Parlotones e Mondiali: connubio da finale

I Parlotones sono la nuova proposta Sudafricana alla concorrenza euro-britannica nel pop-rock, e con l’ultimo disco Sturdust Galaxies sembrano proprio avere l’intenzione di arrembare il mercato europeo, prendendolo per la gola , come si suol dire, sfruttando cioè la grande passione per il vecchio continente per il football diventandone un po’ la colonna sonora.

 

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Saranno gli opening act della serata del 10 giugno di apertura del campionato del mondo, e non abbiamo dubbi circa la loro visibilità dopo la partecipazione a questo evento. Noi li incontriamo in tardo pomeriggio a Milano, facciamo quattro chiacchere con Kahn, il cantante, peraltro unico presente della band, al momento impegnata su diversi fronti per la produzione e la sponsorizzazione in Italia, dove sono ancora sconosciuti.
A breve avremo la possibilità di vederli, per l’appunto, da Simona Ventura a Quelli che il calcio, ma noi arriviamo prima e anticipiamo persino la Rai, siamo sul pezzo.
Kahn Morbee arriva puntuale all’appuntamento nella hall dell’albergo, subito sorridente e piacevolmente a suo agio. Cominciamo.

Ascoltando il vostro ultimo album sembra che la scena musicale Sudafricana non sembra poi molto dissimile da quella pop inglese. Le vicinanze tra i due paesi sono innegabili, ma sembra strano che genti viventi a così tanti Km di distanza sviluppino la stessa sensibilità musicale.
Vedi in realtà la nostra è una posizione un po’ anomala in Sudafrica, nel senso che siamo un po’ unici nel fare questo genere di musica, come hai detto te, con forti venature anglosassoni, in ogni caso siamo stati enormemente influenzati, e questo è inutile negarlo, da tutta la pop culture degli anni ’90. Da lì veniamo e seppur ci sia sempre l’intenzione di aggiungere il nostro punto di vista le origini sono solide ed inevitabilmente emergono.

Ogni tanto è facile risentire sonorità che erano appartenute a The Cure o The Smith, non è che come al solito si rischia di copiare chi ha già percorso strade al tempo sconosciute , ma che ora se riproposte assumono il sapore della “minestra riscaldata” che come è noto non piace a nessuno?
Il discorso è sempre un po’ quello di prima. Non vogliamo essere assolutamente dei copiatori, ma inevitabilmente quello che sei stato, determina ciò che sarai. Essere innamorati della musica come lo siamo noi ci ha portato a consumarne una quantità esagerata, ma questo ha inevitabilmente forgiato la nostra sensibilità anche musicale, oltre che a quella personale. E poi echi di “già sentito” ci sono ovunque, non lo reputo un disvalore se inteso nella giusta maniera.

In Sudafrica si può dire che abbiate un notevole successo, non c’è dubbio che siate popolari e che il pubblico vi riconosca. Qui in Europa come la state vivendo, siete letteralmente alla conquista del mercato, quindi state facendo date su date per farvi conoscere, come risponde la vecchia Signora?
Siamo partiti carichi e con le migliori intenzioni. Il pubblico nuovo lo conquisti serata dopo serata, gig by gig, e la cosa sorprendente è che magari le prime volte venivano 100, 200 persone ma poi la voce si spargeva e dopo 3-4 date nella stessa zona, alla fine ne arrivavano un migliaio, duemila, tremila, e direi che questo è assolutamente positivo in quanto se riusciamo a portare così dal nulla, senza campagne pubblicitarie martellanti, tanta gente ai nostri eventi significa che c’è della sostanza.

Per l’immagine che avete rischiate, a mio avviso, di rivolgervi solo a un pubblico molto giovane, che tipo di persone vengono ai vostri concerti, ci sono solo screaming kids o anche una dose, magari piccola, di pubblico un po’ più maturo e di conseguenza anche critico?
Ti parlo dell’esperienza di casa nostra, che è quella che conosco meglio. Se dai un’occhiata dal palco ti rendi conto di come ci siano tutti, ragazzini e anche genitori ed ognuno si vive l’esperienza musicale nel proprio personalissimo modo, c’è chi salta dall’inizio alla fine e invece chi silenziosamente se ne sta in fondo alla sala con le braccia conserte godendosi lo spettacolo. Credo che la musica sia trasversale e questo consente di lanciare un messaggio a tutti.

Una cosa che colpisce, decisamente originale, è il vostro make up da esibizione. Ci sono molti che amano truccarsi on stage ma voi avete scelto in modo esplicito il tema di Clockwork Orange. Come mai questa scelta anomala, che forse in tanti avevano pensato, ma nessuno applicato?
Siamo dei veri fun della cultura pop, come ti dicevo prima, e la bellezza dei trucchi, delle maschere di Arancia Meccanica da sempre ci colpisce e ci affascina. Stanley Kubrik è l’ennesima potenza della regia, ne siamo degli estimatori, e per questo abbiamo deciso di utilizzare, come spunto estetico, il trucco presente in quel film e farne una sorta di nostro marchio di fabbrica. E la cosa buffa, per ricollegarmi alla domanda precedente, è che vedi un sacco di gente truccata in questo modo durante le nostre serate,e questo ci soddisfa ancora di più perché significa che c’è una penetrazione non solo acustica ed emozionale, se così vogliamo dire, ma anche esteriore. Il pubblico diventa partecipe anche in questo modo.

Altrettanto elemento insolito in voi è che avete deciso di lanciare una linea di vini. Molti gruppi o star del pop cercano di pubblicizzarsi puntando sul vestiario piuttosto che sull’intimo, voi com’è che avete scelto il vino?
È successo perché, tanto per cominciare il Sudafrica è pieno di vigneti, ed in modo esteso, non è che ci sono solo delle zone dedicate, ovunque puoi trovarne, stando in giro per tanto tempo in tour ci capitava spesso di attraversare zone vinicole, e così, essendo noi degli amanti del vino, abbiamo detto perché no? Perché non provare a produrre un nostro vino? In realtà non vuole essere una mossa pubblicitaria semplicemente un desiderio personale che si è potuto concretizzare con il marchio “Giant Mistake”.

Il settore discografico è in un momento critico, non si vendono dischi, e gli introiti sono calati. Il tutto perché c’è stata l’esplosione della musica in formata digitale facilmente scaricabile e condivisibile con un numero infinito di persone che, di conseguenza, potendo avere il prodotto gratis non lo acquisteranno. Come la vedi tu, tenendo conto che stai dall’altra parte della barricata?
Onestamente non sono contrario a questa modalità, se le cose vanno in certo modo non devi cercare di ostacolarle per ritornare laddove tu volevi, piuttosto escogita dei modi più efficienti per proporre e vendere il tuo prodotto. Credo, per altro, che il downloading sia diventato così diffuso perché molto spesso si vuole sentire solo un pezzo o due, che sono i migliori dell’album, mentre il resto it’s crap. Allora è inutile condannare chi scarica, piuttosto cerca di rendere il tuo lavoro più completo, più goloso. Vuoi vendere un cd? Non puoi farlo pagare quello che costa e poi non metterci niente, arricchiscilo con foto, documenti, immagini, testi… in modo tale che un simile prodotto non puoi trovarlo su internet e quindi sari invogliato ad acquistarlo. L’album a quel punto diventerebbe anche lui un a sorta di espressione artistica insostituibile e per questo degno di meritare un esborso economico.

Un’ultima domanda in conclusione. L’artista cerca sempre una sintesi attraverso la sua forma d’arte per raccontare un percorso che ha intrapreso e testimoniare la realtà. Raccontami cosa vedete e cosa descrivete?
L’elemento che ci interessa di più sono le sensazioni, gli stati d’animo, che sono poi gli elementi alla base della felicità o della tristezza. Quello che ci preme raccontare è questo, un up and down emozionale che tutti viviamo e che è parte del nostro quotidiano. Qui stà il vero della nostra narrazione, il core della nostra comunicazione, che trattando di questi temi tende ad essere spalmata nel tempo e rivolta a un più numeroso pubblico.

Francesco Casati

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