Rhyme la band presenta il nuovo album The Seed And The Sewage

Il nuovo album dei RhymeThe Seed And The Sewage” uscirà in Italia il 3 dicembre 2012. A questo indirizzo è possibile ascoltare le clip del disco, lavoro che Gabriele Gozzi (cantante) e Riccardo Canato (basso) presentano in questo modo: “(GG) TSATS racconta della società di oggi, della “demeritocrazia” imperante, delle difficoltà economiche, di rabbia, ma anche di speranza. E’ il nostro urlo al mondo. Non è un disco facilissimo, ma se chi vorrà fare un tentativo con noi, avrà un pizzico di curiosità in più, e andrà più a fondo, potrebbe sentirsi in qualche modo connesso ai significati delle canzoni. (RCE’ una metafora sulla vita. I Rhyme sono diventati una band in questi due anni, ma anche degli amici, con una visione della vita più simile. Gli effetti della crisi si sono sentiti anche su di noi, direttamente ed indirettamente, li abbiamo assorbiti, vissuti. Il seme è ciò che crea vita e da essa stessa viene generato. E’ un atto d’amore, di verità. E’ ciò di cui sono fatti tutti coloro che stanno tenendo duro e soffrendo per questa situazione globale. Il liquame è il marcio; ciò che distrugge e non crea. Corruzione, politiche sbagliate, abuso di potere, negligenza. E’ anche l’indifferenza di chi, di fronte alla realtà, pensa a se stesso, alle feste, all’apparire, volgendo lo sguardo altrove. Fregarsene uccide e noi siamo incazzati neri.”

Come si sono svolte le registrazioni del disco? Quanto tempo avete impiegato a comporre e incidere il tutto?
GG: “I primissimi embrioni dei pezzi che hanno composto TSATS risalgono a più di un anno fa. Abbiamo avuto degli avvicendamenti alla batteria e con l’arrivo di Vinny abbiamo cominciato a lavorare più seriamente ed in modo più continuativo, finalmente come una vera 4 piece band. Abbiamo lavorato parecchio, rivisitando completamente ogni idea, facendo molte pre produzioni, dividendoci tra i Magnitude Studios di Teo ed il mio home studio. Il tutto ha richiesto circa 7 mesi. Abbiamo cercato di curare ogni aspetto nel modo più professionale possibile, confrontandoci su ogni parola, intenzione, arrangiamento, “feel” dei pezzi, proprio come farebbero le band da cui traiamo ispirazione. Non abbiamo avuto l’opportunità di lavorare con un produttore di fama internazionale, ci siamo fidati e “sfidati” tra noi.”

Avete curato personalmente ogni aspetto del cd. Come mai questa scelta dopo che per il debutto vi eravate affidati addirittura a Tom Baker?
GG: “Si abbiamo curato ogni aspetto, dalla A alla Z. Abbiamo constatato che, il nostro livello era aumentato esponenzialmente dal primo album, e ci siamo accorti che avremmo potuto fare a meno di investire un budget fuori portata. A dir la verità, non siamo rimasti completamente soddisfatti di quanto raggiunto con Fi(r)st. A nostro parere, l’investimento non è valso quanto ci aspettavamo, cose che succedono quando si è colti dalla frenesia ed eccitazione di buttare fuori un debut. Abbiamo ponderato bene questa scelta nel corso dei mesi, e alla fine, siamo assolutamente convinti che il nuovo lavoro abbia decisamente un livello qualitativo di gran lunga superiore. La scelta è stata giusta. Il nostro Teo ha curato mix e mastering, oltre che assumersi la responsabilità di supervisore dei lavori: sappiamo come lavora, sappiamo la serietà che ci mette ma questa volta ha veramente superato se stesso e prodotto un disco che a livello mondiale, risulta estremamente competitivo. Non lo dico per vanto, in quanto noi per primi siamo rimasti sorpresi. Abbiamo investito un decimo, e ricavato 10 volte tanto. Jackpot!”

Come siete entrati in contatto con Bakerteam Records?
GG: “Siamo entrati in contatto con i ragazzi di Bakerteam/Scarlet l’anno scorso grazie anche a Fabrizio Grossi; i ragazzi della label erano a L.A. durante il mixaggio di FI(R)ST e di lì a poco sono partiti i primi contatti. Pensa che, ascoltando il mixing, non ci volevano credere che fossimo italiani. Si sono subito mostrati interessati. Noi cercavamo una situazione migliore per il secondo disco e devo dire che la sintonia è stata immediata. L’etichetta si muove molto bene, sfrutta i contatti a pieno e considera TSATS un prodotto estremamente valido. Questo ci fa ben sperare per il futuro prossimo, in quanto l’album verrà distribuito in quasi tutto il mondo.”

L’esperienza insieme ai Papa Roach e più in generale i concerti all’estero hanno influenzato la composizione del cd?
GG: “Le esperienze all’estero sono servite sicuramente a renderci conto di quanto potenziale questa band può esprimere, sia in studio, che live. Oggi è molto più semplice entrare in situazioni simili, non è un mistero, ma io sono convinto anche di un’altra cosa: il valore aggiunto è la band stessa. Non tutti colpiscono il segno in modo rilevante. Ciò che determina il vero valore dell’investimento, è la qualità del “prodotto band” e nessuno mi convincerà mai del contrario.”
RC: “Decisamente. Confrontarsi con situazioni come quella americana, dove dalla band meno importante al headliner sono tutti musicisti di grande livello, ci ha insegnato molto. Trovarci su palchi europei di fronte a migliaia di persone ci ha dato ancora di più; capisci cosa ti diverte suonare di fronte al pubblico, cosa la gente vuole e quali sono i riff, i timing, lo stile che fa più presa, su di te e su di loro. Siamo passati da un giorno all’altro dalle 50, 100, 400 persone dell’Italia alle 6.000 della Moscow Arena. E’ in momenti come quello che capisci di che pasta sei fatto, se hai le palle grosse, se hai la stoffa per provarci, o se è meglio restare a casa. Noi siamo ancora qui…perciò…”

Con due dischi e svariati tour alle spalle là fuori crederanno che starete facendo bei soldi…è così?
RC: “Hahaha, no i tempi sono talmente pessimi che mi viene impossibile credere che qualcuno ci ritenga “arricchiti”. Ci paghiamo tutto: gli aerei, i dischi, le copie, i video, i flyer. Siamo una dannata band con ambizioni da Grammy, ma dannatamente emergente.”


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Come vedete la scena italiana? Sia a livello di band, sia di addetti ai lavori…
GG: “La scena italiana…domanda fatidica! La scena esiste. La storia che l’Italia “è indietro” a livello di talento generale è una cazzata a mio avviso. Quello che manca semmai….è avere sbocchi promozionali ed una certa dose di buon senso. Per il primo punto purtroppo si può fare poco altro se non andare dritti per la propria strada, perchè nel nostro paese chi dovrebbe dare spazio a nuove realtà, non si accorge di esse, in quanto non competente in materia. Qui mi ricollego dunque al discorso di avere buon senso e mi ripeto: chiunque può “fare un disco” a casa, ma se questo  ”chiunque” non ha il buon senso di rendersi conto se essere o meno all’altezza del compito, rischia di trascinare nel baratro anche realtà più consolidate che potrebbero farcela. Il pubblico non è stupido: si accorge di tutto. Le band devono investire su loro stesse, ma partendo dall’ABC, non da un tour Italiano o europeo. Si parte dalla sala prove, si parte dallo studiare uno strumento, si parte da dedicarsi a questo mondo. E non mi riferisco all’Italia solamente: la gente deve mettersi in testa che ormai tutto il mondo è paese in certi casi. Se chiedi ad un polacco cosa pensa della scena Polacca, potrebbe risponderti esattamente come me. Anche un Americano potrebbe! A mio modesto parere, bisogna sentirsi “degni” di far parte di una band che vuole puntare a qualcosa di serio.Questa non è superbia, è rispetto per la strada professionale che ho intrapreso.”
RC: “Vedo un sacco di gente che si sbatte, ma anche tantissima incompetenza. La causa è una mancanza di cultura di base. A quattro anni iscriviamo i figli a corsi di pianoforte, causandogli quasi sempre rigetto, oppure siamo talmente antimusicofili da non ascoltare nulla che non sia la sbobba proposta dalle radio soggette a music control. Peggio ancora restiamo succubi di DeFilippi e soci. Non interpretiamo i testi in italiano, figuriamoci quelli in inglese. Più che di musica “leggera” in Italia dovremmo parlare di musica “superficiale”. Su queste basi buona parte dei gruppi che si formano sono purtroppo deboli; diciamoci la verità c’è un sacco di musica pessima in giro. Nascono bands che durano gli anni delle superiori, prima di fare posto all’università, al calcetto ed alla “tipa”. Poi ci sono le metastasi: cover bands, le tribute bands.  Il mio non è cinismo, ma profondo rammarico. Gli addetti ai lavori hanno invece miriadi di proposte, ultimamente anche troppe. Ai livelli bassi tanti incapaci quanti capaci, che si sbattono e lottano per emergere dal mare magnum di promoter improvvisati che non sanno nemmeno cosa sia un PA. A livelli alti c’è più competenza, ma disinteresse a spingere realtà locali. Io credo che individuando gruppi/artisti nostrani dal grande potenziale, e cercando di farli cresce, si possa sperare di creare possibili fonti di reddito. Io la ragiono così; mettere una mini backline davanti a quella del big di turno non costa nulla (spesso le richieste non arrivano nemmeno ai management delle band) e dare una possibilità non è un impiccio. Non sta scritto da nessuna parte che i migliori artisti debbano venire da fuori. Siamo il paese di Leonardo, di Dante, di De Andre’. Sappiamo fare e sappiamo insegnare. O probabilmente sapevamo farlo.”

Stefano Masnaghetti


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