Roger Taylor: intervista da Londra

queen 2011

In occasione della mostra “Stormtroopers In Stilettos”, prima iniziativa volta a celebrare il compleanno della band e della ristampa dei primi cinque dischi, abbiamo avuto l’onore di incontrare Brian May e Roger Taylor all’interno dei celeberrimi Trident Studios di Londra, quelli dove venne registrato il loro primo album, ma soprattutto “Bohemian Rhapasody”, forse il brano più celebre della Regina.

Ciao Roger, come ti sei sentito ieri sera guardando le foto e le memorabilia presenti alla mostra? Conoscevi già tutto il materiale esposto?
Partecipare all’inaugurazione mi ha provocato un mix di emozioni contrastanti, sia io che Brian ci siamo trovati di fronte a foto in alcuni casi mai viste, ma soprattutto ci ha messo di fronte a ciò che eravamo e che inevitabilmente non siamo più. Insomma rimane l’orgoglio e la gioia per una carriera a cui non potevamo chiedere di più, in cui siamo stati amati alla follia dai nostri fan, ma anche un po’ di nostalgia. Inoltre, riguardando solo i primi cinque album della nostra discografia, il confronto è stato ancora più impietoso (ride).

Roger, tu sei uno dei più grandi batteristi della storia del rock, ma sappiamo che se non lo fossi diventato, avresti avuto un futuro da dentista…
Se devo essere sincero, non ho mai voluto diventare un dentista (ride). Forse la mia famiglia lo desiderava, ma il fatto che già mia sorella fosse diventata medico mi ha aiutato a prendere un po’ di tempo e ad avere meno pressioni. Quando mi trasferii a Londra per frequentare il college nella testa aveva una solo idea: conoscere ragazzi e formare una band, nient’altro. Ai tempi Londra era il centro del mondo da questo punto di vista, quasi tutte le più grandi band sono nate lì, anche Jimi Hendrix venne qui per trovare il successo che in America non arrivava. Insomma, quello del dentista era il classico pretesto di un ragazzo che voleva realizzare il suo sogno, continuo a credere sia un lavoro davvero orribile da fare (ride).

Credi che la città abbia mantenuto il ruolo centrale che aveva un tempo?
Ho sempre pensato Londra fosse una sorta di fulcro per quanto riguarda tantissime cose, non parlo solo di musica, ma proprio di mode in generale. E da questo punto di vista lo penso ancora, anche se con meno forza di un tempo. Da qui si diffusero anche i germi del punk, che spazzarono via molta della musica che sempre da questa città aveva preso forma e giunsero fino agli States. Ma basta pensare agli studi in cui ci troviamo ora per comprendere l’importanza di queste strade: qui i Beatles hanno registrato Hey Jude, Lou Reed e David Bowie Transformer, Elton John Goodbye Yellow Brick Road, ma anche Marc Bolan, George Harrison e noi…

Collegandomi alla tua citazione sulla nascita del punk, qualcuno sostiene che “Fight From The Inside” fosse la vostra riposta al punk, o magari la tua visto che sei l’autore del pezzo…
No, ti garantisco che non lo era. Volevo solo esprimere un concetto che avevo in testa in quel periodo, ma non mi riferivo a certe tematiche. Oltretutto ci tengo a sottolineare che amavo davvero i Pistols, li ho sempre amati. Come i Clash. Credo siano state le cose migliori uscite da quel movimento, le più autentiche.

Quindi mi confermi anche la celebre storia dell’incontro tra voi e i Sex Pistols fuori dagli studi di registrazione?
Assolutamente sì, diventammo molto amici in quel periodo. Ricordo che Johnny (Rotten ndr) possedeva un carisma fuori dalla norma, davvero ammaliante. Inoltre credo avessero un grande produttore, Chris Thomas. Lui fece la differenza su Nevermind The Bollocks.

queen 2011 universal

State celebrando i quarant’anni di carriera, se guardi indietro hai un periodo preferito nella vostra carriera o un album che ami maggiormente?
Non posso dirti di preferire un periodo od un altro della carriera, se penso ai primi cinque album ti posso dire che “Sheer Heart Attack” è il mio preferito. Se guardo avanti posso dire “The Game” o “The Works”, molte parti di “Innuendo”, ma anche “Made In Heaven” lo ritengo uno splendido lavoro. Di sicuro, se tornassi indietro toglierei un po’ di tastiere ai lavori degli anni ottanta, un decennio per noi molto fortunato, ma che musicalmente ricordo a volte con disgusto (ride).

Le vostre idee, il vostro modo di lavorare e di registrare è mai stato ostacolato dalla vostra casa discografica? Avete mai subito pressioni?
No, vere e proprie pressioni non le abbiamo mai ricevute, nemmeno all’inizio. Anche se prima del successo di “Bohemian Rhapsody” abbiamo faticato non poco a convincere la discografica a non farci tagliare il pezzo. Come sapete, dicevano non potesse essere trasmesso in radio un pezzo di sei minuti…

A proposito di “A Night At The Opera”…Brian tempo fa lo definì il vostro “Sergent Pepper”. Sei d’accordo?
Non ho mai pensato a “Sergent Pepper” come il miglior album dei Beatles, gli ho sempre preferito “Revolver”, “Abbey Road” o il “White Album”, per esempio. Così come non ho mai ritenuto “A Night At The Opera” il miglior album dei Queen, ma questi sono gusti. Sicuramente può essere definito il nostro album più eclettico e “Bohemian Rhapsody” ne rappresenta un buon manifesto, ma non so proprio dare una risposta definitiva alla tua domanda!

Luca Garrò

Condividi.