è un tour e basta.

Fazio, che sta facendo un programma con Saviano, era qui e vorrebbe che anche lei partecipasse: cosa ne pensa di Saviano? Ha letto i suoi libri?
I suoi libri no. Ho letto solo i suoi articoli sui giornali, so di chi si tratta, so che gli argomenti di cui parla sono piuttosto pericolosi, mi sembra una persona molto impegnata, pericolosamente impegnata.

Com’è nato questo disco? Ha avuto un processo di composizione simile agli altri oppure c’è stato qualcosa di diverso?
I dischi li faccio sempre nello stesso modo. Io ho sempre considerato un disco come una raccolta di canzoni, non l’ho mai concepito con un pensiero dominante che coinvolgesse tutte le canzoni. Ogni brano ha il suo ritmo, i suoi colori, la sua storia, il suo stile…in un certo senso sono rimasto un autore per gli altri, che in realtà era quello che facevo. Quindi considero ogni canzone che metto in un LP come un’ipotetica facciata A di un 45 giri; il resto sono tutte facciate B, ma non ha importanza, l’unione fa la forza, si danno una mano l’una con l’altra.

Lei ha scritto anche una canzone in francese, “Enfant Prodige”, al ‘femminile’. In che senso?
Perché l’ho scritta sperando che un giorno o l’altro una bella cantante francese sia interessata ad interpretarla. Però, tutto sommato, non mi è dispiaciuto di come l’ho cantata io e me la son tenuta. Però spero sempre che un giorno o l’altro qualcuna l’ascolti e la riproponga. Non saprei dire chi, ma spero molto nell’istinto interpretativo delle francesi.

Nel disco compare anche una dedica a Dino Crocco…
Dino Crocco era un carissimo amico, oltre ad essere il capo di un’orchestrina che suonava nelle belle sale da ballo italiane negli anni Sessanta. Ho dedicato a lui questa canzone che si chiama “L’orchestrina” perché mi riporta a quegli anni, quando io seguivo queste orchestre e osservavo cosa succedeva nell’orchestra e intorno all’orchestra.

Stefano Masnaghetti

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