Satyr (Satyricon)

3 ottobre 2006

D: Allora Satyr, stasera suonerai a Milano. Ti piace suonare in Italia, o preferisci esibirti in altri luoghi, come la Germania o i paesi Scandinavi, forse più ricettivi verso il vostro genere di musica?
S: No, Milano è uno dei miei luoghi preferiti in assoluto. Trovo che sia un posto assolutamente ricettivo per quanto riguarda il black metal. Amo l’Italia, e fare concerti in Italia per me è sempre un piacere.

D: Quali sono i tuoi ricordi di Wacken 2004, quando suonaste la seconda parte del concerto con Nocturno Culto? Personalmente, è stato uno dei miei concerti preferiti di sempre. Pensate di ripetere quest’esperienza in futuro, o rimarrà un evento unico ed irripetibile?
S: In realtà avevamo già suonato con Nocturno Culto come ospite. Successe a Oslo, per il decennale della mia etichetta, la Moonfog, circa nove mesi prima di Wacken. Per me è stato molto più emozionante suonare a Oslo, per molte ragioni: innanzitutto perché ero nella mia città natale, e poi per l’occasione stessa della ricorrenza. Naturalmente, lo show a Wacken è stato molto più grande, e anche maggiore nella sua durata: ci è piaciuto suonare anche in quest’occasione. Tuttavia, personalmente non mi piace affatto Wacken: lo ritengo un pessimo festival. Ammetto che, per quanto riguarda il lato strettamente economico, sia molto remunerativo: ma la sua stessa grandezza fa perdere gran parte del feeling che si può avere in un ambiente più piccolo, in cui sei seguito dai tuoi veri fans. Durante il nostro show, non ho riscontrato una grande partecipazione emotiva da parte del pubblico: cosa che, invece, mi è capitato di percepire in altre occasioni e in altri concerti. Non credo che, in mezzo a quella enorme folla, ci fossero molti grandi fans dei Satyricon. In generale, non mi piacciono i festival Tedeschi, perché sono troppo dispersivi.

D: Trovo che “Now, Diabolical” sia pesantemente influenzato da certo vecchio “black metal” degli anni Ottanta. Si tratta di una naturale evoluzione della vostra musica, oppure avete pianificato “a tavolino” il modo nel quale avrebbe dovuto suonare l’album?
S: Entrambe le cose. Da un lato è sempre stata una nostra precisa volontà quella di comporre musica sempre diversa, di non fossilizzarci nello stile che utilizzavamo ai nostri esordi: per me è impensabile copiare il passato e fare uscire dischi uno uguale all’altro. Penso che la svolta sia avvenuta nel 1999, ai tempi di “Rebel Extravaganza”: eravamo stufi di sentire gente che ci copiava, volevamo dare una direzione nuova alla nostra musica. Così a poco a poco ci siamo naturalmente indirizzati verso un sound memore sì delle influenze che hai citato tu, ma rinnovato da alcune scelte precise: una maggiore linearità delle canzoni, incentrate su tre – quattro idee guida che ne indirizzano lo sviluppo, un grande risalto dato al groove della batteria, ecc. Certo, è innegabile una componente retrospettiva nei nostri ultimi dischi, ma l’intento dei Satyricon è sempre quello di guardare principalmente al futuro, non al passato.

D: Ricollegandomi alla domanda precedente: voi e i Darkthrone avete un approccio molto diverso riguardo al black metal, ma entrambi i vostri ultimi album hanno un forte retrogusto ottantiano: sei d’accordo?
S: Molte persone mi hanno fatto notare questo: sì, penso che in un certo senso sia vero. Tuttavia penso che i nostri dischi siano più diretti e focalizzati verso un’unica direzione rispetto alle ultime emissioni dei Darkthrone, le quali al contrario oscillano tra più influenze diverse. Con questo non voglio affatto dire che i nostri album più recenti siano migliori dei loro, sono semplicemente diversi. Comunque sì, alcuni pezzi di entrambi i gruppi risentono dello stesso feeling e di un background musicale molto simile.

D: Negli anni Novanta, i Satyricon hanno forgiato uno stile unico. Quali sono i tuoi pensieri riguardo a molti dei tuoi vecchi fans, che criticano voi e molti altri gruppi storici del black metal Norvegese, a causa della vostra evoluzione musicale?
S: Penso che sia una cosa naturale; c’è sempre chi rimane deluso dai cambiamenti di un gruppo che amava e che non riconosce più per quello che in passato rappresentava per lui. Però non credo che ci sia molta gente che pensa questo riguardo ai Satyricon: a volte si tratta semplicemente di una determinata prospettiva nella quale si considerano i sostenitori di una band. Mi spiego: nel nostro caso sì, ci possono essere 500 persone che ci accusano di aver cambiato troppo radicalmente il nostro sound originario e che vogliono sentire solo le canzoni di “The Shadowthrone” o di “Dark Medieval Times”. Ma, di contro, ce ne sono 50000 che apprezzano anche i dischi più recenti e che ai concerti invocano a gran voce “Fuel For Hatred” e i pezzi di “Now, Diabolical”. Quindi non credo proprio che si possa parlare di “molti fans” per quanto riguarda i Satyricon: tant’è vero che i nostri lavori più recenti sono molto, molto più popolari di quelli usciti negli anni Novanta. E’ un fenomeno che varia anche da stato a stato, e addirittura da città a città: ad esempio, quando abbiamo suonato in Inghilterra, nessuno voleva sentire nulla tratto da “The Shadowthrone”, mentre in altri luoghi il pubblico era più entusiasta di ascoltare i vecchi pezzi, e disdegnava i nuovi. Quest’ultimo tipo di approccio, però, è molto minoritario rispetto a quelli che gradiscono tutto quello che abbiamo composto nella nostra carriera. In definitiva non lo vedo come un problema, anche perché, ripeto, si tratta di un’esigua minoranza, probabilmente troppo ancorata al passato e incapace di accettare i mutamenti che spesso salvano un gruppo dall’inaridimento artistico.

D: Come vi trovate con la Roadrunner? Siete soddisfatti di quello che sta facendo per voi?
S: Yeah! E’ la miglior etichetta con la quale siamo stati fino ad ora, siamo più che soddisfatti!

D: Ok Satyr, un’ultima domanda piuttosto personale: cosa ne pensi del suicido di Jon Nodtveidt?
S: Io e Jon eravamo amici negli anni Novanta. Ultimamente ci eravamo persi di vista, la nostra vita aveva preso direzioni molto diverse: sapevo che era molto addentro a questioni religiose, ma ormai non lo sentivo più da tempo. Non saprei che dire: penso che il suo gesto sia imputabile a motivi privati, e che sia difficile per un esterno come me giudicare o semplicemente comprendere il perché della scelta di togliersi la vita. A volte le persone non trovano alcun significato nella vita; io lo trovo, perché la voglia di raggiungere traguardi sempre maggiori fa si che non consideri mai la mia vita compiuta. Ma non per questo condanno a priori chi sceglie il suicidio. Posso solo aggiungere che mi è dispiaciuto molto quando ho saputo la notizia, e sono molto triste per quello che ha deciso il mio amico.

S.M.

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