Paolo Saporiti, cantautorato elettronico e onirico

Un ispirato Paolo Saporiti ha presentato alla stampa, in quel di Universal, il suo primo lavoro discografico per major, dal titolo “Alone”. Tra l’esecuzione di un brano e l’altro, accompagnato dal bravo violoncellista Zeno Gabaglio, il cantautore milanese che si ispira ai grandi a partire da Nick Drake fino a tutti i migliori nomi della canzone introspettiva, ha risposto alle domande dei giornalisti.

Per l’occasione è intervenuto anche Dario Ballantini, imitatore per Striscia La Notizia, ma anche artista tour court, autore della copertina del disco in questione.

Da cosa nasce la tua volontà di esprimerti in lingua inglese?
Arriva semplicemente dai miei ascolti. L’italiano è sempre stata un’urgenza, il mio primo disco è stato composto e vissuto nella nostra lingua. Poi però, da lì ho sentito l’esigenza di scrivere in inglese, che è la lingua delle mie influenze, degli artisti che più di tutti mi hanno dato qualcosa. “Gelo” tuttavia, l’ultimo brano del disco, è in italiano. E’ una sfida che ho voluto intraprendere per chiudere il disco.

In “Alone” ci sono la tua voce, la tua chitarra e un po’ di elettronica. Non hai mai sentito la necessità di allargare la band?
Sinceramente no, la mia dimensione è “chitarra/voce” e tutto quello che senti è un contorno, che con il tempo e mettendomi in gioco è diventato fondamentale. In questo l’operato di Teho Tehardo, produttore ed arrangiatore del mio disco, è stato fondamentale. Pensa che l’entrata del violoncello risale solo a due anni e mezzo fa, mentre la mia collaborazione con Zeno Gabaglio è di solo tre, quattro mesi. Anche se sembra che sia in corso da molto più tempo, per via dell’alchimia che è nata e della sua immensa bravura.

Cosa vuol dire per te fare un disco?
Un disco per me non è solo creare atmosfere poetiche e sognanti: il disco è catarsi. Scrivere è ricercarmi tra le mie canzoni, seguendo una strada che ho trovato viaggiando dentro di me. Mi sono avvicinato alla composizione passando dallo sport. In tutto ciò che faccio con passione io mi ritrovo. Sono sempre stato un grande sportivo, cosa che ho poi abbandonato in favore della musica: ma nello sci, nei ritmi che devi imporre, nel momento in cui ti accorgi che sai andare, che stai sfrecciando, provi quella sensazione di godimento, che adesso provo quando compongo.

Di questo disco cosa ci dici? Il titolo? Ci sarà un singolo?
Il titolo avrebbe dovuto inizialmente essere “I could die alone”, come l’opener. Poi con la Universal ci siamo accorti che avrebbe potuto essere di duplice comprensione: il mio intento era fare capire che ho bisogno dell’incontro, per potere vivere. E’ dall’incontro e dal contatto con le persone e le esperienze, che io mi sento vivo. Mentre se questo mancasse, se mi trovassi solo, ne morirei. Per quanto riguarda il singolo, sarà “Broken Flowers”, e a breve realizzeremo il video.

I tuoi testi come sono? Hanno varie chiavi di lettura o esprimi qualcosa di preciso?
Assolutamente hanno diverse interpretazioni, io stesso ogni volta ne riscopro significati diversi, tanto che per inserire la traduzione nel booklet ho dovuto chiedere aiuto a mia madre e a mio fratello, per potere arrivare ad un punto finale. Da solo non ce l’avrei mai fatta.

Parli molto della morte nelle tue liriche. Che rapporto hai con essa?
Ho un ottimo rapporto con lei, finchè resta di tipo creativo. Non la vivo come ha fatto Kurt Cobain, tanto per fare un nome, la vivo come qualcosa che c’è e che mi dà forza per scrivere. Gioco con lei per potere arrivare a dire tutto nel tempo giusto. Cobain aveva forse un orologio biologico che gli dettava i tempi, che gli ha messo un termine, ed in quel termine lui ha sentito di dovere dire tutto di se stesso.

La cartella stampa dice che in Italia è sempre più difficile suonare se non si è una cover band. Che ne pensi?
Ora non proverei piacere ad essere un musicista che esegue solo cover. All’inizio ho cominciato così: vedevo i miei coetanei e le mie generazioni vicine che si appassionavano a cose che non mi penetravano l’anima, mode che non erano parte di ciò che sono. Per questo ho tentato di comunicare i miei ascolti attraverso delle serate in cui interpretavo brani di Nick Drake ecc. E’ una cosa molto diversa comunque dalle band che fanno cover di professione.

Il disco è stato registrato tutto in analogico…
Sì, abbiamo voluto fare in modo che il disco suonasse il più vero possibile. Ma il concetto di registrare in sé, per me non è mai stato facile. Non sono partito all’inizio della mia carriera, con l’obiettivo di fare dischi, ma solo di comporre canzoni perché ne sentivo il bisogno. Credo nel potere della prima volta, e nell’emozione della canzone nel momento. Con il disco però hai la possibilità di rivivere quell’emozione o di trovarne di nuove, come per i testi.

Per concludere anche Dario Ballantini è intervenuto, raccontando come ha vissuto la realizzazione della copertina di “Alone”.
Paolo è venuto a trovarmi ad alcune mie mostre, ci siamo conosciuti e ha dimostrato di apprezzare i miei lavori. Ho preso una foto bellissima, che doveva appunto essere la copertina e l’ho rielaborata secondo il mio stile e secondo quello che io sento arrivarmi dalla sua musica, che trovo davvero diretta, capace di toccare le corde del cuore. E’ musica vera, che ha vinto una mia pigrizia, portandomi a vivere anche i testi.

Riccardo Canato

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