Rob Franssen (Born From Pain)

La partecipazione attiva, dal punto di vista politico, dei tedeschi Born from Pain, come potrete intuire da questa (lunga) intervista con Rob Franssen, storico bassista della band recentemente diventato frontman, ricorda moltissimo quella dei Rage Against the Machine, anche se in questo caso siamo di fronte ad una band hardcore a tutti gli effetti. Ecco qui, per voi lettori di Outune, una lunga intervista nella quale si discute del nuovo disco, “Survival”, della scena hardcore sempre più “contaminata” e di organizzazioni non governative come Amnesty International. 

 

Potresti spiegarci il lavoro che c’è stato per pubblicare “Survival”, il vostro ultimo disco?

Abbiamo iniziato a scrivere il nuovo disco nella primavera del 2008. Ci ha richiesto un po’ più tempo del solito la fase di preproduzione, infatti abbiamo preferito essere autocritici, allo scopo di presentare queste 11 canzoni, che crediamo le migliori che potessimo scrivere in questo periodo. In estate siamo stati in Danimarca agli Antfarm Studios con Jakob Olsen e Tue Madsen. Tue ha curato la fase di missaggio, ed eccoti “Survival”. Pensiamo che questo sia il disco che volevamo scrivere da tutta la nostra carriera: ha il giusto mix di velocità, groove, aggressività e melodia, senza perdere la pesantezza per alcun secondo. Siamo fieri di questo disco.

Quali sono i temi principali dei vostri testi? C’è un concept, o una linea rossa, attorno a queste 11 canzoni?

Principalmente sì: “Survival” è un inno per la resistenza e la consapevolezza. Musicalmente e, soprattutto, concettualmente questo disco è qualcosa di più di una semplice raccolta di canzoni. Questo è un messaggio per tutti: l’essere critici con quello che sta succedendo nel mondo, poiché siamo ad un passo da una profonda crisi mondiale che coinvolge moltissimi settori. Questo crediamo che sia un disco che punti a far riflettere ed, eventualmente, far crescere la consapevolezza di quello che sta succedendo. Un messaggio che abbiamo voluto sottolineare con la nostra musica.
I testi parlano della corruzione e del fatto che i potenti del mondo, come li conosciamo, siano molto vili; i loro tentativi di fare in modo che la gente creda a tutto quello che dicono stanno andando a buon fine, visto il clima di paura che si è creato nel mondo, che lo ha portato ad essere un vero e proprio buco nero. Come già detto, sono 11 inni alla resistenza, consapevolezza e al guardare il tutto con un occhio critico: ci stanno rubando, togliendo la democrazia e raccontando bugie. Non possiamo ancora dormire molto, pensando a tutto ciò.

Il vostro è un gruppo hardcore: cosa pensate del fatto di far parte di un’etichetta tipicamente metal come la Metal Blade?

Beh, io penso che la nostra band sia qualcosa di più di un gruppo hardcore: abbiamo molti elementi della musica metal nella nostra musica, e non sopportiamo le etichette, che siano “metal” o “hardcore”. Ci piace comporre musica senza tener conto di tutto ciò, mescolare il tutto pescando il meglio dai due mondi.
Il lavoro con Metal Blade? Tutto bene: le persone nella label conoscono le nostre ambizioni e lavorano a stretto contatto con noi su qualsiasi cosa.

Avete legami con altre band hardcore dell’etichetta, come ad esempio gli Shai Hulud? La Metal Blade sta pianificando un tour che coinvolga tutte le band hardcore del suo roster?

Siamo amici di Cataract e Six Feet Under. I tour li organizziamo per conto nostro, con l’aiuto di un booker che ci procura in autonomia le date. Andiamo in tour con band piccole e grosse, metal o hardcore che siano: ci piacciono le serate “varie”, le riteniamo più interessanti, soprattutto per il pubblico.

Quali sono i vostri piani per il tour di supporto a “Survival”? Sarete in Italia?

Suoneremo tutti i fine settimana fino a dicembre, quando inizierà il Persistence Tour, al quale seguiranno altri concerti da headliner. In Italia torneremo, probabilmente, ad aprile-maggio 2009!

Cosa pensi della scena hardcore europea e mondiale?

Sta diventando sempre più grande, ed influenzata da un miriade di stili musicali differenti importati dalle varie band. C’è più varietà, ci piace questa cosa. Ci sono anche molte band emergenti e già brave provenienti da tutti i continenti, l’interesse attorno alle piccole band è ancora vivo, il mondo delle webzine e delle fanzine è più vivo che mai, circolano molti più demo. Penso che non ci sia niente da criticare su una scena così viva e attiva.

E sugli stili che hanno influenzato questo tipo di musica?

Se prendi questa frase come negativa, non sono d’accordo con te. Penso che una scena sia bella se c’è della varietà: non ho pregiudizi nei confronti di band un po’ più metal o un po’ più melodiche, ognuno è libero di suonare la musica che preferisce. Adoro la forma più pura dell’hardcore, quello che si suonava nei primi anni Ottanta, e il revival che gira attorno a questo stile di musica, ma mi piace anche molta musica che non può essere ricollegata a questo filone. Per me la parola hardcore vuol dire, prima di tutto, attitudine, non è un metro di purezza della musica. Infatti, al giorno d’oggi le band non sono “pure”, ma influenzate da altri generi: conosco, per dirti, molte band che suonano hardcore o emo che, come attitudine, sono più hardcore di tante band “pure”, che in genere si curano più di essere cool e avere la maglietta o le scarpe di ultimo grido. Hardcore is an attitude.

Qual è l’affluenza tipica ad un vostro concerto? Questa contaminazione tra hardcore e metal ha aiutato a migliorare i rapporti tra due tipologie di pubblico così differenti?

Non lo saprei, però lo spero! Tutte le persone sono benvenute ai nostri show: siamo una band hardcore, ma questo non vuol dire che non ci piacciono i metal kids o i punk che decidono di partecipare ad uno show dei Born from Pain. Il nostro pubblico, anche se in prevalenza è hardcore, è molto vasto: siamo fieri di comunicare il nostro messaggio a tanta gente.

Il vostro MySpace contiene una notizia nella quale comunicate di dare supporto attivo alle attività collegate ad Amnesty International. Qual è la tua opinione sulle organizzazioni non governative? Suggerirete altre organizzazioni di questo tipo nei prossimi mesi?

Le organizzazioni indipendenti, che non prendono fondi dai vari governi o dalle multinazionali, non lavorano seguendo gli interessi dei potenti; questo vuol dire che organizzazioni come AI possono lavorare senza che ci sia qualcuno che dica loro cosa fare e cosa non fare. Sono indipendenti, e per questo devono muoversi in autonomia per far crescere la consapevolezza delle persone su quello che succede in questo mondo e fare in modo che vengano coinvolte nelle loro attività. La solidarietà tra persone è una cosa importantissima: ogni mese, tramite il nostro MySpace, cercheremo di promuovere una diversa organizzazione. Il mese prossimo, salvo cambiamenti dell’ultima ora, sarà il turno di Medici senza frontiere.

Nicola Lucchetta

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