Sara Bareilles (Press Conference)

6 maggio 2008

 

 

Dopo il grande successo americano, testimoniato dai quattro milioni di dischi venduti, arriva in Italia Sara Bareilles con il suo “Little Voice”, uno dei debutti più attesi di questo 2008. Gioviale ed estremamente disponibile, Sara si è raccontata con grande sincerità: sogni, timori e tanta voglia di osare sono alla base del carattere di questo giovane talento. Si ringraziano Delfina Cribiori e Sony Bmg per la collaborazione.

Ciao Sara. Come mai parli così bene l’italiano?
Ho studiato in Italia scienze comunicazione all’Università degli Studi di Bologna, quindi lo capisco bene. Anche se faccio ancora un po’ di fatica a parlarlo.

Quindi per te l’Italia è più di un paese dove venire a presentare l’album…
Sono molto grata all’Italia, non solo per quello che ho imparato, ma perché è qui che ho davvero capito cosa significava per me la musica, quanto amassi suonare il piano, la chitarra appena avevo un minuto di tempo per me.

Deve avere un bel carattere, viste le discussioni che ha avuto con il produttore dell’album. Che compromessi ha dovuto trovare alla fine?
Era la prima volta che mi trovavo in uno studio di registrazione e quindi neanche io avevo la certezza di quello che facevo, ma volevo che le cose fossero spontanee e più simili alle mie idee originarie. E’ anche vero che si cresce, infatti ora cambierei delle cose.

Nelle tue note ammetti infatti che alcune tue canzoni ti piacciono, mentre altre ora le cambieresti. E’ difficile trovare tanta sincerità in un debutto.
Apprezzo molto la sincerità, in me e negli altri. Quando trovo qualcosa che non mi piace lo dico. Ora mi piacerebbe lavorare su nuovo materiale, ma sono ancora eccitatissima per “Little Voice” e voglio portarlo in giro al meglio delle mie possibilità.

Quali sono i tuoi echi musical? Hai dei punti di riferimento?
Fiona Apple, Radiohead, Ray Charles dal punto di vista vocale. Ma anche Ella Fitzgerald, che aveva qualcosa di incredibile oltre alla voce. Il vecchio jazz, il primo jazz ha per me ha qualcosa di pazzesco, di insuperato.

Hai citato i Radiohead. Perché?
Spesso l’ispirazione non dipende dal sound o dal tipo di voce. Bob Marley, ad esempio, non c’entra nulla con me ma mi condiziona comunque. Conta anche l’aspetto umano della musica e non poco.

Da cosa trae ispirazione “Love Song”?
“Love song” non si riferisce ad una storia d’amore, come si potrebbe pensare. Non è su un rapporto con una persona, ma è sulla mia casa discografica. E’ vero però che scrivere è catartico, che aiuta a risolvere le esperienze vissute nella vita e scrivere d’amore aiuta molto.

Hai vissuto nei boschi per quasi tutta la vita, poi ti sei trasferita in una metropoli. Come hanno reagito le persone a te vicine al tuo spostamento e a tutto quello che ti è successo?
Tutti erano molto eccitati per me all’idea che facessi tutto questo, molto partecipi e orgogliosi. Per me è incredibile e difficile allo stesso tempo. Adesso forse sono un po’ più riservata e attenta alle persone che frequento e sto cercando di attutire l’impatto che il successo ha su di me, anche se non è facile. Nella mia nuova vita ho già conosciuto però persone stupende.

Ci sono artisti tra queste?
Stare in tour è un opportunità incredibile di incontrare artisti, a casa invece frequento sempre gli stessi di un tempo.

Qualcuno in particolare o qualche bella sorpresa tra gli artisti?
Sicuramente coi Marooon Five ho un rapporto stupendo, anche perché ci conosciamo dall’università. Poi, tra gli altri, James Blunt è simpaticissimo. Però è come stare in campeggio estivo, quando finisce ci si lascia e basta.

Conosci Mogol? E’ un famoso paroliere italiano. Dice di aver scritto in macchina la maggior parte delle canzoni. Tu?
A casa, visto che è il posto dove passo più tempo.

Il tour come è andato e che tipo di band hai dal vivo?
Il mio gruppo è composto da amici, abbiamo fatto il college insieme e sono più di cinque anni che suoniamo insieme.

Come si pronuncia il tuo cognome, per mettere tutti d’accordo?
Si pronuncia alla francese, anche se ho più origini, tra cui anche tedesche.

Com’è ora il tuo rapporto con la casa discografica?
Adesso va bene, inizialmente era frustrate, ma mi hanno lasciata assolutamente in pace e tranquilla, dandomi tutto il tempo di cui avevo bisogno; e questo è stato fantastico.

Si dice istintiva ma alla fine ci ha messo un anno e mezzo per finire l’album. Non si rischia di perdere spontaneità?
E’ molto probabile e possibile che succeda ed è uno dei rischi legati alla lunga produzione.

E come fai ad arginare tutto ciò?
Sapete, essendo il mio primo disco tenevo tantissimo alla sua riuscita. Sono stata pignola sui ogni singola riga. Ora, riflettendo e sapendo che si possono fare altri album, posso anche perdere questa mia tensione, anzi succederà di certo. Certo è che lavorare in fretta non vuol dire per forza perdere in spontaneità.

Il titolo ha un significato profondo per te?
Per me significa molto. E’ la voce interna che mi parlava quando stavo per entrare in studio per la prima volta. Ero circondato da così tante persone e questa voce mi diceva cosa volevo fare e dove volevo andare, nonostante tutta la gente intorno dicesse migliaia di cose.

Politicamente parlando, da americana,  chi voteresti?
Sarà un elezione importante, è importante qualsiasi cambiamento, purché ci sia. Dobbiamo recuperare rapporti ormai persi e serve un cambiamento radicale. Sono una democratica, ma entrambi hanno caratteristiche che mi piacciono.

Sei stata paragonata a Fiona Apple e Norah Jones. Questa cosa ti infastidisce?
E’ molto naturale fare paragoni in un mondo come questo. E’ naturale per le persone parlare di qualcuno mettendolo in termini di paragone con qualcuno già esistente. Tutti glia artisti hanno un ego così smisurato da credere di aver fatto cose nuovissime. Non mi da fastidio, anzi mi piacciono tantissimo e mi onora questa cosa.

Grazie a Valentina Lonati

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