Pocket Chestnut, ecco “Big Sky, Empty Road”

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I Pocket Chestnut riescono nell’impresa di far sembrare che Stati Uniti sia un paesino dell’Oltrepò Pavese e che D’America sia la frazione di un comune brianzolo. Ci riescono perché dagli States traggono ispirazione per alimentare il loro indie folk intimo e sfrontato allo stesso tempo, ma senza copiare alcunché, né cercare di ripetere a macchinetta una lezione imparata da altri. Questa attitudine era già emersa nell’album d’esordio “Bedroom Rock’n’Roll” e trasuda anche da “Big Sky, Empty Road”, il disco nuovo uscito un mesetto fa, registrato in proprio da Pol, Paolo, Ted e Tum, stampato da Dischi Soviet Studio e distribuito da Audioglobe. Mi sono fatto raccontare questa loro nuovo impresa a poche ore dalla loro esibizione al Magnolia di Milano prima dei The Veils.

Sono passati quattro anni dal vostro disco precedente, “Bedroom Rock’n’Roll”: nel frattempo cos’è successo?

Tum: Abbiamo suonato quasi 200 concerti e continuato a  provare tante nuove canzoni, alcune sono finite in “Outness* EP”, altre le abbiamo messe in questo “Big Sky, Empty Road” e altre inevitabilmente le abbiamo perse per strada, così come  abbiamo perso Ema che è andato a vivere a Berlino. Abbiamo ripensato più volte a come suonare dal vivo, per un breve periodo Umberto ci ha dato una grossa mano con gli arrangiamenti di piano e tastiere, poi Federico al basso ma alla fine ha vinto la scelta di attaccare tre chitarre acustiche al mixer e fare pum pum sgnack con la batteria (colTomAtTerra). Se le canzoni girano è inutile farsi troppe seghe mentali, meglio suonarle come vengono. Last but not least: Paolo è entrato in formazione a tempo pieno ed essendo l’unico di noi capace a suonare uno strumento direi che l’acquisizione è stata oltremodo vantaggiosa.

Pol: È passato tanto tempo perché solo ultimamente siamo riusciti a trovare una formula per il gruppo. Abbiamo provato anche a suonare elettrici, con la classica formazione chitarra-basso-batteria, ma alla fine siamo giunti alla conclusione che l’acustico sia la strada giusta – perché più personale e originale – da battere. Sotto questo punto di vista “Big sky, empty road” è un disco già vecchio, perché suona magari più ricco di “Bedroom rock’n’roll”, ma non come siamo davvero…

Facciamo i nomi: chi è finito, a livello di ispirazione, in “Big Sky, Empty Road”?

Tum: La SS 494 piena di prefabbricati con insegne dai nomi spassosi tipo “Porcelanosa”, ma più in generale la voglia  di mettersi per strada e guardare dritto, sentendosi come fosse il primo giorno di vacanza. Per inciso a guidare non son manco troppo capace, comunque…

La genesi: come, dove e con chi è stato registrato il disco?

Tum: Rispetto ai precenti dischi, “Big Sky, Empty Road” è un collage di diversi momenti dei Pocket Chesnut. Il disco nasce con canzoni raccolte dal 2011, tenuto insieme con la voglia di continuare a suonare per divertirci e vedere i nostri amici sul palco sbraitare qualche ritornello. Sul palco portiamo sempre tanti giocattoli che fanno rumore: di solito sono la gioia degli ubriachi e sotto sotto anche la nostra.

Pol: È’ stato un affaire casalingo, con tutte le sue comodità e i suoi limiti. E il limite maggiore che percepisco, dopo due dischi registrati così, è quello – avendo sempre a disposizione uno spazio e i mezzi per registrare – di lasciarsi prendere più dall’arrangiamento e dalle atmosfere che dalla canzone in sé. È un mea culpa, ammetto di essere stato il primo ad esserci cascato. Riguardo ai giocattoli sul palco, la gioia nostra finisce quando si rischia la commozione cerebrale inciampando su una pannocchia di plastica.

Qual è secondo voi il singolone del disco?

Tum: Boh, non credo ci sia un singolo, però “Spread My Love” nelle mani di Avicii con la cassa che spinge e il falsetto emo mi farebbe schiantare dal ridere.

Paolo: Non vorrei essere pessimista, ma mi sembra una possibilità piuttosto remota.

Il pezzo più personale?

Tum: Per me è “Morning”,  parla di una mattina di 10 anni fa in cui sono tornato a casa alle 6 e ho bevuto tantissimo caffè con mia mamma. Lei bagnava i fiori sul terrazzo e si sentiva un assordante vociare di uccellini. Per una volta in vita mia non ho avuto remore a dirle tutto quello che pensavo veramente.

Pol: A costo di fare la figura del greve: un pezzo sono un po’ di accordi sopra ai quali si cerca di mettere una melodia il più orecchiabile possibile. Lo prendo più come un gioco ad incastri, non come un’epifania della personalità: poi magari lo è, ma non l’ho mai pensato in questi termini. Anche se scrivessi testi cercherei più di inseguire il suono delle parole, anche al costo di scivolare nel nonsense, e la vedrei nello stesso modo.

Vi trovate più a vostro agio in studio di registrazione o sul palco?

Tum: Essendo lo studio la cucina di Pol, dipende da cosa ha cucinato al mezzogiorno prima di registrare. Una volta aveva cucinato un pesce malefico e non ero per nulla a mio agio a cantare, però si sa per i “giovani”: disagio is the new agio.

Pol: Se mai ci capiterà di andare in uno studio di registrazione, possibilmente non pagando noi, ti faremo sapere…

L’Empty Road del titolo è il riferimento a una sorta di Eldorado per i pendolari Monza-Milano?

Tum: Più che un Eldorado, per come la vedo io, il titolo vuole essere un modo di percorrere tante strade che per un motivo o per l’altro non ho ancora avutol’occasione di percorrere. È incredibile quanto lontano ti possa portare un #bigskyemptyroad, abbiamo ricevuto foto da posti meravigliosi che non riuscivo nemmeno a immaginare (Es. Plettenberg Bay nel Sud Africa o Tinsukia/Chidamabaram sul Golfo del Bengala). Senza volerlo e risparmiando parecchi soldini, ci siamo fatti un bel viaggetto per il mondo.

Come avete fatto a far funzionare i vostri smartphone, soprattutto con le batterie scarse di oggi?

Tum: Sono andato dai cinesi in Paolo Sarpi, hanno sempre una soluzione per tutto. Poi Paolo ci ha pure scritto una canzone (nda: “Got My Smartphone Working”) ma non so se vuole parlarne…

Paolo: Lo smartphone è il mojo del Tum. Credo che lo tenga collegato per endovena. Però è stata solo l’idea d’inizio.

Il posto o la situazione più strano in cui avete suonato?

Tum: Direi che ce ne sono parecchi. In ordine sparso: un oratorio, un bar in Valtellina con tanti simpatici vecchietti avvinazzati, in piazza del duomo mentre il milan festeggiava lo scudetto e i tifosi urlavano coprendo la nostra musica, sotto a un letto a soppalco in un trilocale di universitari con 150 persone.

Il posto o la situazione più tragico in cui avete suonato?

Tum: Ho un ricordo tragico di un circolo sportivo della Brianza. Era un aperitivo di tre anni fa e il pubblico era composto da 3 nostri amici di numero e 4 nerboruti che giocavano a calcetto al piano di sotto urlando come ossessi ad ogni gol. Certi colpi del portiere rosso contro lo stipite di metallo rimbombavano per tutta la sala. Ovviamente non ci hanno pagati ma dalla locandina di quel concerto disegnata da Linda, è nata la grafica del nostro primo Ep.

Paolo: Non è mai tragico, neanche quando andiamo tutti fuori tempo, suoniamo in tonalità diverse e al Tum si stacca il cavo del microfono: tutte cose accadute, per fortuna non contemporaneamente. Più che essere tragico, fa ridere.

Una popstar superficiale di cui vi piacerebbe aprire i concerti?

Tum: Direi Shaggy perchè mi sento alquanto Bombastico da quando non vado più a correre sulla martesana.

Pol: Katy Perry, che non credo sia più superficiale di noi. Anzi.

 

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